*L’autore è vice-presidente nazionale del MEIC (ma qui parla a titolo personale)

Le domanda a cui anche la Chiesa di Parma è stata chiamata a rispondere si possono ridurre a due:

  1. Come si realizza oggi quel camminare insieme che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo?
  2. Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere come Chiesa sinodale?

Cercherò di elaborare una prima risposta.

PREMESSA STORICO-CRITICA

La Chiesa cattolica oggi, almeno in Occidente, e certamente in Italia, ha ancora e fondamentalmente la struttura organizzativa uscita dal Concilio di Trento: è una chiesa “clericale” (dando all’aggettivo non un significato negativo, dispregiativo, ma una semplice connotazione storica e descrittiva), ossia fondata sul clero “in cura d’anime”, sul prete-parroco; e sulla “parrocchia”, felice invenzione tridentina (anche le sue origini sono più antiche). In un tempo caratterizzato, per ovvie ragioni, da scarsissima mobilità sia fisica sia sociale, in un mondo prevalentemente rurale e contadino, la chiesa e il campanile costituivano in ogni paese, in ogni villaggio, e nelle città, i riferimenti certi per tutti. Non sempre vi erano autorità civili, ma il parroco (inamovibile e stanziale) c’era sempre: fosse don Abbondio, o fosse il curato d’Ars.

Questa organizzazione territoriale della Chiesa cattolica continua ancora oggi: il clero parrocchiale continua ad essere l’ossatura fondamentale della Chiesa locale, la scarsità e l’invecchiamento del clero sono al primo posto nei pensieri dei Vescovi, dei laici, ma anche dei sindaci e di chi la chiesa la frequenta poco. La celebrazione dei sacramenti, celebrati dal prete, continua di fatto ad essere l’attività fondamentale dei preti, e dunque della Chiesa.

Tutto questo a oltre cinquant’anni dal Vaticano II, e con una società assolutamente mobile, sotto ogni punto di vista, in cui la parola “territoriale” e “stanziale” suonano antiquate, specie per le giovani generazioni cresciute a “pane ed Erasmus”; ed in cui il popolo di Dio, sul fondamento del Battesimo, chiede di essere protagonista attivo della vita della Chiesa e delle decisioni nella Chiesa, e non solo più, per la componente laicale,  “Chiesa discente”.

Dopo la Rivoluzione francese, e con l’insorgere della civiltà industriale, e la nascita di movimenti di pensiero e di azione liberali, democratici, socialisti, la Chiesa si è vieppiù caratterizzata come società gerarchica; il primato del Papa, che si afferma in modo eclatante dal punto di vista giuridico e disciplinare con Gregorio VII nell’XI secolo, ma che per secoli conviveva con un’ampia autonomia dei Vescovi (spesso soggetti alle autorità civili “cattoliche”), diventa principio fondamentale nella Chiesa otto-novecentesca, in particolare con il Vaticano I e con il Codice di diritto canonico del 1917.

Anche in questo caso, il Vaticano II ha profondamente modificato questa visione, ma nella realtà concreta, e nonostante richieste esplicite di Papi (Giovanni Paolo II) a ripensare le modalità di esercizio del primato petrino, il Papa resta legislatore e governatore della Chiesa, nelle diocesi lo è il Vescovo, nelle parrocchie il parroco –secondo un ordine gerarchico.

 

PREMESSA SUL METODO

Come dice il Papa, il tempo è superiore allo spazio, iniziare processi è più importante che occupare spazi. Non si tratta di “riformare la Chiesa” con operazioni giuridico-canonistiche, anche se queste non potranno mancare, ma iniziare percorsi, anche tra loro diversi, per cogliere quelle strade che danno nuovamente centralità al “camminare insieme” del Popolo di Dio, tralasciando invece quelle che si riveleranno poco proficue.

Provare cammini anche fra loro diversi e non coerenti, per vedere quali cammini risultano fecondi ovunque e vanno percorsi ovunque, quali sono fecondi in alcune realtà e sterili in altre, quali invece si rivelano vicoli ciechi.

