“Se tutti vivessero come noi francesi, sarebbero necessari tre pianeti. E sei, se volessimo emulare i nostri amici americani” La citazione è tratta dall’ultimo libro di Serge Latouche, Breve storia della decrescita (Bollati Boringheri, 2021, p.40) e credo dovrebbe fare riflettere tutti coloro che sono interessati al bene dell’umanità, in primo luogo coloro che sono impegnati in campo politico e amministrativo.

Le risorse del pianeta sono limitate e questo lo sappiamo. E sappiamo anche che l’abbondanza di beni materiali nei Paesi del Nord del mondo si basa sulla povertà dei Paesi del Sud del mondo. Ci scandalizziamo per quella che Francesco, Vescovo di Roma, definisce “inequità” ma continuiamo a rafforzarne le cause. Infatti,  la “religione, della crescita”, continua a godere di amplissimo consenso, la fede nella produzione di beni materiali e nell’accumulazione senza limiti come fatto possibile e desiderabile, appare indiscutibile e quindi il concetto di decrescita è considerato blasfemo e sacrilego. È bene chiarire che decrescita non è sinonimo di recessione, di crescita negativa, di inversione della curva del PIL. Decrescere per decrescere è altrettanto assurdo che crescere per crescere.  Decrescita significa crescita della qualità della vita, dell’aria, dell’acqua, crescita di tutto ciò che la società della crescita distrugge. Significa decolonizzare l’immaginario, aspirare a un altro mondo possibile, un mondo di prosperità senza crescita, verso una civiltà dell’abbondanza frugale, verso la fuoriuscita dall’economia come realtà e discorso imperialisti. Latouche è ben consapevole che per una società della crescita non c’è niente di peggio che la decrescita, ma è proprio per questo che è necessario uscire da quel tipo di società. É inevitabile che uscire dalla società della crescita comporti grandi difficoltà e notevoli costi ma sarebbe molto molto peggio restarci. Non è molto diverso ciò che Francesco afferma per esempio nell’enciclica Laudato sì’: “Se riconosciamo il valore e la fragilità della natura, e allo stesso tempo le capacità che il Creatore ci ha dato, questo ci permette oggi di porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato. (n.78). E ancora “Si pretende così di legittimate l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. (…) L’inequità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. C’è infatti un vero ‘debito ecologico’, soprattutto tra il Nord e il Sud connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato di risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi” (n.50-51). Latouche afferma che non esiste una ricetta per uscire dalla società della crescita e che è necessario un ampio movimento d’opinione per cominciare a decostruire la “religione della crescita” che non solo è del tutto irrazionale ma comincia a diventare estremamente pericolosa anche per i popoli che finora ne hanno goduto.   Infatti, “in una crisi prolungata si assisterà a un razionamento drammatico dei beni e delle risorse, che probabilmente porterà a conflitti planetari sempre più violenti. E una situazione del genere sarebbe il brodo di coltura di movimenti fascisti e xenofobi le cui avvisaglie sono già percepibili e che nel tempo, se l’umanità sopravvivesse al crollo, porterebbero alla gestione della penuria da parte di dittature, in scenari che la fantascienza ci ha ampiamente descritto”.  (Latouche p.70). D’altro canto, Francesco scrive a proposito della scarsità di acqua: “Gli impatti ambientali potrebbero colpire miliardi di persone e d’altra parte è prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto di questo secolo” (n.31). Non so se l’utopia della civiltà dell’”abbondanza frugale”  o della “prosperità senza crescita” sia realizzabile ma penso che a livello politico e amministrativo, anche a Parma,  gli scenari delineati da Latouche e da Francesco siano da tenere ben presenti almeno per favorire scelte che promuovano limiti nell’accumulo dei beni materiali perché la vera ricchezza sta in un contesto relazionale e ambientale sano, nella consapevolezza che è possibile recuperare e riutilizzare, ridurre i rifiuti, limitare il tempo di lavoro per vivere meglio, azzerare il consumo di suolo, interrompere la spirale delle creazione artificiale di nuovi bisogni, condividere più che competere… Insomma, gradualmente, potremmo passare dall’economia del cowboy “nella quale la massimizzazione del consumo si fonda sulla depredazione e il saccheggio delle risorse naturali” all’economia della cosmonauta “per la quale la terra è un’astronave, sprovvista di riserve illimitate, sia per attingervi che per rilasciare materie inquinanti (Latouche p. 21).