Già da diversi anni si assiste al progressivo declino della televisione, in particolare di quella cosiddetta “generalista”, come principale, se non esclusivo, mezzo di informazione e di intrattenimento. Tendenza, questa, ormai consolidata e molto probabilmente irreversibile, ma, che, come ogni regola, ha le sue brave eccezioni. In particolare, sono due gli avvenimenti che in Italia riescono ancora a inchiodare davanti alla TV decine di milioni di spettatori senza distinzione di età, sesso e ceto sociale: le partite della Nazionale di calcio (specie in occasioni di grandi manifestazioni come gli Europei e i Mondiali) e il Festival di Sanremo.  Sulle ragioni di questo coinvolgimento davanti alla TV di persone che abitualmente non sono interessate al calcio o alle kermesse canore gli esperti del settore hanno espresso a più riprese il loro parere: sintetizzando queste opinioni si può dire che entrambe le manifestazioni –quella sportiva e quella musicale –assumono la funzione di un ”rito” collettivo unificante in cui periodicamente gli italiani si riconoscono e si rispecchiano, al di là dunque del loro intrinseco valore di competizione calcistica o artistica. Ma se questa interpretazione è corretta, come spiegare allora i milioni di spettatori che domenica scorsa hanno seguito l’intervista di Papa Francesco su Rai 3? Paradossalmente, proprio questo dialogo con la massima autorità del cattolicesimo, a differenza degli eventi sopra ricordati, non aveva infatti niente di “rituale”, anzi si è svolta in forma colloquiale e informale, pur toccando temi importanti o talvolta anche drammatici (le stragi di migranti, l’emergenza ambientale, il dolore dei bambini). Il boom di ascolti di questa intervista è stato perciò spiegato da più parti con il bisogno di rassicurazione e di autorevolezza, specie in un momento in cui la pandemia ha scosso in profondità certezze e sicurezze, che per taluni, e in modo particolare per gli spettatori noncredenti o comunque “lontani” dalla Chiesa, ha avuto probabilmente anche il sapore della nostalgia di un’epoca e di un’età in cui tutto era più solido e stabile.

Ci si può chiedere quanto le parole del Papa abbiano realmente toccato le menti e i cuori di chi le ha ascoltate o se siano invece destinate a cadere presto nell’oblio (come avverrà fatalmente per le canzoni di Sanremo). Eppure, per una singolare coincidenza, quasi a smentire una presunta “inutilità” del magistero di Bergoglio vi è stata, nei giorni immediatamente successivi alla sua intervista televisiva, l’approvazione da parte del Parlamento italiano di alcune modifiche costituzionali che hanno introdotto tra i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi. Una decisione che, indubbiamente, recepisce una sensibilità ambientale ormai prevalente e “trasversale” rispetto alle varie culture politiche, ma che certamente è anche frutto del magistero e dell’instancabile ammonimento di Papa Francesco, a partire dalla “Laudato si”, sull’emergenza climatica e le sue drammatiche conseguenze. Del resto, l’attuale Pontefice insiste spesso sull’esigenza di “aprire processi” senza farsi prendere dall’ansia di vedere risultati immediati, dato che, per usare un’altra espressione a lui particolarmente cara, “il tempo è più importante dello spazio”. Le classifiche, i verdetti “in tempo reale”, i vincitori (e i vinti) si addicono alle partite o ai Festival canori; non certo ad una realtà – la Chiesa – che esiste da quasi 2000 anni; più antica, insomma, persino di Gianni Morandi e Orietta Berti.