Perciò le proposte che verranno fatte non sono proposte di “ricette” per una “nouvelle cuisine” ecclesiale, ma quasi degli Holzwege, dei sentieri nel bosco che possono portarci a delle luminose radure, o invece rivelarsi dei giri viziosi.

Ricordando però un altro ammonimento del Papa: il fatto che sia sempre fatto in un certo modo non vuol dire che quel modo è giusto (senza dimenticare che magari “sempre” vuol dire un secolo o quattro secoli…)

Infine, le riflessioni che seguono non si riferiscono specificamente alla Chiesa di Parma, quanto alla Chiesa italiana, ma prendono spunto dalla realtà della Chiesa di Parma.

 

  • CHI DECIDE NELLA CHIESA? COME SI PERVIENE ALLE DECISIONI NELLA CHIESA?

L’ultima parola spetta alla Vescovo, o al parroco… Ma le parole che precedono l’ultima? Chi pronuncia queste parole? Dove le può pronunciare? Chi le ascolta? Chi le raccoglie? Come cogliere se vi è un consensus plebis? Come esercitare l’arte del discernimento?

Occorre provare e trovare strade, anche diverse.

È possibile pensare ad un OBBLIGO di riunire i consigli pastorali delle nuove parrocchie e quello diocesano 4 volte l’anno, in cui chi guida la comunità pone domande o fa proposte, e che il consiglio debba co-decidere insieme a chi guida la comunità? Fatta sempre salva ovviamente la riserva del Vescovo, un suo “non possumus”.

I capitoli degli ordini religiosi si riuniscono, discutono, votano, eleggono i superiori, decidono. Il superiore pro tempore applica – certo in modo anche creativo – le scelte del capitolo. È una prassi democratica? Sì, ma molto molto più antica delle moderne democrazie… QUOD OMNES TANGIT AB OMNIBUS APPROBARI DEBET.

Consigli pastorali, consulte, commissioni … hanno un senso solo se possono dire la loro parola sulle grandi questioni della vita della Chiesa, e se dalle loro parole, dalle loro proposte discendono decisioni conseguenti.

  • MINISTRI ORDINATI E ISTITUITI

Meglio avere presbiteri provenienti dai 5 continenti o modificare la vita liturgica e pastorale delle comunità?

Perché ci lamentiamo della scarsità del clero (già lo faceva mons. Colli nel 1937…) e non ci lamentiamo della scarsità di diaconi, lettori/lettrici, accoliti/e, catechisti/e … e anche di sposi cristiani? La “chiamata” ad esercitare un ministero ordinato, istituito, di fatto, temporaneo… avviene SOLO mediante una (presunta) illuminazione interiore, come Paolo verso Damasco? Ovvero attraverso la chiamata della comunità, i suggerimenti di altri cristiani, del Vescovo, dei presbiteri, dei diaconi, che chiamano, pro-vocano, invitano? Come Gesù con i dodici o i settantadue, come Paolo con Apollo, Tito, Timoteo, Aquila e Priscilla….

Non sarebbe opportuno aprire una riflessione sul tema – che tocchi anche il tema del celibato obbligatorio per i presbiteri, come ha fatto recentemente li gesuita cardinale arcivescovo di Lussemburgo, relatore appunto al prossimo Sinodo dei Vescovi – non un cardinale qualunque?

Ancora oggi, ci sono troppe mansioni di fatto proprie del prete-parroco, e poche mansioni ordinarie e importanti di diaconi, lettori, ecc.

Ad esempio, le esequie (che di per sé NON sono un sacramento), i matrimoni, i battesimi… non è necessario celebrarli insieme all’eucaristia, sono sacramenti che hanno una loro specificità – il Battesimo poi è il primo dei sacramenti!

Possono celebrarlo anche diaconi o ministri… il matrimonio poi, come si sa, è celebrato dagli sposi – per “assistere” e benedire gli anelli non è necessario sempre il presbitero…. Un diacono, o forse anche un membro della comunità debitamente e canonicamente autorizzato (per gli aspetti civilistici) può assistere alle nozze.

  • CHI GUIDA LA COMUNITA’?

Dal Concilio di Trento (che ha “inventato” la parrocchia) il prete è parroco (non sempre, ma quasi sempre), e comunque il parroco è prete.

