L’ultimo (per ora) in ordine di tempo è stato il Consigliere comunale della Lega Nord di un Comune  lombardo, che nel fare riferimento a L. Segre, anziché citarla per nome,  l’ha identificata tramite il numero con cui la Senatrice a vita è stata marchiata indelebilmente ad Auschwitz.  Naturalmente, secondo un copione ormai ricorrente e prevedibile, sono seguite ondata di polemiche, poi prese di distanza dei compagni di partito e infine la ritrattazione e le scuse del responsabile. Ma episodi come questi, che vedono amministratori o esponenti di partiti della destra parlamentare (e tralasciando quindi i molto più numerosi e gravi messaggi dei militanti di movimenti dichiaratamente neofascisti) inneggiare al fascismo piuttosto che al nazismo, o in alternativa – si fa per dire –  esibirsi in dichiarazioni di contenuto razzista o antisemita, sono ormai decine dall’inizio dell’anno. Non si tratta insomma, come qualcuno vorrebbe far credere, di “casi isolati” (anche perché, molto probabilmente, per uno che si espone pubblicamente ce ne sono molti altri che tengono per sè queste convinzioni). C’è, invece, un problema molto serio nella classe dirigente della destra italiana, e per risolverlo non basta negarlo o, come è successo in occasione delle ultime elezioni amministrative, ridurlo ad una strumentalizzazione a fini elettorali da parte degli avversari politici– che magari c’è o ci può essere, ma che non sminuisce in alcun modo la questione

C’è da chiedersi, ad esempio, perché tanto la Lega (quelle attuale, non quella delle origini) quanto Fratelli d’Italia non vogliano dichiararsi apertamente e senza ambiguità antifascisti e continuino a disertare le manifestazioni del 25 aprile, che è Festa nazionale, cioè di tutti, non di un partito o di un parte politica. La motivazione addotta, e cioè che si tratta di vicende di un passato ormai morto e sepolto, fa a pugni col fatto che, come si diceva all’inizio, diversi esponenti di quello stesso ceto politico continuino al contrario a guardare con nostalgia e talvolta con ammirazione al Ventennio fascista e ai suoi protagonisti. E d’altronde, per chi conosce appena la storia italiana dell’ultimo secolo, è sorprendente che, come capita di frequente, gli esponenti della destra parlamentare non facciano seguire alla ferma riprovazione delle leggi razziali una altrettanto decisa condanna nei confronti dei militanti di Salò – talvolta anzi esaltati come “patrioti” – che furono tra l’altro i fiancheggiatori delle SS nella cattura e nella deportazione degli ebrei . Come se vietare a questi ultimi di frequentare le scuole pubbliche e di essere considerati cittadini come tutti gli altri fosse più grave che cercarli casa per casa per mandarli alle camere a gas…Certo, dietro a questa mancata condanna del fascismo c’è sicuramente un calcolo elettorale, visto che resiste nel Paese uno “zoccolo duro” di elettori neofascisti e fautori di regimi politici autoritari; ma probabilmente c’è anche un background ideologico che, ad esempio, spinge a guardare con simpatia a  leaders non certo democratici come Putin o Lukascenko.   Tutto questo, oltre che a creare non pochi problemi nel contesto nazionale, ne solleva altri, non meno seri, in quello europeo: da una parte, rendendo problematica la collaborazione con i partiti di destra di Polonia e Ungheria, vista la (comprensibilissima) ostilità di questi ultimi verso la Russia di Putin e i suoi “amici” europei; e dall’altro, creando non pochi imbarazzi nella famiglia dei partiti conservatori europei, che sono, a differenza di quelli di casa nostra, eredi di quanti combatterono con tutte le loro forze fascismo e nazismo.

Tornando in Italia, anzi a Parma, nell’agosto del prossimo anno ricorreranno i 100 anni delle Barricate, il movimento di popolo, uomini e donne, che dopo un assedio di diversi giorni respinse l’assalto delle milizie fasciste, forti di decine di migliaia di uomini in armi. Se anche i partiti cittadini di destra partecipassero alle celebrazioni per ricordare questo importante avvenimento della nostra storia cittadina sarebbe davvero un segno molto importante di condivisione dei valori e della memoria antifascista.  E – almeno stavolta – “senza se e senza ma”.