Per le migliaia di persone che in tutta Italia –e anche a Parma – hanno finalmente potuto scendere in strada per il 25 aprile dopo due anni di interruzione per colpa della pandemia, la ricorrenza della Liberazione è stata “solo” quello che deve essere: un giorno di festa e di memoria, di gratitudine e di unità nei valori fondanti la nostra Costituzione. Ma, come da (sgradevole) abitudine, una minoranza ha cercato, senza riuscirvi peraltro, di rovinare il clima di festa popolare e partecipata che caratterizza questa ricorrenza. La novità, rispetto agli anni scorsi, che il tentativo di gettare ombre sul 25 aprile non è venuto, come da tradizione, da “destra”: come noto, infatti, alcune forze politiche di quello schieramento ritengono che la Festa della Liberazione sia una ricorrenza di “parte” e che quanto accaduto dopo l’8 settembre 1943 sia stata in sostanza una guerra civile nella quale le ragioni e i torti sono quasi equamente suddivisi tra le due parti in conflitto. Tesi, questa, clamorosamente smentita dalla realtà dei fatti, come ha ben ricordato in Piazza Garibaldi lo scrittore Andrea Massina nel corso della sua commemorazione ufficiale: la Resistenza – ha affermato ricordando i gesti e le parole di “ordinario eroismo” di tante persone semplici  – non fu una scelta ma un obbligo. L’alternativa, se così si può chiamare, era infatti tra umanità e barbarie, tra libertà ed oppressione, tra vita e morte, e non tra due cause entrambe nobili e valide Stavolta, come si diceva, queste voci di dissenso non si sono praticamente sentite, complice forse la particolare realtà politica italiana e internazionale, compreso il fatto che, proprio alla vigilia del 25 aprile, l’ennesima sconfitta di M. Le Pen ha confermato che le forze politiche “nostalgiche” possono forse vincere qualche battaglia ma sono destinate inevitabilmente a perdere le guerre (in senso metaforico, almeno in questo caso)

Venendo invece, purtroppo, alle guerre vere – e in specifico all’invasione dell’Ucraina – è proprio su questo terreno che, stavolta “a sinistra”; si sono levati qua e là i distinguo, se non l’aperto dissenso, delle componenti “neutraliste” e anti-NATO presenti nel variegato panorama politico e ideologico dei partecipanti ai vari cortei della Liberazione. Sono perciò risuonate particolarmente opportune le parole del Presidente Mattarella sull’analogia tra la Resistenza italiana durante la II Guerra mondiale e l’attuale resistenza del popolo ucraino, che, proprio come allora, “una mattina si è svegliato e ha trovato l’invasor”. Su questo tema così delicato è però necessario aggiungere un’ulteriore considerazione alla forte presa di posizione del Presidente della Repubblica: il fatto, cioè, che da parte di chi, legittimamente, chiede una soluzione al conflitto diversa dalla guerra e dal riarmo si tende inspiegabilmente a negare l’esistenza stessa di una resistenza ucraina, anzi addirittura di un’Ucraina libera e indipendente, che – piaccia o non piaccia – ha deciso di non arrendersi all’invasione russa. A leggere certe dichiarazioni, infatti, sembrerebbe che quella in corso sia una guerra tra la Russia e la NATO, nella quale l’Ucraina sarebbe solo la tessera di un Risiko giocato e gestito in proprio dalle superpotenze. Il che –va aggiunto – è ancora più sorprendente se chi porta avanti questa idea è lo stesso che, qualche anno fa, difendeva il diritto all’indipendenza e all’autodeterminazione dei popoli (Vietnam, Cuba, Cile….) soffocati dalla logica della guerra fredda e della divisione del mondo tra i due grandi blocchi politico-militari. Anche contro questo ritorno (anacronistico e inaccettabile) di una possibile “spartizione a tavolino” dell’Europa – o addirittura del mondo – stanno combattendo gli ucraini, e anche senza conoscere la loro lingua non c’è bisogno di un interprete per capire che anche questa si chiama “resistenza”.