Il percorso che porterà alla XVI assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si terrà nel 2023, si sta avvicinando ad alcuni importanti traguardi intermedi, che realizzeranno quell’andamento dal basso verso l’alto, e viceversa, centrale nella lettera e nello spirito della riforma del Sinodo (Episcopalis communio, 2018) varata da Francesco per coinvolgere nell’ascolto di tutti i battezzati.

Le sfide della consultazione

Per metà agosto le Conferenze episcopali nazionali dovevano far pervenire alla Segreteria generale del Sinodo la sintesi elaborata sulla base delle consultazioni nelle varie Chiese locali. Non si tratta di un’indagine demoscopica ma un interrogare il sensus fidei per capire cosa lo Spirito dice alle Chiese ed è anche per questo che gli esiti delle consultazioni vengono sottoposti ad alcuni passaggi di discernimento, che coinvolgono anche la responsabilità dei vescovi. Un primo bilancio fatto dalla Segreteria generale a metà percorso della consultazione aveva fatto emergere alcune difficoltà: “una certa sfiducia tra i laici che dubitano che il loro contributo venga realmente preso in considerazione”; “la necessità di trovare nuove modalità per la partecipazione dei giovani”; la scarsa capacità di coinvolgere “coloro che vivono ai margini” delle comunità; infine, “il disorientamento espresso da una parte del clero”. Accanto a queste difficoltà, che possiamo definire di sistema, ora stanno emergendo dalla lettura delle sintesi delle Conferenze episcopali nazionali le sfide impegnative che nemmeno il linguaggio sfumato e “diplomatico” utilizzato è riuscito a nascondere. Vengono così alla luce nel sentire delle Chiese: l’esigenza di una profonda riforma della liturgia e dei suoi linguaggi; il diaconato femminile; la crisi dell’omelia e la possibilità di affidarla ai laici; la figura e il ruolo del presbitero (formazione, celibato, …); l’attenzione al mondo Lgbt; l’ammissione all’eucarestia dei divorziati risposati; la partecipazione al potere decisionale negli organi consultivi.  Temi che sono stati anche all’attenzione del Sinodo tedesco e che già fanno gridare gli amanti della “Tradizione come reperto storico” al “contagio tedesco”.

Due tempi per elaborare l’“Instrumentum laboris”

Un secondo passaggio riguarda l’elaborazione del “Documento di lavoro” che andrà in mano a tutti i Padri sinodali e che farà da guida ai lavori del Sinodo. Uno strumento di grande importanza, che nel passato era pilotato dalla Curia romana. Ora si giungerà all’elaborazione finale attraverso due momenti. Un primo “Documento di lavoro” verrà elaborato, entro ottobre, sulla base delle sintesi pervenute a Roma dalle Conferenze episcopali di tutto il mondo. Questa prima versione verrà inviata a tutte le Conferenze episcopali e sarà sottoposta al confronto e al discernimento in Assemblee continentali per un esame a partire dalle particolarità culturali specifiche di ogni continente. Il tema dell’inculturazione dell’evangelizzazione è, infatti, emerso in modo sempre più forte a partire dai cinque sinodi continentali voluti da Giovanni Paolo II in preparazione del Grande Giubileo del 2000. Le osservazioni delle Assemblee continentali serviranno per l’elaborazione definitiva del “Documento di lavoro”, che verrà inviato ai padri sinodali nel giugno del prossimo anno. Questo percorso molto articolato e laborioso, iniziato nell’ottobre del 2021, alla fine avrà reso possibile sia l’ascolto del Popolo di Dio sia il coinvolgimento di tutti i vescovi.

La struttura sinodale della Chiesa

“Camminare insieme è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica”, aveva osservato Francesco nel discorso per la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo (1965-2015). Si può dire che è proprio per superare questa difficoltà che ora, dopo aver riformato il Sinodo, il papa chiama tutta la Chiesa ad interrogarsi sulla sua realtà costitutiva, la sinodalità. Il tema affidato al Sinodo è così definito: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. La consultazione, come abbiamo visto, ha fatto emergere un catalogo di problemi cruciali e quasi certamente non tutti potranno avere una risposta dal Sinodo, che ha il suo baricentro nella prima parte dell’enunciazione del tema affidatogli: “Per una chiesa sinodale”. Le questioni che la consultazione ha portato alla luce rimandano, in modo più o meno indiretto, agli aspetti strutturali di una Chiesa ripensata in modo sinodale. Non è un caso che la Segreteria generale del Sinodo, a fine aprile, abbia riunito i circa 60 membri delle quattro commissioni (teologica, spiritualità, metodologica, comunicazione), di cui si avvale, per un seminario di approfondimento proprio su questi punti nodali. Ne sono stati individuati cinque, ruotano tutti attorno alla partecipazione: il sensus fidei fidelium, ossia il contributo della fede del Popolo di Dio al magistero ecclesiale; la collegialità episcopale; il primato del papa in una Chiesa sinodale; la relazione tra discernimento e consenso ecclesiale; la natura consultiva o deliberativa delle assemblee sinodali.

Il nodo della partecipazione

Non è un mistero che il processo sinodale abbia incontrato e incontri difficoltà ad essere recepito; il cardinale Grech, che guida convintamente la Segreteria generale, ha dovuto difenderne l’operato dall’accusa di “voler strafare”. Il nodo sta nel processo di partecipazione. Come ha spiegato Grech ai suoi detrattori, intervenendo all’Assemblea generale della CEI nel novembre dello scorso anno: “Non è facile rendersi conto del cambio di prospettiva che questa scelta comporta: dalla sua istituzione, il Sinodo dei Vescovi è stato celebrato come un evento che riguardava la Chiesa universale, senza che le Chiese fossero coinvolte immediatamente. Gli esiti del Sinodo toccavano il corpo ecclesiale unicamente quando i pontefici promulgavano le esortazioni apostoliche post-sinodali”. La partecipazione-corresponsabilità suscita preoccupazioni e timori, come dimostra implicitamente la necessità, nell’affrontare il tema, di operare sempre il distinguo che la Chiesa non è una democrazia parlamentare. Ma come osserva il teologo Canobbio “se sinodalità vuole tradursi in decisioni in un Sinodo, il quale è una delle forme di attuazione della stessa e non ha come scopo fissare i contenuti della fede, non si potranno mettere da parte procedure mutuabili dall’esperienza delle società democratiche” (“Missione Oggi” n. 4/2022, pag. 55).  Al di là degli aspetti funzionali, la partecipazione ecclesiale ha un fondamento più profondo, essendo l’applicazione e lo sviluppo del modello conciliare di Chiesa (v. Lumen gentium) con al centro il Popolo di Dio, che ci ricorda Francesco nel suo magistero: “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito […]. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. […] Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio”. (Evangelii gaudium, 119). La consultazione appena conclusa ci sembra abbia voluto ascoltare questo “istinto della fede”; ora si vedrà come e in che contesto verranno assunte nel “Documento di lavoro” le proposte di cambiamento che sembrano provenire in modo generalizzato dalle Chiese e che riguardano aspetti fondamentali e delicati della fede e della prassi ecclesiale.