I DIECI ANNI DI DIALOGO ECUMENICO DI PAPA FRANCESCO di Franco Ferrari

di BorgoAdmin

Questo anno, in cui ricorrono i dieci anni dall’elezione a Vescovo di Roma, offre l’occasione per fare un bilancio del pontificato di Francesco. Tra i molti temi ai quali prestare attenzione vi è indubbiamente quello relativo al dialogo ecumenico. Un percorso che la Chiesa cattolica ha intrapreso dopo il Concilio Vaticano II e che in questi sessant’anni ha conosciuto varie stagioni. Francesco pur non avendo ancora scritto un’enciclica o una lettera apostolica sul tema ha comunque composto un grande puzzle ecumenico le cui tessere sono sparse in molti documenti. E si può dire che vi sia un pensiero univoco che lo anima. Nel primo incontro con il Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani (2014), ha espresso con forza l’impegno del suo pontificato: “la ricerca della piena unità dei cristiani resta una priorità per la Chiesa cattolica ed è quindi per me una delle principali preoccupazioni quotidiane”.

Disinnescare i fondamentalismi

Francesco colloca la ricerca dell’unità della Chiesa nel contesto più ampio della dimensione sociale dell’evangelizzazione. C’è un passaggio dell’Evangeli gaudium che ci chiarisce questo aspetto. La Chiesa per adempiere al suo servizio a favore dell’umanità deve pensare ad un’evangelizzazione che implichi un “cammino di dialogo” che oggi “deve essere presente” in tre ambiti: con gli Stati, con la società, con gli “altri credenti che non fanno parte della Chiesa cattolica” (EG. 238). La costruzione di una cultura del dialogo si è rivelata in questi anni un impegno prioritario del pontificato, sia per far progredire il cammino verso l’unità visibile della Chiesa, sia per disinnescare i fondamentalismi e gli estremismi religiosi che minano la convivenza sociale.

 Camminare insieme per la promozione umana

Bergoglio, con la sua personalità, afferma una nuova modalità di dialogo caratterizzata dall’empatia dell’incontro personale, dalla concretezza della firma di impegni comuni e da gesti fortemente simbolici. Viene indicata una duplice via di reciproca fecondazione. Oggi, non è più solo il tempo di “ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio”, ora occorre “raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi” e per farsi capire Francesco esemplifica: “nel dialogo con i fratelli ortodossi, abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità” (EG, 246).Una seconda via da percorrere riguarda la dimensione sociale dell’evangelizzazione. Francesco ritiene che i cristiani delle varie confessioni possano agire e testimoniare insieme, parlando all’unanimità delle grandi sfide che essa deve affrontare: la solidarietà, la pace, l’ambiente e la giustizia.  La realizzazione di iniziative comuni di evangelizzazione sono già per il Vescovo di Roma momenti di unità: “quando camminiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi, siamo già uniti”. A dare concretezza a questa scelta sono le diverse Dichiarazioni comuni che Francesco ha sottoscritto in questi anni con anglicani, ortodossi, luterani, armeni, assiri e copti. Nelle dieci Dichiarazioni troviamo una logica unitaria: la riaffermazione, con sfumature diverse, dell’esigenza di un impegno comune per: la pace, la salvaguardia del creato, i diritti umani, la situazione dei cristiani nel Medio Oriente, la libertà religiosa, la violenza che nasce dalle religioni, le povertà, le migrazioni, le opere di misericordia. Un modello che evoca il quarto capitolo dell’Evangelii gaudium dedicato a “La dimensione sociale dell’evangelizzazione”.

Un ecumenismo mite

L’anniversario dei settant’anni di fondazione del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) dove la Chiesa cattolica è presente come osservatrice dal 1965, ha offerto a Francesco, nel 2018, l’occasione per una visita e un incontro di preghiera ecumenica. Bergoglio non è il primo Vescovo di Roma a recarsi al Cec, prima di lui vi hanno fatto visita Paolo VI, nel 1969, e Giovanni Paolo II, nel 1984, ma Francesco è il primo ad essere espressamente invitato. Una testimonianza significativa di come le Chiese riunite nel Consiglio guardano a questo pontificato. Francesco si è presentato a Ginevra, diversamente dai suoi predecessori che avevano sottolineato il loro primato, come un “pellegrino in cerca di unità e di pace” e ha presentato due concetti della sua mite visione del cammino ecumenico. «L’ecumenismo è “una grande impresa in perdita”» dirà nel discorso al termine della Preghiera ecumenica; si tratta di una perdita “evangelica”, un percorso di servizio e di donazione, senza la ricerca di interessi di parte, senza tutelare “gli interessi delle proprie comunità”. Il secondo messaggio è proposto attraverso la metafora del camminare che segna “la strada maestra di oggi” per l’unità. Ma camminare verso dove? Verso le “molteplici periferie esistenziali di oggi, per portare insieme la grazia risanante del Vangelo”. Ed ecco ritornare il tema della dimensione sociale dell’evangelizzazione come impegno comune.

