Anche nelle comunità della diocesi di Parma, come nelle altre diocesi italiane, è arrivato l’appello a riunirsi per riflettere sui temi del processo sinodale “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione” che culminerà nel 2023 nell’Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi. A Parma diversi gruppi sinodali si sono costituiti; alcuni sono tuttora al lavoro, altri hanno appena finito di stendere le sintesi che focalizzano problemi e offrono proposte per dare corpo a un rinnovato “camminare insieme” di battezzate e battezzati. In questo numero pubblichiamo uno stralcio del contributo realizzato dal gruppo di Parma del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) che ha dialogato sul nucleo tematico n.7 “Con le altre chiese cristiane”. I titoletti sono della redazione.

Il difficile cammino dell’ecumenismo

Il cammino ecumenico a Parma rimane esperienza di un’élite e non delle chiese nel loro insieme. Non si riesce a trasferire nelle comunità ed organizzazioni anche istituzionali delle varie chiese quanto si cerca di vivere all’interno del SAE. Alle iniziative ecumeniche c’è una scarsissima presenza dei ministri ordinati e di esponenti di altre chiese eccetto una minoranza affezionata. Nelle parrocchie raramente si danno notizie ecumeniche: probabilmente i presbiteri non sono formati ecumenicamente e l’ecumenismo è ancora ritenuto un accessorio e non una dimensione costitutiva della chiesa. Nell’Evangelii Gaudium Papa Francesco scrive che «nel dialogo con i fratelli ortodossi noi cattolici possiamo imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità» (EG, n. 246). Specialmente in questo tempo di percorso sinodale cattolico pensiamo che guardare alle prassi delle altre chiese possa aiutare cattoliche e cattolici a fare davvero un’esperienza sinodale che abbia un futuro.Tra le altre criticità notiamo che i risultati dei dialoghi teologici non sono conosciuti e recepiti, qui come altrove. Le istanze del Direttorio ecumenico non vengono osservate. Tra l’altro, a Parma non è stata ancora istituita una nuova Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo dopo che quella uscente, scaduta, non è stata più convocata da tempo. Il tempo della pandemia (…) dovrebbe anche farci assumere la consapevolezza che siamo una minoranza, collocata in una minoranza nel mondo. Essere minoranza ci dovrebbe dare meno voglia di conservare quello che abbiamo qui, ed essere più aperti alle situazioni che ci definiscono chiesa universale (cattolica). L’universalità è un progetto, non un titolo onorifico.

Purificare il linguaggio e la memoria

Vediamo un futuro in una buona disponibilità allo Spirito Santo (…). La preghiera resta un elemento importante. L’unità va perseguita e alimentata anche attraverso la reciproca conoscenza che dev’essere incrementata. Occorre prestare attenzione al linguaggio, a partire dal rapporto con gli ebrei che sconta gli effetti di secoli di antigiudaismo. Dal modo in cui noi ci atteggiamo con il Popolo dell’Alleanza mai revocata ci definiamo come chiese. Molte predicazioni e catechesi risentono ancora della teologia della sostituzione: nonostante le affermazioni di Nostra Aetate 4 e dei documenti successivi si sente ancora dire che la Nuova Alleanza ha sostituito l’Antica. Abbiamo sempre chiamato Conversione di San Paolo l’incontro di Saulo con Gesù. Lui non si è convertito, ma è rimasto un ebreo che ha creduto in Gesù Messia. Cominciamo a chiamare la festa liturgica del 25 gennaio vocazione di Paolo o rivelazione di Gesù Cristo a Paolo. Similmente sarebbe opportuno non parlare di conversione se si passa da una chiesa cristiana ad un’altra chiesa cristiana. Circa l’unità visibile, poi, sarebbe bene ispirarsi al paradigma dell’unità nella diversità. A questo proposito, Papa Francesco ritiene che le tradizioni delle varie chiese non possano essere cancellate: «Cercare di sopprimere tale diversità è andare contro lo Spirito Santo, che agisce arricchendo la comunità dei credenti con una varietà di doni». Anche le Chiese della pentarchia avevano cammini propri. Nessuno deve essere considerato lontano. Da rivedere ci sembra pure il linguaggio della Chiesa cattolica utilizzato per trasmettere i contenuti della fede in un linguaggio comprensibile alle donne e agli uomini del nostro tempo. La purificazione della memoria, modalità adottata per i 500 anni della Riforma nel rapporto cattolico-luterano, è da riprendere anche con le altre confessioni cristiane per fare progredire il cammino ecumenico. Confrontandoci sulle diverse declinazioni della sinodalità nelle chiese potremo essere aiutate e aiutati ad affrontare con consapevolezza l’itinerario verso il Sinodo dei Vescovi che coincide nell’anno pastorale 2021-22 con il primo anno del percorso sinodale della CEI.

Alcune urgenze per la Chiesa locale e la Chiesa universale

Visto che i dialoghi teologici sembrano aver dato il massimo e non si riesce ad andare oltre, forse l’attenzione alla promozione umana auspicata da Papa Francesco potrà aiutarci a comprenderci di più. Inoltre, riteniamo che occorra mettere a tema questioni come l’ospitalità eucaristica, già dibattuta da molte parti e in alcuni luoghi praticata; l’esercizio del primato petrino (cfr. Giovanni Paolo II, Ut unum sint n. 95) e la comprensione dei ministeri (cfr. Commissione luterana-cattolica sull’unità e la commemorazione comune della Riforma nel 2017, Dal conflitto alla comunione, n. 176 ss.). Infine, crediamo sia urgente una maggiore attenzione:

nella formazione iniziale e permanente dei presbiteri, ai temi e ai problemi dell’ecumenismo;

nella pastorale ordinaria, al rapporto con le Chiese sorelle presenti nel territorio, alla sensibilizzazione del Popolo di Dio in relazione alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, alla Giornata del dialogo ebraico-cristiano e alle altre iniziative ecumeniche annuali.