Per una chiesa “in uscita”

 

Presidenza diocesana di Azione Cattolica

 

Questo contributo di riflessione, che l’Azione Cattolica Diocesana vuole condividere con tutta la Chiesa di Parma è un testo scritto a più mani. Esso compendia le considerazioni raccolte e confrontate tra i propri aderenti e nei propri organismi rappresentativi (Presidenza, Consiglio diocesano, équipes di settore).

Nella inevitabile parzialità rispetto la complessità dell’argomento, speriamo con le riflessioni offerte di poter contribuire, in qualche misura, a rendere il cammino della nostra comunità sempre più coerente alla via indicata da Cristo, sulle tracce del magistero di Papa Francesco, e tutti noi sempre più “credenti credibili”, riconoscibili nello spezzare il pane con le sorelle e i fratelli che il Signore pone sul nostro sentiero.

 

Premessa

Le questioni poste in ordine al percorso sinodale diocesano per individuare “Snodi e prospettive per rinnovare il volto della Chiesa” richiedono, a nostro avviso, una riflessione preliminare verso quale idea di Chiesa locale vogliamo indirizzare le nostre considerazioni, i nostri progetti, le nostre azioni.

Quale Chiesa, quali Parrocchie: alcune domande preliminari

Le nostre parrocchie rappresentano ancora una articolazione adeguata ai cambiamenti intervenuti nelle persone e nelle dinamiche sociali dei nostri tempi, dei nostri territori?

Il modo di concepire la loro funzione, così come siamo abituati, è ancora adeguato alla loro missione?

Nella vita del quartiere/paese, è ancora centrale l’idea di una Parrocchia catalizzatrice di ogni attività, perché nella scansione naturale delle varie fasi della vita, ci sono passaggi “obbligati” (battesimo, comunione, cresima, matrimonio, funerale), per le quali dobbiamo essere preparati a fornire “servizi” adeguati?

Soprattutto nelle realtà urbane, abbiamo consapevolezza del fatto che «non viviamo più in una società ‘cristiana’» e che, pertanto, la funzione evangelizzatrice delle nostre parrocchie deve assumere una connotazione essenzialmente missionaria?

Poiché non sono più i tempi di una pastorale “per convocazione”, ma non ci sarà nessuna pastorale se non per “adesione”, per “condivisione”, come aprirsi a questa attuale prospettiva pastorale?

Immaginiamo una Parrocchia aperta, «in uscita», «ospedale da campo», come evocata da papa Francesco, o una sorte di enclave che si preoccupa essenzialmente del benessere spirituale dei suoi “fedeli” e di preservarli dalle insidie del mondo?

Come possiamo fare sì che quelle di Papa Francesco non restino immagini suggestive, slogan accattivanti ma sostanzialmente privi di seguito, se non ci poniamo in un’ottica completamente diversa da quella a cui siamo abituati?

Il tema della evangelizzazione riguarda tutti, anche quelli che non entrano mai nel sagrato della chiesa o possiamo noi decidere dove seminare e dove non vale più la pena farlo, perché il terreno è arido e sassoso?

Partiamo dal presupposto che il “popolo” che ci è affidato non è solo quello che sta sempre all’ombra del campanile, ma quello molto, molto più numeroso, che è là fuori e che noi rischiamo di non vedere (oltre che di non essere visti)? Ci poniamo nella prospettiva di “uscire” nelle “nostre” periferie e di là guardare verso il campanile, chiedendoci che cosa vorremmo sentire dal suono di quelle campane?

L’evangelizzazione in chiave missionaria ha come presupposto la capacità di relazionarsi con le persone sui temi che possono essere terreno di comune interesse, a partire dalle famiglie. Ma ulteriore presupposto di questa capacità è la disponibilità a “contaminarsi” con la realtà sociale in cui viviamo e operiamo, rifuggendo la tentazione di rinchiuderci in noi stessi per il timore degli “altri”, come i discepoli smarriti dopo la Croce, ancora incapaci di credere alla Resurrezione.

