Era il 25 marzo 1993. Il parlamento della Repubblica italiana si esprimeva a maggioranza per l’introduzione dell’elezione diretta del Sindaco. Da un’anno a quella parte si rincorrevano sui giornali i titoli circa l’inchiesta Mani pulite  e, dopo un mesetto, dall’assise legislativa si sarebbe levato il lamento dei partiti a difesa dei finanziamenti illeciti ricevuti, interpretato dal celebre discorso di Craxi:

E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale.”

Con la nascita della seconda repubblica, il paese assistette alla riorganizzazione di tutto il sistema partitico che, se prima, nel bene o nel male, garantiva una partecipazione diffusa e capillare alle attività politiche, ora veniva sgretolato dal basso: i consiglieri comunali smettevano di avere voce in capitolo nei processi esecutivi, rimaneva esclusivamente la fedeltà al superiore di riferimento e diventava sempre più difficile per la popolazione entrare in contatto con chi disponeva del potere di prendere decisioni.Due fronti, dunque: da una parte l’opinione pubblica, schifata dall’ingordigia di una classe dirigente che sguazzava nella complessità facendo affari, dall’altra un’alleanza di poteri privati che avevano come obiettivo specifico il depotenziamento delle istituzioni democratiche sulle scelte che riguardavano la vita collettiva.  Tuttavia, un edificio ben costruito non cede alle prime scosse, ma tre grandi crepe erano ormai ben visibili.

Della mancanza di potere

L’idea che la storia fosse finita era prettamente dominante nelle discussioni accademiche degli anni ‘90; i contributi di Fukuyama avevano portato alla granitificazione di un principio incarnato perfettamente dallo slogan thatcheriano: there is no alternative (T.I.N.A.). Da questo primo elemento nasceva il germe del disinteresse diffuso. Se le cose non possono cambiare che senso ha partecipare? In questo contesto, quindi, l’amministrazione del potere diventava un esercizio contabile e la rappresentazione di interessi e idee confliggenti andava tagliata a partire dal livello più basso – i consiglieri comunali che costituivano l’ossatura di questo schema di contrapposizioni, a questo punto, insensate – fino ad arrivare alla gestione delle banche centrali – dove la retorica dell’indipendenza si fondava sull’esclusione dal controllo democratico delle politiche monetarie.

Della mancanza di idee

A questo processo istituzionale si aggiungeva, poi, un lungo periodo di crisi delle idee: se la storia dello sviluppo sociale era giunta a compimento, la produzione teorica si fondava sempre più su assunti tanto inamovibili quanto, con il senno di poi, surreali. Per dirne uno, ognuno di noi veniva considerato come agente esclusivamente razionale, e venivano messe da parte scientificamente le nostre debolezze e la possibilità di errare (ah, se non è l’errore a renderci umani!)

Della mancanza di tempo

In più, la vita delle persone andava incontro a quello che, forse, può essere definito uno dei più grandi cambiamenti nella storia dell’uomo dai tempi della nascita della scrittura. La digitalizzazione, infatti, modificava sostanzialmente i processi produttivi, informativi e culturali della società. Questa rivoluzione impose la nascita di nuove abitudini e l’incompatibilità della nuova quotidianità con una militanza organizzata.

Che fare?

Ciò detto, la rinascita di una partecipazione strutturalmente diffusa e capillare potrà essere frutto solo di una complessa ricetta che, innanzitutto, abbia come ingrediente principale il primato della politica sui mercati e che consideri come condimenti imprescindibili l’aggiornamento delle prassi rispetto alle evoluzioni digitali e il finanziamento pubblico alle attività. Il fuoco potrà ardere a lungo se la legna sarà quella giusta, tuttavia, servirà una scintilla che faccia nascere dal basso una rinnovata passione. Staremo a vedere da dove arriverà.