Non so qual uom, qual demone, qual dio rivolga tutto quanto a torto mio”  Sono parole tratte dall’opera “Le nozze di Figaro” – libretto di L. Da Ponte, musica di Mozart – rappresentata per la prima volta a Vienna nel 1786; ma, spostandoci di quasi 250 anni in avanti e di diverse centinaia di chilometri più a nord, potrebbero benissimo essere applicate alla (per lui) infelice visita di Salvini in Polonia di qualche giorno fa. L’episodio, ben noto, è quello del Sindaco di una cittadina polacca che mostra al Segretario della Lega la famigerata maglietta in cui è ritratto assieme a Vladimir Putin. Ma, appunto, lo “scivolone” polacco è solo l’ultimo di una serie di episodi negativi che sembrano davvero “rivolgere tutto quanto a torto” di Salvini: dalla citofonata del Pilastro a pochi giorni dalle Regionali emiliano-romagnole del 2020, alle candidature a raffica (tutte sonoramente bocciate) in occasione delle recenti elezioni del Presidente della Repubblica, per non citare che gli episodi più clamorosi  – se addirittura non si vuole risalire all’episodio che ha di fatto innestato questa serie di eventi negativi, ovvero l’esibizione al “Papeete” nell’estate 2019.

Sarebbe però ingeneroso, e anche comodo, attribuire solo a Salvini, e alla sua smania di essere sempre e comunque protagonista della ribalta mediatica, anche a costo di rimediare figuracce e imbarazzi, questa serie di infortuni, che, stando ai sondaggi, hanno pesato in modo significativo sul costante calo di consensi della Lega da due anni a questa parte. Questa vicenda può infatti aprire un’utile riflessione sui rapporti tra politica e comunicazione che va ben al di là delle sorti di un singolo personaggio. E’ evidente infatti che in mondo dominato dalla comunicazione “in tempo reale”, dall’onnipresenza dei social network, dalla bulimia mediatica, riuscire a trovare uno spazio significativo nel mare magnum dell’informazione è operazione complicata e difficile per chiunque, esposta com’è al rischio continuo di errori e scivoloni. Tanto che non tutti i politici hanno scelto questa strada, preferendo puntare sulla “qualità” piuttosto che sulla quantità della propria presenza mediatica. Ma è chiaro che, nel momento in cui si decide invece di investire tempo, energie (e soldi) nella comunicazione politica non stop, è poi difficile, se non impossibile, modificare sostanzialmente il modo di rapportarsi con milioni di followers, ormai abituati a ricevere tutti i giorni – anzi più volte al giorno – il “verbo” del Capo.

Eppure, senza passare per nostalgici di un tempo definitivamente passato e troppo diverso da quello di oggi, colpisce il profilo che, qualche giorno fa, il più importante quotidiano nazionale ha dedicato ad Aldo Moro nella ricorrenza del suo rapimento da parte delle Brigate Rosse: “Moro viene raccontato come l’antitesi dei politici di oggi, ossessionati dalla comunicazione e dalla velocità. Lui al contrario guardava con sospetto alle chiacchiere e alla fretta, diffidava delle esibizioni di forza, dei cambiamenti repentini”. Certo, altri tempi, altra politica, profondamente diverso il mondo di allora – e certo non migliore, vista appunto la barbara uccisione di Moro per mano dei terroristi. Eppure la sua lezione di sobrietà, mitezza, lungimiranza potrebbe –e dovrebbe – essere fatta propria anche dai politici di oggi, in un contesto indubbiamente cambiato ma che chiede loro di essere comunque all’altezza delle attese e delle sfide, sempre nuove e impreviste, portate dalla storia: non cercando quindi scorciatoie o solleticando nostalgie di un mondo “felice” che non c’è più (e probabilmente non c’è mai stato) , ma lavorando con impegno e responsabilità nella consapevolezza che, allora come oggi,“si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con le sue difficoltà.“