Oggi più che mai sarebbe il momento di cambiare il passo, di non accontentarci di rimanere sulla difensiva, frenati in una pastorale di semplice conservazione.

Sarebbe lungo l’elenco dei riferimenti al magistero di papa Francesco, dalla “Evangelii Gaudium” in poi. Ci sembra utile citare solo alcuni passaggi della “Christus vivit”, riferiti ai giovani, ma che possiamo considerare universalmente applicabili ad ogni età:

«Specialmente con i giovani che non sono cresciuti in famiglie o istituzioni cristiane, e sono in un cammino di lenta maturazione, dobbiamo stimolare il bene possibile. Cristo ci ha avvertito di non pretendere che tutto sia solo grano (cfr Mt 13,24–30). A volte, per pretendere una pastorale giovanile asettica, pura, caratterizzata da idee astratte, lontana dal mondo e preservata da ogni macchia, riduciamo il Vangelo a una proposta insipida, incomprensibile, lontana, separata dalle culture giovanili e adatta solo ad un’élite giovanile cristiana che si sente diversa, ma che in realtà galleggia in un isolamento senza vita né fecondità. Così, insieme alla zizzania che rifiutiamo, sradichiamo o soffochiamo migliaia di germogli che cercano di crescere in mezzo ai limiti». (n. 232)

Concentrarsi sul come possiamo incamminarci sulla via di una “Chiesa in uscita” significa, anche, avere il coraggio di guardare oltre le aule del catechismo, oltre il cortile dell’oratorio e più in là del sagrato della chiesa, certamente senza dimenticare la ricchezza di quanto di buono e di positivo è nato in quei luoghi e da quei luoghi possiamo continuare a condividere, per fare di essi un’esperienza di conversione missionaria.

 

Partendo da queste riflessioni di fondo, affrontiamo solo alcuni aspetti che ci sembrano particolarmente sensibili:

1 – Le relazioni e la solidarietà

2 – La chiesa nelle case. Le famiglie

3 – Spiritualità

4 – Nuove ministerialità

 

1 – Le relazioni e la solidarietà

Mettere al centro la relazione significa restare in costante movimento verso l’altro sempre in cambiamento. Questo comporta mettere in conto attività programmate e rinnovate a seconda delle necessità che l’altro vive. Fatto che richiede: intenzionalità, apertura, disponibilità, ascolto, comunicazione costante con le singole realtà, all’insegna del coinvolgimento e della condivisione.

A volte, nelle celebrazioni, in tempo di pandemia, è emersa la voglia di “mettersi in gioco”, collaborare e farsi carico del servizio liturgico o caritativo. Questo coinvolgimento ha anche ri-creato e acceso molte relazioni, prima un po’ troppo ‘formali’, ora solidali nell’aiuto alla comunità.

Possiamo riconoscere che troppo spesso ci siamo concentrati sui “praticanti”. Durante la pandemia, nel tempo in cui siamo tutti diventati “non praticanti”, a motivo della mancanza di qualsiasi celebrazione, ci siamo accorti di tanti “credenti non praticanti”? Li abbiamo interpellati, cercati, conosciuti?

Questa situazione ci ha rivelato l’importanza di accogliere le varie forme di adesione alla fede cristiana che si presentano con diversi gradi di consapevolezza ma con uguale dignità, partendo dal presupposto che ciascuno ha la sua via, ciascuno ha il suo passo e che il Signore è paziente e aspetta tutti, senza pesare chi arriva in vigna alle sei del mattino o alle cinque del pomeriggio.

Non dobbiamo aspettare che le persone vadano verso la parrocchia – stupendoci o rammaricandoci se non lo fanno – ma prendere l’iniziativa. Un modo è quello di creare alleanze, prima di tutto all’interno delle nostre stesse comunità (per non ridurle, come non di rado, a semplici “condomini”); cucire e rinforzare legami con altre realtà: associazioni, movimenti, non solo quelli più “vicini”, ma anche altri più inaspettati.

Un altro modo è metterci in ascolto e a servizio delle persone bisognose, dei quartieri, delle comunità.

