Nato da donna perché tutti i nati da donna potessero accogliere la sua prossimità e la sua solidarietà.
Gesù si fa nostro fratello e ci fa figli di Dio. Paolo usa un termine tecnico giuridico: «Perché noi ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,5b). Può apparire umiliazione, paradossalmente si apre a una dimensione positiva di libertà e di fraternità: Gesù è nato sotto la Legge per riscattare coloro che erano schiavi della Legge. Ha assunto la carne che porta in sé le conseguenze del peccato per trasformare la realtà del peccato in una logica di amore. Ed è nato da donna perché tutti i nati da donna potessero accogliere la sua prossimità e la sua solidarietà. Così si compie il mistero dell’incarnazione, che ci dona Gesù, ma che esige anche collaborazioni insostituibili: Dio ha bisogno degli uomini. «Nato da donna» presuppone una madre per nascere; «nato sotto la Legge» implica un padre «legale», che gli permetta di entrare nella dinastia messianica. Il bambino che nasceva senza padre nel mondo giudaico del tempo non aveva diritto di cittadinanza e nemmeno la facoltà di parlare in pubblico. Senza un padre  terreno, Gesù non poteva annunciare il Vangelo. Intorno alla fine del primo secolo un rabbino ritrovò a Gerusalemme una sorta di registro con l’elenco dei figli illegittimi di donne sposate (H. L. Strack – P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, I, München, Beck, 1956, 42). Dio ha bisogno di Maria e di Giuseppe per la nostra salvezzaa; e chiederà agli apostoli di continuare la sua missione salvifica nella storia. Nel salvarci, Gesù si fa nostro fratello e ci fa figli di Dio. Paolo usa un termine tecnico giuridico: «Perché noi ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,5b). La nuova realtà è dunque l’essere figli adottivi, familiari di Dio: essa fonda una relazione singolare, intima, del tutto personale con il Padre. Con un’ulteriore conseguenza: l’essere «figli» comporta il dono dello Spirito, lo Spirito di Gesù e del Padre. Il battesimo, cioè l’immersione nel Figlio, ripropone la relazione personale con Dio nel nostro cuore e ci permette di gridare: «Abbà, Padre» (v. 6). Ne segue una cristologia che è insieme soteriologia: «Il Figlio è interamente Figlio per noi!» (F. Mussner, La lettera ai Galati, Brescia, Paideia, 1987, 422). Egli nasce nella storia per noi: un evento che trasforma il mondo e segna indelebilmente la storia. Non a caso la sua nascita è divenuta uno spartiacque tra un prima e un dopo, è una novità assoluta per cui il fluire degli eventi umani si distingue tra un «prima di Cristo» e un «dopo Cristo».*** Ecco il Natale secondo Paolo. L’Apostolo non parla di grotta, di mangiatoia, di presepe, di angeli, di pastori; non fa il nome di Maria e non nomina nemmeno Giuseppe. Non c’è Betlemme, non è menzionato l’albergo in cui non c’era posto; mancano Erode, i dottori della Legge e i magi. Eppure c’è l’essenziale: la nascita del Salvatore nella carne per la nostra salvezza.

La venuta di Gesù ha posto fine al «nulla di nuovo sotto il sole» del saggio Qoèlet (Qo 1,9) e ha distrutto la sapienza degli antichi filosofi, per cui tutto si ripeteva ciclicamente con un eterno ritorno. Ora c’è la novità più grande mai rivelata nel passato, l’unica novità che conta nella storia: è la novità di Dio che assume su di sé nel Figlio, l’Emmanuele, il «Dio con noi» (Mt 1,22), la storia dell’uomo. Una storia che è un insieme di miserie e di fallimenti, intrisi di egoismo e di peccato; eppure il Signore Gesù se ne fa carico, la prende su di sé, la fa propria, la ama e, amandola, la salva. Perché si redime solo ciò che si ama davvero. Così la notte e il buio della storia e dell’uomo si fanno luce, e diventano Notte Santa.