RAZZISMO, A CHE GIOCO GIOCHIAMO? di Riccardo Campanini

di Riccardo Campanini

“Possiamo raggiungere qualsiasi risultato solo se lavoriamo uniti”.  Chi l’ha detto? Un politico? No (di questi tempi, poi….).  Un imprenditore?  Nemmeno. A pronunciare, pochi giorni fa, questa  frase solenne  è stato il capitano della nazionale di rugby del Sudafrica subito dopo la vittoria nella Coppa del Mondo che si è appena disputata in Giappone. La cosa clamorosa, però,  è che S. Kolisi – questo il nome del capitano – è nero, come diversi suoi compagni di squadra.  Per chi non  conosce il rugby (e il Sudafrica) può sembrare un particolare secondario; ma chi (magari grazie a “Invictus”,  il bellissimo film di C. Eastwood) è un po’ più addentro a queste realtà, sa bene che in Sudafrica, ai tempi dell’apartheid, proprio il rugby era il simbolo e il catalizzatore dell’orgoglio della minoranza bianca al potere, mentre veniva disprezzato dalla maggioranza nera del paese in quanto espressione appunto dei dominatori di origine europea. Meno di 30 anni dopo tutto è cambiato: la vittoria nella Coppa del mondo è stata festeggiata da tutto il Sudafrica e nella squadra nazionale giocano atleti delle diverse etnie del “paese arcobaleno”, tanto che, come detto all’inizio, il capitano, non più appartenente all’élite bianca,  può invocarne l’unità come ingrediente fondamentale per il successo.

Più o meno nelle stesse ore, dall’altra parte del mondo e precisamente in Italia, un (sedicente) tifoso del Verona affermava che Mario Balotelli, nonostante le sue numerose partite con la nazionale azzurra, “non potrà mai essere del tutto italiano” a motivo del colore della pelle (ma allora sarebbe anche interessante sapere  quanto è italiano Balotelli: all’80%? al 50%?  O dipende forse dai gol che eventualmente farà con la Nazionale?). Ora, si potrebbe pensare di liquidare questa affermazione applicando ai tifosi dei rispettivi sport la celebre boutade  “il rugby è un sport bestiale giocato da gentiluomini e il calcio è uno sport per gentiluomini giocato da bestie”, ma sarebbe troppo semplice e comodo . Che i cosiddetti ultras del calcio non brillino mediamente per cultura e intelligenza, è un dato di fatto; ma è altrettanto vero che un sottile e impalpabile sentimento di discriminazione razziale si sta pericolosamente diffondendo nel nostro Paese, come dimostrano tanti quotidiani fatti di cronaca, la valanga di commenti a sfondo razzista sui social network,  e persino talune prese di posizione di personaggi pubblici, politici compresi. In questo preoccupante contesto non è quindi né casuale né irrilevante l’astensione in Parlamento di tutto il centro-destra sulla proposta di  istituire una Commissione contro l’odio e la discriminazione razziale.   La vera ragione di tale scelta, al di là di imbarazzate e fragili giustificazioni ufficiali, è tanto chiara quanto sconsolante: quella di non perdere i consensi e i voti dell’elettorato xenofobo, purtroppo sempre più numeroso, nella convinzione che si tratti di una minoranza sì rumorosa e visibile ma di fatto innocua e “controllabile”. Peccato che le farneticanti teorie di alcuni di questi razzisti nostrani contagino proprio coloro che dovrebbero tenerli a bada: come (limitandoci alla cronaca di questi ultimi giorni) quel Segretario comunale leghista che ha deriso L. Segre  e l’ha apostrofata come “reduce dai campi di concentramento” – come se fossa qualcosa di cui vergognarsi…-  o quell’Assessore (anche lui, guarda caso, leghista) che ha postato un’ignobile barzelletta sui “negri”.

Tornando alla frase del capitano del Sudafrica,  e applicandola alla realtà italiana, sembra che oggi vada di moda la teoria contraria, e non solo in politica: vince – così pare – chi divide tra “noi” e “loro”, chi trova o inventa nemici da combattere, chi rimarca le differenze e ne fa una ragione di identità e di orgoglio.  Ma non c’è bisogno di essere campioni del mondo per capire che con questa logica, alla prima “partita” difficile, la batosta è assicurata.

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