Si è tenuto in questi giorni l’evento Youth4Climate, momento di ascolto delle giovani generazioni prima del vertice internazionale COP26, che dal 1994 mira ad ascoltare le opinioni da più di 196 Paesi in merito alle questioni relative al cambiamento climatico. Tutto questo, nell’ottica di trovare accordi e negoziati fra questi Paesi, ascoltando media locali ma anche membri della società civile, con l’obiettivo di virare in modo repentino da ciò che potrebbe essere un punto di non ritorno in termini ambientali e climatici. L’ascolto e il dialogo con noi giovani, in tutto questo, sono fondamentali nell’agire in modo sostenibile e di lungo periodo. In particolare, sono stati sviluppati quattro tavoli di lavoro, relativi, il primo, ad aumentare la partecipazione nazionale e locale delle nuove generazioni nei processi decisionali in merito alle tematiche climatiche, il secondo riguarda la crescita sostenibile, vista a trecentosessanta gradi, non solo in termini ambientali e sociali ma anche economici e finanziari. Inoltre, non mancano azioni, atte ad aumentare la consapevolezza presso attori non statali come la Moda, l’Arte, il Cibo e l’Imprenditorialità. Infine, nel quarto tavolo, si affrontano temi relativi all’Educazione, al ruolo della Pubblica Amministrazione e dei Media. Si capisce bene, quindi, come questi temi necessitino di un intervento congiunto fra diversi attori non solo pubblici e regolatori ma anche di mercato, economici e finanziari.
Infatti, ciò che è richiesto e si sta delineando, per certi versi soprattutto a seguito della pandemia Covid-19, è un vero cambio di paradigmi, sotto numerosissimi aspetti: partendo dal sistema produttivo ed economico, si pensi all’Industria 4.0 che garantisce elevatissima connettività di sistemi complessi, quasi rivoluzionando il sistema produttivo e dei servizi, all’analisi dati che permette in modo predittivo di ottenere informazioni riguardo a ciò che avverrà in futuro, il tutto nell’ottica di ridurre gli scarti e ogni tipologia di inefficienza. O ancora, i sistemi di sharing economy, basati sull’idea di condivisione dei mezzi e sistemi sulla base della necessità e grazie ad algoritmi di predizione della domanda, si pensi all’economia circolare, che cambia il paradigma produttivo da lineare “progetto, produzione, consumo, discarica” a “progetto, produzione, consumo, ri-progettazione…”, nell’ottica di aumentare le cosiddette materie prime seconde e dando una seconda vita a ciò che altrimenti non sarebbe più stato utilizzato. In altre parole, sta diventando centrale qualcosa che per le altre generazioni è stato, invece, marginale.
Si pensi all’attenzione e sensibilità verso l’ambiente: l’utilizzo di app che permettono il riutilizzo di vestiti o l’acquisto a minor prezzo del non venduto di panifici o ristoranti.
L’aumento della connettività, dei social network e del digitale, fa sì che possa essere data voce a chiunque disponga di tali sistemi, mostrando le opinioni e ciò che è rilevante per persone che fino a poco tempo fa erano trascurate e senza rappresentanza. È in tutto questo che diventa sempre più importante avere un approccio inclusivo e di apertura alla “diversity”, vista come punto di partenza per il confronto e la valutazione e implementazione di punti di vista diversi. Diventa, quindi, centrale e cruciale l’ascolto e la considerazione di tutte quelle comunità più vulnerabili che a causa di particolari localizzazioni geografiche o per mancanza di infrastrutture vedono in modo assai dirompente il realizzarsi del cambiamento climatico. È chiaro come tale cambiamento si noti anche nei Paesi più industrializzati o con localizzazioni geografiche e climatiche più agevolate, dove spesso, grazie alle infrastrutture o ai sistemi abitativi appaiono apparentemente meno accentuati, ma gli effetti ci sono e si vedono. Lo si nota nelle colture distrutte, negli insetti o batteri che prima non riuscivano a vivere in particolari habitat, nei pesci tropicali che nuotano nel Mediterraneo, dalle condizioni estreme in inverno ed estate e così via. Ciò che, quindi, è richiesto è prima di tutto il riconoscimento di questa realtà ambientale, sociale ed economica e poi azioni repentine che permettano un cambio di rotta. Chiaramente, tali azioni riguardano ogni livello della società, partendo prima di tutto da noi e dalle nostre abitudini quotidiane. Può sembrare irrilevante ma questo cambiamento deve partire giorno per giorno dalle nostre pratiche: la riduzione del consumo d’acqua, di plastica, di energia, puntare sull’efficientamento energetico delle abitazioni, preferire la bici o la camminata, fare attenzione alla raccolta differenziata e ogni azione, anche apparentemente irrilevante di scelta giornaliera. Tutto questo può fare la differenza se ognuno di noi, grande o piccolo che sia, ne assume consapevolezza e inizia ad agire. Per rendere il tutto sostenibile non possono venire meno le azioni aziendali mirate a ridurre gli scarti, le rimanenze, le emissioni nocive, i consumi di energia e ogni tipologia di inefficienza, oltre al maggior utilizzo di fonti rinnovabili.
Entrano proprio qui in gioco meccanismi finanziari e regolatori che mettano dei paletti d’azione o diano incentivi per l’implementazione di particolari pratiche virtuose piuttosto che altre. Non ci sono in ogni caso dubbi sul fatto che uno dei tasselli mancanti in questo enorme puzzle siano l’Innovazione e la Tecnologia, che garantiscono la scoperta di algoritmi, sistemi dai più semplici ai più complessi, di nuovi materiali, modalità di produzione, coltivazione e allevamento più sostenibili. Gli esempi sono tanti e negli ultimi anni la Ricerca e Sviluppo sta facendo tantissimi passi avanti. Tuttavia, questa non vive da sola, sono necessari fondi che garantiscano la sua continua e costante implementazione. Entrano qui in campo i Governi e le Istituzioni pubbliche o private che la finanzino.
In questa tipologia di argomenti il terreno diventa molto insidioso poiché le azioni da intraprendere sono spesso tante ma le risorse poche. Anche quando ci sono, però, è necessaria e fondamentale la competenza nel poter discernere fra le varie scelte e l’attenzione e consapevolezza delle ripercussioni che le proprie azioni possono avere, pensando a largo spettro e in ottica di lungo periodo. Non possono essere fatti passi indietro nella storia, anche perché la realtà è cambiata rispetto al passato, ma ciò che si può fare è puntare su modelli di sviluppo nuovi, paradigmi di crescita sostenibili e sistemi sociali innovativi e inclusivi, puntando sull’istruzione e sull’educazione, fondamentali all’interno della società per ridurre le disuguaglianze. Su questo bisogna puntare, senza indugi. Ci sono state tante occasioni perse ma ora non ce lo possiamo più permettere. Non si può parlare di reale crescita e sviluppo senza tenere conto degli effetti che tali azioni hanno sulle comunità più vulnerabili, non solo in termini ambientali ma anche e soprattutto sociali. Quindi, che la COP26 sia un’occasione di ascolto e di dialogo fra i Paesi, poiché l’azione di oggi sia fonte di benessere domani.