 Purificare la memoria

Il cammino verso l’unità della Chiesa ha alle sue spalle una lunga conflittualità che richiede di essere superata non solo con gli accordi teologici ma anche attraverso una purificazione della memoria, soprattutto nel rapporto con le Chiese della Riforma. Una prospettiva iniziata sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI della quale Francesco raccoglie senza esitazioni i frutti. A fine ottobre del 2016 a Lund (Svezia) partecipa alla commemorazione comune luterano-cattolica della ricorrenza dei 500 anni della Riforma. Un fatto impensabile fino a pochi anni fa, un evento preparato da cinquant’anni di dialoghi e dalla convergenza su due importanti documenti: la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, nel 1999, e Dal conflitto alla Comunione, nel 2013. Quest’ultimo, pensato proprio in funzione delle commemorazioni del quinto centenario, propone una rilettura condivisa di cosa sia stata la Riforma per entrambe le parti.

Un punto di arrivo che ha trovato eco in questa affermazione della Dichiarazione congiunta: “Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati”. Non si tratta di dimenticare il passato, cosa impossibile, ma di rileggere insieme quel passato, così la memoria potrà essere purificata dai preconcetti che gli uni hanno costruito sugli altri.

L’ecumenismo del sangue

Francesco, anche per il cammino ecumenico ritorna al Concilio e al Decreto sull’ecumenismo. Agli inizi dell’Unitatis redintegratio, al n. 4, i Padri conciliari scrissero: “i cattolici con gioia riconoscano e stimino i valori veramente cristiani, […] che si trovano presso i fratelli da noi separati. […] i quali rendono testimonianza a Cristo talora sino all’effusione del sangue” Per affrontare con slancio rinnovato le sfide ecumeniche di oggi occorre valorizzare l’ecumenismo del sangue. L’ultimo esempio di questa scelta è di questi giorni. Il 10 maggio scorso, 50° anniversario dell’incontro tra Paolo VI e Shenouda III, Papa di Alessandria e Patriarca della Sede di San Marco, la delegazione copta, guidata dall’attuale papa Tawadros II è stata ricevuta in vaticano. Tawadros ha donato una reliquia dei 21 martiri copti uccisi sulla spiaggia in Libia il 21 febbraio 2015 e Francesco ha annunciato che essi verranno inseriti nel Martirologio Romano “come segno della comunione spirituale che unisce le nostre due Chiese”.

 

La diversità riconciliata

L’intensa attività ecumenica di Francesco porta a porre la domanda su quale sia l’ecumenismo al quale pensa il Vescovo di Roma. Un breve flash, che potrebbe contenere in embrione il suo programma lo troviamo in una risposta ad una lunga intervista del 2010, raccolta poi in volume: “Non ritengo che, per ora, si possa pensare all’unità piena, ma certo si può pensare ad una diversità riconciliata, il che implica un cammino da fare insieme”. Le linee guida dell’ecumenismo di Bergoglio si compongono di tre caposaldi esposti, nel 2016, durante il biennale incontro plenario con il Dicastero per l’unità dei cristiani, che collocano la meta dell’unità visibile della Chiesa in un processo da costruire.  “L’unità, prima che traguardo, è cammino, con i suoi ritmi, le sue accelerazioni, e anche le sue soste, non annulla i conflitti e non cancella i contrasti”. È necessario accostarsi al cammino con lo spirito del pellegrino perché l’unità non è “il prodotto costruito da diplomazie ecclesiastiche, ma è un dono che viene dall’alto”. Il secondo caposaldo è che la varietà delle tradizioni non sopporta l’uniformità. Nel tempo, nelle varie Chiese separate da Roma si sono sviluppate tradizioni diverse (teologiche, liturgiche, spirituali), non è pensabile sopprimerle, anzi quando queste sono “genuinamente radicate nella tradizione apostolica”, sono una ricchezza e non una minaccia per l’unità. Terzo elemento: l’unità non si fa per assorbimento. «L’unità dei cristiani non comporta un ecumenismo “in retromarcia”, per cui qualcuno dovrebbe rinnegare la propria storia di fede e neppure tollera il proselitismo, che anzi è un veleno per il cammino ecumenico». Camminare insieme, abbandonare ogni volontà di omologazione di una chiesa in un’altra e il rispetto delle diverse tradizioni sono tre elementi che consentono di creare un clima positivo e reciprocamente accogliente, che dovrebbe consentire di percorrere una nuova tappa verso l’unità.

Bergoglio sembrerebbe fare proprio il modello della “diversità riconciliata”, ponendone le premesse con le concrete linee del percorso ecumenico che sta proponendo.

 

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