PREMESSA STORICO-CRITICA

La Chiesa cattolica oggi, almeno in Occidente, e certamente in Italia, ha ancora e fondamentalmente la struttura organizzativa uscita dal Concilio di Trento: è una chiesa “clericale” (dando all’aggettivo non un significato negativo, dispregiativo, ma una semplice connotazione storica e descrittiva), ossia fondata sul clero “in cura d’anime”, sul prete-parroco; e sulla “parrocchia”, felice invenzione tridentina (anche le sue origine sono più antiche). In un tempo caratterizzato, per ovvie ragione, da scarsissima mobilità sia fisica sia sociale, in un mondo prevalentemente rurale e contadino, la chiesa e il campanile costituivano in ogni paese, in ogni villaggio, e nelle città, i riferimenti certi per tutti. Non sempre vi erano autorità civile, ma il parroco (inamovibile e stanziale) c’era sempre: fosse don Abbondio, o fosse il curato d’Ars. Questa organizzazione territoriale della Chiesa cattolica continua ancora oggi: il clero parrocchiale continua ad essere l’ossatura fondamentale della Chiesa locale, la scarsità e l’invecchiamento del clero sono al primo posto nei pensieri dei Vescovi, dei laici, ma anche dei sindaci e di hi la chiesa la frequenta poco: La celebrazione dei sacramenti, celebrati dal prete, continua di fatto ad essere l’attività fondamentale dei preti, e dunque della Chiesa. Tutto questo a oltre cinquant’anni dal Vaticano II, e con una società assolutamente mobile, sotto ogni punto fi vista, in cui la parola “territoriale” e “stanziale” suonano antiquate, specie per le giovani generazioni cresciute a “pane ed Erasmus”; ed in cui il popolo di Dio, sul fondamento del Battesimo, chiede di essere protagonista attivo della vita della Chiesa e delle decisioni nella Chiesa, e non solo più, per la componente laicale, “Chiesa discente”. Dopo la Rivoluzione francese, e con l’insorgere della civiltà industriale, e la nascita di movimenti di pensiero e di azione liberali, democratici, socialisti, la Chiesa si è vieppiù caratterizzata come società gerarchica; il primato del Papa, che aveva iniziato ad imporsi dal punto di vista giuridico e disciplinare con Gregorio VII nell’XI secolo, ma che per secoli conviveva con un’ampia autonomia dei Vescovi (spesso soggetti alle monarchie “cattoliche”), diventa principio fondamentale nella Chiesa otto-novecentesca, in particolare con il concilio Vaticano I (1870) e con il Codice di diritto canonico del 1917. Anche in questo caso, il concilio Vaticano II ha profondamente modificato questa visione, ma nella realtà concreta, e nonostante la richiesta esplicita, tra gli altri,  di Giovanni Paolo II a ripensare le modalità di esercizio del primato petrino, il Papa resta uno legislatore e “governatore” della Chiesa universale, nelle singole diocesi lo è il Vescovo, e infine nelle parrocchie il parroco – secondo l’ordine gerarchico.

 

PREMESSA  SUL METODO (petit discours de la méthode)

Come dice spesso il Papa, il tempo è superiore allo spazio, iniziare processi è più importante che occupare spazi. Non si tratta di “riformare la Chiesa” con operazioni giuridico-canonistiche, anche se queste non potranno mancare, ma iniziare percorsi, anche tra loro diversi, per percorrere quelle strade che danno nuovamente centralità al “camminare insieme” del Popolo di Dio, tralasciando invece quelle che si riveleranno poco proficue. Provare cammini anche fra loro diversi e non coerenti, per vedere quali cammini risultano validi e vanno percorsi ovunque, quali sono fecondi in alcune realtà e sterili in altre, quali invece si rivelano vicoli ciechi. Perciò le proposte che qui vengono fatte non sono “ricette” per una “nouvelle cuisine” ecclesiale, ma quasi degli Holzwege, dei sentieri nel bosco che possono portarci a luminose radure, o invece rivelarsi dei giri viziosi.Ric ordando però un altro ammonimento del Papa: il fatto che sia sempre fatto in un certo modo, non vuol dire che quel modo è giusto (senza dimenticare che magari “sempre” vuol dire qualche secolo, dal Concilio di Trento ad oggi…) Infine, le riflessioni che seguono non si riferiscono specificamente alla Chiesa di Parma, quanto alla Chiesa italiana, ma prendono spunto dalla realtà della Chiesa di Parma.

  • CHI DECIDE NELLA CHIESA? COME SI PERVIENE ALLE DECISIONI NELLA CHIESA?

(QUOD OMNES TANGIT AB OMNIBUS APPROBARI DEBET)

L’ultima parola spetta al Vescovo, o al parroco… Ma le parole che precedono l’ultima? Chi pronuncia queste parole? Dove le può pronunciare? Chi le ascolta? Chi le raccoglie? Come sapere se vi è un consensus plebis? Come esercitare l’arte del discernimento? Occorre provare e trovare strade, anche diverse.

