Nello spirito dell’umiltà auspicato da papa Francesco quale miglior accompagnamento alla atmosfera sinodale abbiamo cercato di esprimere in questa sintesi la nostra ricognizione sul tema “Dialogare nella Chiesa e nella società”. La nostra riflessione si è mossa su due soli terreni che consideriamo prioritari.

  1. LA DONNA NELLA CHIESA E NELLA SOCIETA’ ODIERNA

Anzitutto la questione della voce delle donne: nella chiesa come nella società si impone il riconoscimento non solo dei loro diritti, ma anche la valorizzazione sincera dei loro talenti. La questione ha assunto ormai nel tempo una portata enorme:  Di fatto la chiesa (da secoli) non riesce a parlare alle donne

–  Si è andata formando una profondissima crepa che separa il sito su cui si è ritirata la chiesa cattolica rispetto al terreno concretamente vissuto dalle donne del nostro tempo

  • –  Ancora rispetto ai troppi limiti imposti dalle donne a livello economico, sociale e culturale, la parola della chiesa giunge tardiva e talvolta incerta; soltanto sul tema della violenza sulle donne finalmente è giunta una parola decisa e coraggiosa da papa Francesco
  • –  Per la coscienza femminile del nostro Paese è spesso irrilevante il messaggio della chiesa: che così oscura quello evangelico, pressochè ignorato dalle nuove generazioni (femminili e non solo) le quali hanno smarrito quella ‘precomprensione cristiana’ che almeno era radicata, nonostante tutto, nelle generazioni del passato
  • –  Il vuoto da colmare è quindi drammatico, agli occhi di chi vive immerso nella realtà secolarizzata, come i laici: la cui voce anche su questo versante è rimasta a lungo inascoltata dal clero

Ma se a livello civile i percorsi sono comunque evidenti e tracciati (sia pur tutti in salita e con evidenti ambiguità), è a livello ecclesiale che le strade sembrano restino tuttora chiuse di fatto: nonostante i tanti pronunciamenti (espressi storicamente con un ritardo plurisecolare) gli spazi restano tuttora ridotti e i canali di comunicazione insufficienti. In un clima che a noi pare onestamente ancora non favorevole.

Anche il recente riconoscimento di alcuni ministeri, per laici anche di sesso femminile, appare oltre che tardivo (anche rispetto alla concreta effettiva realtà ecclesiale) sproporzionato rispetto alle aspettative ed alle necessità obiettive. Di fatto alle donne resta assegnato generalmente un ruolo passivo e non ci si apre ad un loro ascolto ecclesiale come donne in quanto tali. La voce del clero (vescovi ma anche tanti parroci) resta contrassegnata da una evidente e inconfondibile impronta maschile (non potrebbe essere altrimenti) e spesso maschilista e/o paternalista: che, anche inconsapevolmente, si proietta nella omiletica, come nella pastorale e nella catechesi. Un grosso sforzo va quindi espresso e profuso in questa direzione: onde iniziare a generare una inversione di tendenza.

Sarò arduo: ma, dinanzi a questa “donna” -finora di fatto misconosciuta- la chiesa (fattasi ‘parte’ maschile, nonostante la presenza della spiritualità mariana tuttavia a sua volta spesso distorta e deprivata della sua valenza specifica di energia femminile) potrebbe porsi con ardore e generosità nei suoi confronti come recita il Cantico dei Cantici (2,13-14):

“ … Alzati amica mia,
mia bella e vieni presto!
O mia colomba,
che stai nelle fenditure della roccia nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole …

Ad essere chiamato in causa è evidentemente in primo luogo il vertice apicale e ministeriale della chiesa: interamente maschile: sarà capace di guardare la donna con questi occhi? Confidiamo in questa possibile conversione del cuore e preghiamo affinché possa avvenire. A tal fine, suggeriamo intanto di creare occasioni nuove, di suscitare iniziative, di predisporre specifici itinerari di rieducazione del maschio (clero e laicato): onde rimuovere presupposti culturali retaggio di una visione andro-centrica. Accanto al quale vanno previsti altresì percorsi specifici per la donna: onde favorire il suo cammino sul piano umano e spirituale, affinchè non restino soffocati in lei i doni che le consentono di annunciare in modo speciale l’inaudito e di testimoniare in pienezza la sua capacità di donazione gratuita. Si tratta di evitare nella Chiesa l’antinomia di genere (esplosa nella società e che rischia di condurre a logiche di divergenza e separazione anziché di unificazione umana); ma è necessario coltivare anche nella Chiesa una nuova antropologia duale perché non più concepita in ottica andro-centrica; quindi -a cominciare dalla catechesi e dalla pastorale- accompagnare maschi e femmine insieme, verso una convergenza (sinteticamente espressa nella parola della Bibbia ebraica: kenegdo) che corrisponda al disegno creaturale (Gn 2,20; Mc 10,9).

Ovvio che sussistono implicazioni di carattere dottrinale e canonico: che andrebbero finalmente affrontate con veracità e coraggio, rimuovendo taluni presupposti (sui quali si regge l’impalcatura ecclesiologica) ormai insostenibili a livello biologico e antropologico, prima ancora che teologico. In tal senso, l’occasione del riconoscimento del ruolo di Maria di Magdala come “apostola degli apostoli” (espresso col decreto di papa Francesco del 10 giugno 2016, nel corso del Giubileo della Misericordia) era potenzialmente formidabile; ma è finora andata sprecata: la sua festa è rimasta ai margini dell’anno liturgico e generalmente ignorata nella predicazione come nella catechesi e l’invito di papa Francesco a considerarla “modello per i credenti” è andata del tutto disattesa.

