Per la nostra generazione nata dopo il Concilio è davvero molto difficile comprendere le ragioni che sostengono l’attuale situazione delle donne nella Chiesa Cattolica.

Nell’ultimo secolo l’emancipazione femminile – ma forse sarebbe più giusto parlare di cultura al femminile -ha prodotto un cambiamento antropologico profondo e capillare in tutto il pianeta, anche se più evidente nelle società occidentali. La parità di genere rappresenta oggi un valore e un obiettivo politico, sociale, educativo; in pratica non esistono più lavori per solo donne o per solo uomini, e i ruoli sono sempre più intercambiabili anche all’interno delle famiglie, con padri accudenti e madri in carriera (se occorre o se capita).

Le attuali ultime due generazioni hanno vissuto senza traumi, anzi con grande naturalezza, il progressivo ma rapido inserimento delle donne nel mondo del lavoro e più recentemente anche in ruoli apicali e di responsabilità, al punto da ritenere innaturale e anomalo non aver ancora visto una donna presidente del Consiglio o della Repubblica (ovviamente in Italia, in altre nazioni questo avviene da tempo). In molte professioni, un tempo quasi esclusivamente di competenza maschile, le donne oggi sono più numerose degli uomini (ad esempio in ambito medico).

Da circa mezzo secolo nel nostro Paese il diritto di famiglia ha previsto uguali diritti tra padre e madre, e successivamente è stata riconosciuta la bigenitorialità per la responsabilità sui figli. Anche la scienza ha documentato l’importanza della co-genitorialità e della diarchia tra i genitori al fine di educare i giovani a relazioni di genere equilibrate, paritetiche e non violente. Nel mondo del terzo settore la presenza delle donne è dominante e molte associazioni a valenza educativa, anche cattoliche come l’AGESCI, hanno nel loro statuto la parità di genere e la diarchia come principio fondante.

All’interno della Chiesa Cattolica le donne hanno da sempre un ruolo importante e riconosciuto, soprattutto negli ambiti della cura e dell’educazione; le religiose, assieme a una instancabile schiera di catechiste, rappresentano una forza insostituibile per le parrocchie e il welfare sostenuto e promosso dalla Chiesa. Esiste però un gradino oltre il quale alle donne non è consentito salire: il pulpito rimane esclusivo potere del maschio. Non ci viene in mente nessun altro ambito in cui questa discriminazione (nel senso etimologico del termine, senza alcuna intenzione di giudizio morale) è possibile e auspicata consapevolmente. Proviamo spesso imbarazzo (e a volte rabbia) nel vedere quanta ricchezza si perde nel mantenere tante donne, laiche e religiose, ai margini, affidando loro ruoli accessori e subalterni.

Cosa ostacola riconoscere che una donna possa celebrare, predicare e somministrare sacramenti al pari di un uomo? Non certamente l’attuale modello presente nella società, a tutti i livelli, dalla famiglia al mondo del lavoro. Non certamente il ‘trauma’ di ascoltare dall’ambone un commento femminile al Vangelo, anzi forse sarebbe proprio venuto il momento di ascoltare con interesse come viene interpretata e attualizzata la Parola da un punto di vista femminile (la teologia femminile è da molto tempo fertile e produttiva, anche se ancora poco valorizzata). Chi ha avuto l’occasione di ascoltare omelie e celebrazioni al femminile, ad esempio nella Chiesa Valdese e Metodista, ha sperimentato la ricchezza della religiosità trasmessa da una donna.

Il principale ostacolo al sacerdozio femminile è evidentemente legato alla tradizione: si è sempre fatto così. Viene facile osservare che per tante altre questioni e abitudini la tradizione è stata velocemente superata e modificata; pensiamo alla lingua latina, alla liturgia, al canto gregoriano, alla lettura in autonoma e in lingua volgare della Parola. Quindi la tradizione vale solo per alcuni ambiti, non per tutti. L’altro argomento è l’evidenza che Cristo e gli apostoli erano uomini; certamente in una società fortemente maschilista e patriarcale come quella in cui si sono svolte quelle vicende storiche non era possibile un ruolo significativo per una donna. Ma, appunto, è una questione di contesto storico e culturale, non di valori assoluti.

Oggi, vedere una assemblea di vescovi o anche semplicemente un presbiterio diocesano di soli uomini, per scelta a priori e non per mancanza di donne all’altezza de compito, rappresenta a nostro avviso una anomalia, quasi uno scandalo. La esclusiva presenza di ruoli apicali maschili all’interno della Chiesa Cattolica, oltre a rappresentare una situazione anacronistica e settaria rispetto a ogni altro ambito della società, rischia di sostenere quelle visioni maschiliste e patriarcali che a fatica da oltre un secolo si sta cercando di superare.

Crediamo che l’attuale sinodo possa avviare la Chiesa a camminare, senza alcuna forzatura ma con estrema serenità e lucidità, verso il riconoscimento di un ruolo paritetico tra uomini e donne ad ogni livello della sua organizzazione.