Riteniamo quindi importante valorizzare, nelle comunità, le persone che creano relazione:

  • persone che tengono legami con i malati, gli esclusi, gli stranieri, i poveri;
  • incaricati della pastorale giovanile e che operano nelle realtà giovanili (scuola, sport…);
  • incaricati Caritas che creano relazione con le famiglie e con le istituzioni che si occupano di chi ha più bisogno;
  • varie forme di volontariato che operano sul territorio;
  • persone che sono impegnate nelle istituzioni, nella gestione del bene comune (politica, sindacati…)

 

2 – La chiesa nelle case. Le famiglie.

Quali sono i nostri ‘modelli’ di famiglia? Quanta parte del mondo riconducibile all’ambito affettivo-familiare non stiamo accogliendo, come singoli e come comunità?

Occorre uno sguardo concreto sulle famiglie di oggi: famiglie nuove, che spesso ci sono invisibili; famiglie in difficoltà, che nella incertezza di una situazione di precarietà, scelgono la via del richiudersi in se stesse; famiglie di fatto che per motivi diversi – non necessariamente ideologici – rifiutano qualsiasi tipo di unione codificata; famiglie segnate da separazioni spesso traumatiche e devastanti.

La famiglia da sempre dovrebbe essere il primo luogo di trasmissione della fede, oggi ne capiamo maggiormente l’importanza, ma non può essere lasciata sola e va ripensato anche il legame con la comunità.

L’esperienza della pandemia, insieme alle difficoltà procurate all’esercizio pastorale, ha portato alla luce anche opportunità che portano alla riflessione circa la necessità di valorizzare tutto quello che è nato nelle case. In famiglia, mai come in questo periodo, sono fiorite cose molto belle.

Forse dovremmo interrogarci su cosa potrebbe voler dire impostare una pastorale a partire dalle famiglie (i loro orari, le loro fatiche, la loro varietà, il loro essere…), come mettere al centro l’educazione alla preghiera e all’incontro con la Parola di Dio da vivere in famiglia.

Questo discorso ha a che fare anche con l’Iniziazione cristiana, che è momento missionario, di incontro reale con le famiglie, ognuno con il suo vissuto.

Dobbiamo essere consapevoli che sempre di più la fede cristiana, già oggi di fatto minoritaria, sarà un’esperienza a cui si aderirà per scelta e non per tradizione, e questa considerazione sollecita qualche riflessione particolare:

  • Non sembra più adeguata una pastorale concentrata sull’infanzia e sulla preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. Si dovrebbe privilegiare piuttosto una pastorale che cura “adulti giovani” con particolare attenzione a quella fascia che ha appena costituito una famiglia (formalizzata o meno da un matrimonio), che ha figli e che è meno legata a un cristianesimo di tradizione, ancora vivo invece nelle fasce più anziane. Ciò si può concretizzare nell’attuazione di momenti di convivialità, amicizia, formazione e preghiera, in cui questi “adulti giovani” si sentano chiamati ad essere protagonisti.
  • I sacramenti dell’iniziazione cristiana dovrebbero essere concepiti in prospettiva “mistagogica”, come momenti di partenza, di inizio della vita cristiana e non come momenti di approdo. Per questo potrebbero essere anticipati: l’apertura al religioso è molto più forte e spontanea nell’infanzia che nella preadolescenza e adolescenza. Appare, inoltre, opportuno valutare se unire in un’unica celebrazione Cresima e Prima Comunione, presentando l’attuale scansione molti problemi, sia sul versante teologico che liturgico.
  • Sul tema della iniziazione cristiana e i sacramenti, va sottolineata l’importanza che il tutto venga inquadrato in un “progetto” che non sia semplicemente l’erogazione di un servizio religioso (si torna al concetto della Parrocchia come “fornitrice di servizi”), ma che sappia cogliere le tante opportunità che, per la ricchezza delle relazioni che può dar vita con i ragazzi e le famiglie, questo percorso può prospetticamente generare.