E’ possibile pensare ad un OBBLIGO  di riunire i consigli pastorali delle nuove parrocchie e quello diocesano 3-4 volte l’anno, con all’ordine del giorno i punti su sui il pastore intende esercitare il proprio compito di guida,  in cui chi guida la comunità pone domande o fa proposte? E prevedere che il consiglio DEBBA CO-DECIDERE, insieme a chi guida la comunità (cum Episcopo et sub Episcopo)? Fatta sempre salva ovviamente una riserva finale del Vescovo, di un suo “non possumus”.

I capitoli degli ordini religiosi si riuniscono, discutono, votano, eleggono i superiori pro tempore, l’eletto/a applica – certo in modo anche creativo – le scelte del capitolo. E’ una prassi democratica? Sì, ma molto molto più antica delle moderne democrazie… QUOD OMNES TANGIT AB OMNIBUS APPROBARI DEBET, recita un principio del diritto romano passato anche nella canonistica medievale (anche se di fatto poco praticato). Consigli pastorali, consulte, commissioni … hanno un senso solo se possono dire la parole necessarie sulle grandi questioni della vita della Chiesa, e se dalle loro parole, dalle loro proposte discendono decisioni conseguenti..

  • MINISTRI ORDINATI E ISTITUITI (MEGLIO AVERE PRESBITERI PROVENIENTI DAI 5 CONTINENTI O MODIFICARE LA VITA LITURGICA E PASTORALE DELLE COMUNITÀ?)

Perché ci lamentiamo della scarsità del clero (già lo faceva mons. Colli nel 1937…) e non ci lamentiamo della scarsità di diaconi, lettori/lettrici, accoliti/e, catechisti/e … e anche di sposi cristiani? La “chiamata” ad esercitare un ministero ordinato, istituito, di fatto, temporaneo… avviene SOLO mediante una (presunta) illuminazione interiore, come Paolo verso Damasco? Ovvero attraverso la chiamata della comunità, i suggerimenti di altri cristiani, del Vescovo, dei presbiteri, dei diaconi, che chiamano, pro-vocano, invitano? Come Gesù con i dodici o i settantadue, come Paolo con Apollo, Tito, Timoteo, Aquila e Priscilla…. Ancora oggi, ci sono troppe mansioni di fatto proprie del prete-parroco, e poche mansioni ordinarie e importanti di diaconi, lettori, ecc.       Ad esempio, le esequie (che di per sé NON sono un sacramento), i matrimoni, i battesimi… non è necessario celebrarli insieme all’eucaristia, sono sacramenti che hanno una loro specificità – il Battesimo poi è il primo dei sacramenti!  Possono celebrarlo anche diaconi o ministri/e istituiti/e… il matrimonio poi, come si sa, è celebrato dagli sposi – per “assistere” e benedire gli anelli non è necessario sempre il presbitero…. Un diacono, o forse anche un membro della comunità debitamente e canonicamente autorizzato (per gli aspetti civilistici) può assistere alle nozze.

  • CHI GUIDA LA COMUNITA’? (LOS VON TRIENT, ABBANDONARE TRENTO)

Dal Concilio di Trento (che ha “inventato” la parrocchia) il prete è parroco (non sempre, ma molto spesso), e comunque il parroco è prete. Chi presiede la mensa eucaristica presiede la parrocchia. Comunità eucaristica e comunità parrocchiale-territoriale di fatto coincidono (vero, ci sono santuari, ordini religiosi, confraternite, ma l’organizzazione della Chiesa cattolica post-tridentina si regge sulla parrocchia, sul campanile, sul parroco, da don Abbondio al curato d’Ars…). Questo modello è ancora valido, sempre e dovunque? Quando parliamo di “nuove parrocchie”, intendiamo della parrocchie davvero “nuove” o solo la somma delle parrocchie precedenti? E’ possibile immaginare, in qualche realtà, una guida della comunità NON affidata al presbitero, ma ad un diacono, ad una coppia di sposi (il matrimonio è un sacramento) – e magari alla coppia in cui lui è diacono, ad una équipe di quattro-cinque persone, donne e uomini? Una sorta di “ministero del pastorato” (imparando qualcosa dalla prassi un uso nella Chiesa evangelico-luterana), un ministero della guida di una comunità, senza che debba per forza essere una persona di sesso maschile. (Se una donna guida la Comunità Europea, una donna potrà pur guidare una parrocchia… o pensiamo che lo Spirito santo sia sessista?), e sempre fatta salva la presenza di un consiglio pastorale co-decidente, come detto al punto precedente. Così i  presbiteri possono dedicarsi a ciò che è specifico, ossia le celebrazione dei sacramenti  (eucaristia in primis, sacramento della riconciliazione, unzione degli infermi), e poi ad attività “spirituali” in senso lato  (ritiri per gruppi, direzione spirituale, incontri personali con “lontani”), e anche avere tempo per la propria vita personale e spirituale, senza dover pensare ai tanti aspetti pastorali, giuridici, economici della comunità. Presbitero come parte della comunità, magari di più comunità, a servizio delle comunità, e non come unico responsabile-capo-factotum ….

