Come quei fiumi carsici che si inabissano e poi tornano impetuosamente in superficie, allo stesso modo, all’avvicinarsi di ogni elezione comunale, torna prepotentemente di moda il tema dei (presunti) torti subiti da Parma, strettamente connesso al mai sopito “orgoglio” ducale e al mito sempreverde della petite capitale. Ora, non vi è dubbio che Parma abbia avuto, per alcuni secoli, una storia profondamente diversa da quella delle città vicine – e per rendersene conto basterebbe andare in Pilotta a visitare la mostra sui Farnese: a partire dalla metà del ‘500, infatti, Parma è stata capitale di un Ducato che, con diverse denominazioni e alterne fortune, è rimasto indipendente fino all’unità d’Italia. Ma, appunto, da un secolo e mezzo a questa parte Parma è diventata un Capoluogo di provincia “come gli altri”, le cui fortune dipendono certo anche dalla sua grande tradizione e dal suo glorioso passato, ma anche – e soprattutto – dalla sua capacità di affrontare le sfide e di cogliere le opportunità del presente. Talvolta, invece, si ha l’impressione (ad esempio quando si parla di Teatro Regio o di Fiere) che basti il nome, e tutto ciò che di importante e prestigioso è ad esso collegato, per garantire automaticamente un presente glorioso e vincente rispetto ad altre realtà che – per ipotesi – beneficiano di bilanci assai più cospicui o di vantaggiose “amicizie” politiche.  In questi casi, più che continuare a rimpiangere gli “anni d’oro”, varrebbe forse la pena chiedersi cosa può fare Parma “da sola” e cosa invece può esser meglio realizzato unendo le forze con quelle di altre città più o meno vicine, anziché illudersi (e illudere) che il passato possa magicamente tornare, magari solo perché cambia il Sindaco o l’Assessore di riferimento.

Questo “complesso di superiorità” emerge poi con tutta la sua forza quando si parla di infrastrutture, sempre con l’idea, non espressa ma implicita, che quello della competizione con i territori limitrofi sia un gioco “a somma zero”.: se vinco io, perdi tu, e viceversa, mentre invece dovrebbe essere ormai chiaro che nel mondo del XXI secolo ad essere vincente è la cooperazione o, per usare un termine più di moda, la sinergia tra realtà vicine e destinate a “fare sistema” pena la loro progressiva emarginazione. Un esempio “al contrario” della validità di questo principio è quello del tanto evocato collegamento autostradale tra l’Autostrada della Cisa e l’Autobrennero: come noto, nella realizzazione di questa infrastruttura, Parma – intesa come Provincia – ha “giocato d’anticipo” completando quasi per intero il tratto di sua competenza. Ma è evidente che si tratta di un’opera praticamente inutile se si fermerà a Trecasali e non verrà realizzato il corrispondente tratto a nord del Po (ben più lungo e costoso) che però le Amministrazioni competenti potrebbero anche non voler realizzare…

E’ chiaro, insomma, che solleticare l’orgoglio “ducale”, riaprire le ferite dei torti e delle ingiustizie patiti dalla nostra città, prendersela con il “centralismo” bolognese o con i favoritismi della Regione nei confronti di Reggio Emilia, e così via, sono tutti messaggi che in campagna elettorale hanno un’indubbia efficacia. Ma, il giorno dopo le elezioni, qualunque sia l’Amministrazione che governerà la nostra città, Bologna e Reggio (e Modena e Piacenza…) saranno ancora esattamente dove erano prima. Nessun uomo è un’isola, diceva un famoso adagio di qualche secolo fa. Nemmeno se nasce, o viene a vivere, a Parma – dove, oltretutto, non c’è neanche il mare