Chi presiede la mensa eucaristica presiede la parrocchia. Comunità eucaristica e comunità parrocchiale territoriale di fatto coincidono (vero, ci sono santuari, ordini religiosi, confraternite, ma l’organizzazione della Chiesa cattolica post tridentina si regge sulla parrocchia, sul campanile, sul parroco, da don Abbondio al curato d’Ars…).

Questo modello è ancora valido sempre e dovunque? Quando parliamo di “nuove parrocchie”, intendiamo delle parrocchie davvero “nuove” o solo la somma delle parrocchie precedenti?

È possibile immaginare, in qualche realtà, una guida della comunità NON affidata al presbitero ma ad un diacono, ad una coppia di sposi (il matrimonio è un sacramento tanto quanto l’ordine) – e magari alla coppia in cui lui è diacono, ad una équipe di quattro-cinque persone, donne e uomini? Una sorta di “ministero del pastorato”, della guida di una comunità, senza che debba per forza essere un maschio. (Se una donna guida la Comunità Europea, una donna potrà pur guidare una parrocchia… o pensiamo che lo Spirito Santo sia sessista?). Sempre fatta salva la presenza di un consiglio pastorale, come al punto precedente.

Così i presbiteri possono dedicarsi a ciò che è specifico, ossia le celebrazione dei sacramenti  (eucaristia in primis, sacramento della riconciliazione, unzione degli infermi), e poi ad attività “spirituali” in senso lato  (ritiri per gruppi, direzione spirituale, incontri personali con “lontani”), e anche avere tempo per la propria vita personale – spirituale, senza dover pensare ai tanti aspetti pastorali, giuridici, economici della comunità. Presbitero come parte della comunità, magari di più comunità, a servizio delle comunità, e non come unico referente-capo-factotum ….

4) LA CHIESA È ANCORA E SEMPRE LA PARROCCHIA – PARA’-OIKIA, presso le case?

Nell’era della mobilità reale e virtuale, in cui possiamo partecipare a distanza (fusi orari permettendo) a conferenze o riunioni con persone di Melbourne o di New York, la territorialità estrema delle parrocchie ha ancora un senso? Sino al civico 33 parrocchia X, dal civico 35 parrocchia Y, spesso con confini risalenti magari all’epoca farnesiana….

La mobilità sociale/virtuale, specialmente dei giovani, è imparagonabile con quella dei tempi del Concilio di Trento, dove l’80% della popolazione europea non si spostava, nella propria vita, più di 20 km dal villaggio natio, e magari solo per sposarsi.

Oggi “la mia casa or è dove si vive”, fra università, master, Erasmus, trasferte di lavoro, contratti a termine….. Vanno pensate forme di comunità cristiane non territoriali, non “parrocchiali”, in cui la spesso forzata rinuncia alla celebrazione eucaristica e liturgica possa essere degnamente sostituita da altre forme di vita ecclesiale, tutte da inventare.

(Ma sarebbe forse anche opportuna una drastica riduzione delle parrocchie anche dal punto di vista giuridico; sempre Colli nel 1937 si lamentava che a Parma le parrocchie fossero troppe, tanto da non riuscire ad avere un parroco per ciascuna di esse…)

  • LA PAROLA AL POPOLO DI DIO: L’OMELIA

Già da tempo, qua e là, in modi occasionali, capita che semplici battezzati, donne e uomini, tengano l’omelia, o parlino durante l’omelia.

Senza arrivare a tanto in modo sistematico, ed in attesa di avere liturgie in cui il popolo di Dio sia davvero “celebrante attivo” e non solo ripetitore passivo di parole che spesso nemmeno sono comprese (“della stessa sostanza del Padre”, che traduce il greco ousìa … di aristotelica memoria) – in attesa di questo, e magari cominciando e continuando  a sperimentare liturgie (magari liturgie della Parola) meno ingessate, è possibile che il presbitero che tiene l’omelia (di solito, il prete parroco), la prepari insieme ad un piccolo gruppo – magari diverso ? Anche fermandosi dopo le messe feriali con quei non molti fedeli che partecipano all’eucaristia, o con genitori di bambini del catechismo, anche se scarsamente praticanti…