4) LA CHIESA E’ ANCORA E SEMPRE LA PARROCCHIA ? (PARA’-OIKIA, presso le case)

Nell’era della mobilità reale e virtuale, in cui possiamo partecipare a distanza (fusi orari permettendo) a conferenze o riunioni con persone di Melbourne o di New York, la territorialità estrema delle parrocchie ha ancora un senso? (Sino al civico 33 parrocchia X, dal civico 35 parrocchia Y, spesso con confini risalenti magari all’epoca farnesiana….) La mobilità sociale/virtuale, specialmente dei giovani, è imparagonabile con quella dei tempi del Concilio di Trento, dove circa l’80% della popolazione europea non si spostava, nella propria vita, più di 20 km dal villaggio natio, e magari solo per sposarsi… Oggi “la mia casa or è dove si vive”, fra università, master, erasmus, trasferte di lavoro, contratti a termine….. Vanno pensate forme di comunità cristiane non territoriali, non “parrocchiali”, in cui la spesso forzata rinuncia alla celebrazione eucaristica e liturgica possa essere degnamente sostituita da altre forme di vita ecclesiale e liturgica, tutte da inventare.     (Ma sarebbe forse anche opportuna una drastica riduzione delle parrocchie anche dal punto di vista giuridico; sempre Colli nel lontanissimo 1937 si lamentava che a Parma le parrocchie fossero troppe, tanto da non riuscire ad avere un parroco per ciascuna di esse….)

 

  • LA PAROLA AL POPOLO DI DIO: L’OMELIA

Già da tempo, qua e là, in modi occasionali, capita che semplici battezzati, donne e uomini, tengano l’omelia, o parlino durante l’omelia. Senza arrivare a tanto in modo sistematico, ed in attesa di avere liturgie in cui il popolo di Dio sia davvero “celebrante attivo”, e non solo ripetitore passivo di parole che spesso  nemmeno sono comprese (come le parole “della stessa sostanza del Padre”), e magari cominciando e continuando  a sperimentare liturgie (magari liturgie della Parola) meno ingessate, è possibile che il presbitero che tiene l’omelia (di solito, il prete- parroco), la prepari insieme ad un piccolo gruppo, magari diverso per ogni tempo liturgico o per le diverse occasioni ? magari colloquiando dopo le messe feriali con quei non molti fedeli che partecipano all’eucaristia, o con genitori di bambini del catechismo, anche se scarsamente praticanti…  perché il Papa ci invita ad ascoltare anche i lontani, e non solo che fanno parte della cerchia ristretta dei collaboratori assidui

  • UNA PROVOCAZIONE SUI PRETI GIA’ SPOSATI

Nella chiesa cattolica, attualmente, vi sono due importanti eccezioni al celibato dei preti.Il celibato dei candidati al presbiterato è norma nella Chiesa cattolica “latina”; nelle Chiese greco-cattoliche (come in quelle ortodosse) vi sono preti sposati. L’altra eccezione, questa nella Chiesa latina, riguarda i pastori anglicani, sposati, che hanno chiesto e ottenuto di diventare cattolici (per motivi che qui non è il caso di approfondire). La loro precedente ordinazione è considerata valida, e Benedetto XVI ha concesso loro, ad personas, la facoltà di continuare ad esercitare il ministero presbiterale pur restando, evidentemente, regolarmente coniugati (sia l’ordine sacro, sia il matrimonio cristiano sono “per sempre”). Analogamente a questo secondo caso, e con tutta la prudenza pastorale e l’accompagnamento spirituale opportuno e necessario, è pensabile consentire ai presbiteri che hanno ottenuto la “dispensa” dal ministero, e si sono sposati in chiesa, e che  continuano comunque a vivere la loro fede cristiana, di tornare ad esercitare il ministero presbiterale (certo non a tempo pieno, certo non come parroci)? Non è infatti pensabile che lo Spirito santo, che nel sacramento dell’ordine sacro ha donato la grazia propria al presbitero, non sia più efficace quando lo stesso Spirito santo ha effuso la grazia specifica del sacramento del matrimonio… del resto i diaconi sposati ricevono entrambi i sacramenti…Capisco che una prassi del genere deve ricevere l’approvazione della Santa sede, capisco che aprirebbe non pochi problemi, ma ci si chiede perché da un lato ci si lamenta della scarsità di presbiteri, e poi ci sono presbiteri cui viene tolta la possibilità di esercitare il ministero presbiterale, magari relativamente giovani, magari teologicamente e pastoralmente prearati…  Anche in questo caso, occorre riflettere se il fatto che si è sempre fatto così significa che sia giusto continuare così. In fondo, sul tema del celibato obbligatorio per i presbiteri, si sono espressi criticamente il gesuita cardinale arcivescovo di Lussemburgo, relatore al prossimo  Sinodo dei Vescovi (non un cardinale qualunque), e il cardinale  Marx, arcivescovo di Monaco.