Quest’anno, sulla tavola del pranzo pasquale, vi sarà un ospite inatteso, silenzioso e cupo, che non saprà rispondere ai nostri sorrisi e manterrà un severo silenzio per ricordare a noi tutti – che da 70 anni a questa parte non incontriamo più a casa nostra le guerre .-  che vi sono in Europa ancora luoghi in cui si combatte e si muore. Questo “ospite inatteso” richiama a tutti noi una verità che avevamo dato per acquisita, ma che tale non era e non è. E cioè che le guerre non sono finite, Ciò non era del tutto vero, in realtà, perché “piccole guerre”, ma crudeli e sanguinose, venivano ricorrentemente combattute ancora quasi alle porte del nostro Paese (come nell’ex-Jugoslavia). Altri luoghi di guerra, dalla Siria all’Afghanistan, continuavano a costellare il mondo ma apparivano astratti e lontani, non ci coinvolgevano come forse sarebbe stato doveroso.

Quale diversità rispetto al “caso Ucraina” che invece ci ha fortemente ed anche emotivamente coinvolti? Si tratta, è vero, di nu Paese relativamente lontano, ma esiste una serie di fattori che ce lo rendono vicino: una comune tradizione europea, una religione che nella sostanza è anche la nostra, una cultura che si fonda sulle nostre stesse basi (chi potrebbe sentire lontano uno scrittore come Gogol, una delle voci più alte della cultura occidentale….). Ma ancora più che la letteratura o la musica, ci rendono l’Ucraina più vicina le tante presenze di uomini e soprattutto di donne, che sono affluite nel nostro Paese alla ricerca di un futuro migliore e che occupano nella nostra case gli spazi lasciati vuoti dalla “nostre” donne: persone che ogni anno si sobbarcano lunghi e pesanti viaggi per mantenere il contatto con quella che rimane pure sempre la loro Patria, e forse più amata perché circonfusa di malinconia (ed ora oggetto di una brutale aggressione). E’ in questo senso che gli ucraini sono fra noi, che seguiamo, sia pure da lontano, con interesse e talora con angoscia, una guerra che nessuno di loro ha voluto e dalla quale vorrebbero uscire appena possibile, E’ anche per questo che l’Occidente “non può girarsi dall’altra parte” Come un tempo il Presidente americano Kennedy riferendosi a Berlino Est, , così ciascuno di noi .potrebbe dire “Anch’io sono un ucraino”. Facciamo parte di una stessa famiglia, ci troviamo nella stessa barca europea. Il tentativo posto sciaguratamente in atto dal Presidente Putin potrebbe essere letto come una disperata ricerca di gloria e di spazi per consolidare ulteriormente quella che di fatto tende ad essere un’entità del tutto differente all’Europa: un unico “continente” con un unico Zar: quasi  una continuazione di quel modello russo già affermatosi alle fine del Medio Evo con Ivan il Terribile e che l’avvento del comunismo – pur teorico paladino di un’Internazionale “rossa” senza barriere geografiche e razziali – ha paradossalmente inverto e continuato. Stalin è stato l’emblema di quella “caccia all’Europa” che lo ha portato alle soglie di Berlino e alla periferia di Trieste; e Putin sembra voler ripercorrere la stessa strada, cioè l’annessione di un vasto e popoloso Paese destinato o ad occupare ii primo posto dei satelliti che, uno dopo l’altro, dovrebbero inchinarsi al potere assoluto di un nuovo Zar. Anche per questo il popolo italiano – come da molti segni va emergendo – ha avvertito che quella in atto in Ucraina non è una delle tante guerre che dilaniano il mondo, questa volta più vicina a noi, ma un decisivo banco di prova di un’Europa che faticosamente ha raggiunto una sostanziale unità di intenti e non può accettare la fagocitazione di un popolo che si è sempre sentito europeo e non asiatico (e che anche per questo dovrebbe avere l’onore di appartenere a pieno titoo all’Europa). Vi è da augurarsi che Putin e suoi sodali se ne rendano conto, abbandonando sanguinosi “sogni di gloria”per riprendere un sereno cammino di pace.