DA SANREMO A SANTA MARTA: DIO SALVI LA TV  di Riccardo Campanini

di Riccardo Campanini

Già da diversi anni si assiste al progressivo declino della televisione, in particolare di quella cosiddetta “generalista”, come principale, se non esclusivo, mezzo di informazione e di intrattenimento. Tendenza, questa, ormai consolidata e molto probabilmente irreversibile, ma, che, come ogni regola, ha le sue brave eccezioni. In particolare, sono due gli avvenimenti che in Italia riescono ancora a inchiodare davanti alla TV decine di milioni di spettatori senza distinzione di età, sesso e ceto sociale: le partite della Nazionale di calcio (specie in occasioni di grandi manifestazioni come gli Europei e i Mondiali) e il Festival di Sanremo.  Sulle ragioni di questo coinvolgimento davanti alla TV di persone che abitualmente non sono interessate al calcio o alle kermesse canore gli esperti del settore hanno espresso a più riprese il loro parere: sintetizzando queste opinioni si può dire che entrambe le manifestazioni –quella sportiva e quella musicale –assumono la funzione di un ”rito” collettivo unificante in cui periodicamente gli italiani si riconoscono e si rispecchiano, al di là dunque del loro intrinseco valore di competizione calcistica o artistica. Ma se questa interpretazione è corretta, come spiegare allora i milioni di spettatori che domenica scorsa hanno seguito l’intervista di Papa Francesco su Rai 3? Paradossalmente, proprio questo dialogo con la massima autorità del cattolicesimo, a differenza degli eventi sopra ricordati, non aveva infatti niente di “rituale”, anzi si è svolta in forma colloquiale e informale, pur toccando temi importanti o talvolta anche drammatici (le stragi di migranti, l’emergenza ambientale, il dolore dei bambini). Il boom di ascolti di questa intervista è stato perciò spiegato da più parti con il bisogno di rassicurazione e di autorevolezza, specie in un momento in cui la pandemia ha scosso in profondità certezze e sicurezze, che per taluni, e in modo particolare per gli spettatori noncredenti o comunque “lontani” dalla Chiesa, ha avuto probabilmente anche il sapore della nostalgia di un’epoca e di un’età in cui tutto era più solido e stabile.

Ci si può chiedere quanto le parole del Papa abbiano realmente toccato le menti e i cuori di chi le ha ascoltate o se siano invece destinate a cadere presto nell’oblio (come avverrà fatalmente per le canzoni di Sanremo). Eppure, per una singolare coincidenza, quasi a smentire una presunta “inutilità” del magistero di Bergoglio vi è stata, nei giorni immediatamente successivi alla sua intervista televisiva, l’approvazione da parte del Parlamento italiano di alcune modifiche costituzionali che hanno introdotto tra i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi. Una decisione che, indubbiamente, recepisce una sensibilità ambientale ormai prevalente e “trasversale” rispetto alle varie culture politiche, ma che certamente è anche frutto del magistero e dell’instancabile ammonimento di Papa Francesco, a partire dalla “Laudato si”, sull’emergenza climatica e le sue drammatiche conseguenze. Del resto, l’attuale Pontefice insiste spesso sull’esigenza di “aprire processi” senza farsi prendere dall’ansia di vedere risultati immediati, dato che, per usare un’altra espressione a lui particolarmente cara, “il tempo è più importante dello spazio”. Le classifiche, i verdetti “in tempo reale”, i vincitori (e i vinti) si addicono alle partite o ai Festival canori; non certo ad una realtà – la Chiesa – che esiste da quasi 2000 anni; più antica, insomma, persino di Gianni Morandi e Orietta Berti.

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