Ma soprattutto è urgente cominciare almeno a rimuovere abitudini, stili, pratiche clericali tutte improntate a un evidente maschilismo; che continua a mortificare (in senso servile come riconosciuto ed anzi denunciato da papa Francesco) le energie femminili pur attive e presenti in vari ambiti della vita ecclesiale (laiche e religiose). L’orizzonte ultimo cui traguardare dovrebbe essere quello della scomparsa di ogni preclusione nei ministeri ecclesiali in base al genere. Così che si possa giungere a dire: qual è la persona che meglio può servire la comunità nel presbiterato, episcopato, papato?

Questo percorso richiede un duplice ascolto:

– di quella Parola del Signore che nasce urgente e prepotente dall’esistenza e dalla consapevolezza di sé delle donne attualmente e dalle vicende del mondo (ove le donne hanno già mostrato di poter assumere ruoli un tempo loro esclusi);

– di una esegesi della Parola scritta che non confonda l’involucro con l’essenziale. Lo Spirito che conduce a cose non previste (cf. Gv 16,13) è già vistosamente all’opera nelle lettere di Paolo (messa in questione radicale della Legge; attivismo apostolico delle donne testimoniato in Rm 16,1-16); e negli Atti, con le aperture inedite che fanno sobbalzare Pietro e i Dodici sul tema dell’accesso diretto dei Gentili alla fede in Cristo (cf. At 17,21,1-26). Un’esegesi impropria genera una pastorale impropria.

Siamo consapevoli come un tempo, la Chiesa abbia perso la classe operaia e quale fatica poi sia stata necessaria per un riavvicinamento! Ora rischia di perdere, in blocco, le donne. È vero che tutto ci è già stato dato in Cristo e nel Battesimo e perciò siamo assolutamente tranquille e piene di gioia. Però, la Chiesa senza donne non manca forse di umanità e di bellezza?

Si è voluto rinnovare la Liturgia della Messa cambiando qualche parola. Il confinamento e la sospensione delle celebrazioni poteva essere l’occasione di una revisione radicale del modo di celebrare. Si poteva chiedere alle comunità come esprimere questo grande mistero. Si poteva far ricorso alle donne per caricare la celebrazione di un più di umanità. Questo anche senza sconvolgere l’attuale ordinamento. Per esempio, valorizzando la propensione della donna all’accoglienza: a chi dare la parola per porgere il benvenuto alla comunità, salutare le nuove presenze, chiedere degli assenti, dei malati, chiedere come è passata la settimana, evocare i fatti salienti, disporsi a volgere tutto nelle mani del Padre, attraverso il mistero che si celebrerà? Ma no, abbiamo perfino ancora presbiteri che –privi di empatia- leggono le parole introduttive scritte nel foglietto, o che direttamente dicono: “Prima di cominciare la nostra eucarestia, chiediamo perdono dei nostri peccati…”.

  1. LE RELAZIONI CON LE RELIGIONI NELLA SOCIETA’ POST- SECOLARE.

Passando al terreno del dialogo interreligioso, per la Chiesa viene necessariamente al primo posto il tema del dialogo con l’Ebraismo: come rilanciato di recente da Enzo Bianchi (Vita Pastorale 9/2021) “ i luoghi teologici di separazione tra ebrei e cristiani rappresentano la singolarità del cristianesimo”; con l’ammonizione: “noi cristiani dobbiamo vigilare molto sulle parole che usiamo quando percorriamo sentieri di interpretazione che potrebbeo ferire i fratelli ebrei”. Ebbene :

abbiamo purtroppo registrato ancora di recente, episodi negativi sotto questo profilo, in omelie di presbiteri provenienti dall’estero con funzione di parroci in diocesi. Ci chiediamo: costoro in che modo vivono il percorso compiuto a Parma e in Italia?  Inoltre, registriamo come la “giornata del dialogo ebraico – cristiano” (17 gennaio), anche se celebrata ormai da decenni, di fatto è relegata a occasione puramente estemporanea ed ignorata da gran parte delle parrocchie: non sarebbe possibile radicarla, a cominciare dalla catechesi?
Infine: allo scopo di coltivare il dialogo ebraico cristiano come terreno fertile (e non solo a livello di contatti ufficiali), perché non favorire la nascita a Parma di una ‘Amicizia ebraico – cristiana’ così da rendere permanente qualche forma di collegamento e di collaborazione?

  • Quindi ecco l’argomento dell’Islam: qui accentuato dalla annosa questione che giace irrisolta, del luogo di culto per la Comunità musulmana. Qualcosa si è fatto, grazie alla mobilitazione del Comitato Civico e del Forum Interreligioso ed anche col pronunciamento del Vescovo; ma onestamente è ben poco e sempre grazie a pochissime persone, a fronte di una inadeguata attenzione delle Istituzioni. Manca un vero fervore ed una attenzione mirata sul versante della comprensione delle altre fedi cristiane e non: la pagina ‘Fedi’ del settimanale diocesano VITA NUOVA è rimasta un ricordo ormai sepolto (anche se non dimenticato); le iniziative di sempre più numerosi docenti di IRC sono poco valorizzate e restano isolate; soprattutto a livello di nuove generazioni il tema rischia di scomparire dalla agenda (nella crescente indifferenza e nella dichiarata irrilevanza della religione per la loro vita).
    Infine, sul tema più generale del dialogo interreligioso come di quello ecumenico: le poche persone impegnate (in ambito cattolico) si sentono sole e notano l’estraneità dei luoghi ecclesiali al confronto; da anni la Commissione diocesana non è attiva. Vanno ricercate occasioni di crescita comune e di ideazione prospettica, evitando che l’invecchiamento delle persone impegnate lasci sguarnite queste frontiere essenziali, di pastorale, di testimonianza, di missionarietà, di dialogo con una società sempre più secolare e multiforme.