“PERÒ MI VOLEVA BENE” di Carla Maria Gnappi

Spettacolo presso il Teatro degli Istituti Penitenziari di Parma in occasione della “Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne”

di BorgoAdmin

Mi dirigo verso il teatro emozionata, come la prima volta che sono entrata in carcere, anche allora per assistere a una rappresentazione teatrale frutto di un laboratorio con un  gruppo di ristretti. Posso affermare che quell’esperienza mi ha fatto vedere questo mondo, questa piccola e particolare città nella città, di cui sapevo così poco,  con altri occhi: l’incontro con persone private della libertà personale, quello squarcio nella loro vita offerto a noi spettatori ha lasciato in me un segno profondo. Mi aspettavo un altro momento di forte coinvolgimento emotivo, a maggiore ragione come donna, di fronte a un evento  che vedeva protagonisti, accanto a psicologi ex art. 80, detenuti impegnati in un “progetto di trattamento intensificato” sul tema della violenza  di genere. Ancora una volta mi si è allargato il cuore; ci si è allargato il cuore. All’ingresso del teatro i segni a cui siamo tristemente abituati: una panchina rossa, un paio di scarpe rosse e la consegna del nastro rosso da appuntarci sul vestito. Ricordo quando, nei primi anni Novanta, lo portavo nella “giornata mondiale per la lotta contro l’AIDS” e penso: finirà anche quest’altra emergenza. Ci sediamo: spettatori, educatori, autorità. Lo spettacolo inizia con un video che crea un forte legame tra chi è sul palco e noi: “A bocca chiusa” , di Daniele Silvestri, con  l’interprete della LIS Renato Vicini. Una canzone che riesce sempre ad essere trascinante, soprattutto nella parte a bocca chiusa: un inizio particolarmente adatto, credo, a questo luogo:

E non ho scudi per proteggermi né armi per difendermi

Né caschi per nascondermi o santi a cui rivolgermi

Ho solo questa lingua in bocca

E forse un mezzo sogno in tasca

E molti, molti errori brutti

Io però li pago tutti

[]

E senza scudi per proteggermi né armi per difendermi

Né caschi per nascondermi o santi a cui rivolgermi

Con solo questa lingua in bocca

E se mi tagli pure questa

Io non mi fermo, scusa

Canto pure a bocca chiusa

Guarda quanta gente c’è

Che sa rispondere dopo di me

A bocca chiusa

Guarda quanta gente c’è

Che sa rispondere dopo di me

A bocca chiusa

Ascoltare bocche metaforicamente chiuse, riconoscere volti e vite oltre l’errore: quello del carcere è un mondo da incontrare, senza pregiudizio.

Si passa al tema del momento con un video che ci riporta al 1964: “Però mi vuole bene” , del Quartetto Cetra. Allora non si parlava di femminicidio, ma la canzone, seppur con un tono “light”, racconta del lato oscuro di una relazione: distratta da baci e abbracci, lei non vede la minaccia, del lago prima e poi del gas, e finirà spinta giù dalla Torre Eiffel. Questo il coronamento del suo sogno d’amore a Parigi.  Sul palco assieme psicologi e ristretti; una psicologa passa in rassegna la sequenza di leggi che hanno modificato la condizione della donna, da quel lontano 1964 alla legge 66 del 15 febbraio 1996, “Norme contro la violenza sessuale”, che ridefinisce lo stupro: da reato contro la moralità pubblica e il buon costume, a reato contro la persona. Segue un dialogo a due voci in cui si ripercorre la storia di Giorgio e Valentina, dall’infanzia al matrimonio. I detenuti si alternano nel ruolo dei due.  “Mi chiamo Valentina e credo nell’amore”, ripete lei, in ogni fase della sua crescita. Prodotti perfetti di un’educazione secondo consolidati  stereotipi di genere,  plasmati da cliché che li allontanano da una reale comprensione di se stessi e reciproca,  arrivano all’età adulta incapaci di una vera relazione: possessivo e violento lui, annientata – al punto di non ricordare il proprio nome – lei. Il dialogo viene ripercorso e commentato: “la violenza divide da sé, dalla realtà  e dall’altro”. C’è una violenza palese e una più subdola; quali che siano le sue forme, bisogna imparare a riconoscerla per potersene liberare. “Ci sono parole per dire le cose” e anche il linguaggio discrimina. Ne dà un esempio il  monologo scritto dal linguista Stefano Battezzaghi, e reso celebre nell’interpretazione di  Paola Cortellesi , in cui si mostra che parole che sono neutre al maschile ammiccano alla prostituzione se declinate al femminile. Molte, troppe, le parole per stigmatizzare la donna. Particolarmente efficace ne è la lettura da parte dei detenuti partecipanti al progetto. Ci sono parole, si dice alla fine del pezzo, che vorremmo fossero solo una finzione: sono in realtà quelle con cui vengono colpevolizzate le vittime di stupro.

Ma ci sono anche parole per dire altro: per dire una presa di coscienza e per comunicare un cambiamento. E’ stata questa la parte più toccante dello spettacolo: poesie, condivisioni di uno stato d’animo, scritte e lette da tre dei ristretti:  sofferenza per lo stato di reclusione, per le privazioni, ma anche comprensione dell’errore e desiderio di essere un uomo diverso per la moglie e i figli che ci sono o potranno esserci. Visibilmente commosse le donne presenti. La dott.ssa Maria Clotilde Faro, responsabile dell’area giuridico pedagogica, ha ringraziato i ristretti, gli psicologi e gli educatori per questo spettacolo,  per il laboratorio e il processo di resipiscenza che testimonia. Tutti, ha sottolineato,  in questo periodo pensiamo a Giulia; ma non dimentichiamo Filippo: anche dopo il delitto più efferato può nascere qualcosa di nuovo. Non è facile interpretare se stessi, ha detto la consigliera Corsaro, intervenuta in rappresentanza del Comune di Parma; per la condivisione delle emozioni ha ringraziato anche la psichiatra Giuseppina Paolillo, rappresentante dell’ASL.  Il tempo in carcere, ha ribadito il Direttore, dott. Valerio Pappalardo, non deve essere tempo sterile. Lo stesso ha sottolineato la sensibilità degli Istituti Penitenziari di Parma al tema in questione e auspicato che il cambiamento cominci da qui. Stasera diverse persone, con diverse esperienze e da diverse culture ci hanno confermato che cambiare si può.

 

 

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