E in questa logica riteniamo di poter sottolineare ulteriormente il senso di una rinnovata valorizzazione, nelle nostre comunità, della presenza di associazioni, come l’Azione Cattolica e l’Agesci, che offrono un progetto che si propone di accompagnare la “vita” delle persone, senza “traguardi” da raggiungere, senza soluzione di continuità nel loro percorso di fede.

 

3 – Spiritualità

Questo lungo tempo della pandemia ci ha ulteriormente dimostrato come ci sia, oggi, una richiesta diffusa di spiritualità; ma non sempre come Chiesa siamo in grado di dare le risposte adeguate. Non c’è solo una domanda di Dio, ma di senso: è una domanda che spesso non viene posta, o viene vissuta e interpretata più con fatica che con speranza e pazienza. Come possiamo accogliere le preoccupazioni di chi “non ce la fa più” e coltivare la speranza?

Nella ‘tempesta’ sappiamo scoprire il bene e il nuovo? Durante la pandemia si sono fatte scelte di ritorno all’essenziale che non vanno disperse e in questo abbiamo bisogno dell’aiuto di laici e presbiteri ‘bravi’ per condurci ad una riflessione e a momenti di forte spiritualità.

La preghiera domestica (preghiera nelle case) riporta a una sfera più “intima” della preghiera, a una scelta di tempo e di spazio dedicati all’ascolto, alla parola, al silenzio: come portare, raccontare queste esperienze forti, nuove o riscoperte, nella comunità? Condividere il “buono” può portare il “bene”? Può essere educazione alla preghiera?

Sembra opportuno cercare di armonizzare la dimensione celebrativa comunitaria della Santa Messa e la preghiera personale e familiare: forse occorre anche ripensare le nostre celebrazioni affinché siano più accoglienti verso le famiglie.

 

Riscoprire che la comunità cristiana è chiamata a riunirsi nel giorno del Signore ci chiama a verificare se questo può e deve avvenire anche se per qualche motivo è assente il presbitero, perché è sempre possibile convocare l’assemblea e spezzare il pane della Parola. Tali considerazioni nascono anche dalla consapevolezza che, nella Chiesa, ogni battezzato partecipa al sacerdozio, alla regalità e alla profezia di Cristo. Una riscoperta che riteniamo dovrebbe andare oltre, e superare, la mera esigenza funzionale, dettata dalla contingente pandemia e/o dalla crescente carenza di presbiteri.

Cercando di valorizzare tutta la ricchezza della liturgia, sembra utile anche ripensare alle celebrazioni dei sacramenti, o sacramentali, in genere inseriti nella celebrazione Eucaristica (matrimoni, battesimi, esequie).

A proposito del momento del lutto, si propone di curare anche i momenti di preghiera che tradizionalmente precedono le esequie vere e proprie (“il rosario”), cogliendo l’opportunità unica di annunciare il Vangelo a chi in chiesa non mette mai piede se non per partecipare al lutto di persone care. In ogni parrocchia ci potrebbe essere un gruppetto di persone che si occupa di questi momenti.

 

Anche questa riflessione si lega al discorso delle relazioni e della solidarietà, che toccano e plasmano la spiritualità, invitandola a incarnarsi e rinnovarsi. È come ricominciare da capo: nella consapevolezza dell’importanza dell’accompagnamento e del rispetto; nel condividere i fondamentali della preghiera; nel parlare con le persone con la giusta delicatezza; nell’ascolto e nella contemplazione della Parola che passa nella vita.

 

4 – Nuove ministerialità

Oggi diventa fondamentale mettere al centro la realtà della Chiesa come Popolo di Dio: per il Battesimo tutti siamo chiamati a essere partecipi e corresponsabili nella Chiesa come in ogni comunità.

Per questo diventa sempre più importante interrogarsi su come rivitalizzare gli organismi di partecipazione e renderli rilevanti nella vita della comunità, perché siano un luogo reale di confronto e corresponsabilità.

Le nostre comunità sono chiamate a interrogarsi sul proprio essere Chiesa e il mondo in cui viviamo per individuare la missione che ci aspetta. E, a partire dalla missione, suscitare le risposte (anche ministeriali) che vogliamo mettere in campo.

In questo percorso occorre superare una ministerialità e rappresentatività ecclesiale legata quasi esclusivamente al prete e al clero per aprirsi a una logica della testimonianza: essere discepoli e testimoni del Vangelo, nel nostro tempo e nei nostri luoghi, nelle nostre città, testimoniare nella cultura, nell’impegno per la «casa comune»; nella politica (quella con la “P” maiuscola). Non c’è solo la ministerialità di chi fa il catechista o di chi lavora in campo intra-ecclesiale.

Nella nostra diocesi da tempo si parla di “Servizio ministeriale” e diverse ne sono le attuazioni. Riteniamo auspicabile, assieme a una verifica del suo rapporto con il Consiglio Pastorale, la sua valorizzazione come gruppo di fedeli che condivide con il presbitero (o i presbiteri) preoccupazioni, emozioni, idee e soprattutto amicizia, per realizzare insieme il servizio al Vangelo. Un tale gruppo dovrebbe scegliere tempi di preghiera, di ascolto della Parola, di lettura delle situazioni perché la sensibilità, le competenze, i doni di ciascuno e ciascuna si possano confrontare e reciprocamente arricchire.

Nella stessa linea riteniamo che le innovative esperienze di affidamento della comunità parrocchiale a religiose realizzate nella nostra diocesi vadano valorizzate e sostenute. E’ possibile superare la motivazione addotta per affidare parrocchie a persone non insignite dell’ordine sacro, cioè “a motivo della scarsità di sacerdoti”, che rischia di essere riduttiva, a favore invece di una realtà più profonda: “a motivo della ricchezza dei doni che lo Spirito elargisce alla sua comunità”. Partendo da questo presupposto, la percezione e le conseguenze sarebbero certamente diverse e anche più arricchenti.

La formazione degli adulti dovrà servire a condividere e approfondire l’esperienza di fede e, soprattutto, a tradurla in testimonianza coraggiosa e concreta nelle ordinarie situazioni di vita; questo per aiutarci a tornare all’essenziale del Vangelo e alla libertà di declinarlo con estrema concretezza nel mondo di oggi, nei luoghi di lavoro, vacanza, vicinato, social media. Il magistero di Francesco, così attento alle questioni cruciali che toccano l’umanità – riscaldamento climatico, ecologia integrale, sistema economico, nonviolenza, fratellanza universale – spinge con forza in questa direzione. Qui sarà prezioso soprattutto il contributo di laiche e laici la cui competenza e autorevolezza andrà riconosciuta e valorizzata, in piena comunione con presbiteri, vescovi, religiose e religiosi.

Il Nuovo Assetto Diocesano può essere uno strumento valido ed utile, ma senza una chiara definizione della nostra “missione”, potrebbe risultare uno strumento solo organizzativo, che ne limiterebbe finalità e contenuto.

Senza dimenticare gli aspetti giuridici, si avverte l’esigenza di una chiara definizione delle competenze e della “gerarchia” degli organismi partecipativi, in cui il primato della pastorale sia, comunque, prevalente rispetto agli aspetti economico/gestionali, perché questi siano strumenti funzionali, e non condizionanti, della prima. Ma soprattutto, crediamo che sarebbe opportuno approfondire la riflessione sulla figura del “legale rappresentante” individuabile ora solo nel presbitero/parroco.

Qualificare il ruolo del presbitero come guida pastorale e spirituale della parrocchia (in comunione e con l’ausilio delle altre forme di ministerialità, anche laicali), sollevandolo dalle diverse incombenze, e assegnare alla comunità una più precisa e diretta responsabilità della gestione funzionale/economica, pur sempre in comunione e coerenza con gli indirizzi pastorali, potrebbe essere una via, non solo per sopperire alla carenza di vocazioni presbiterali, ma principalmente per rendere più consapevole, coinvolta e responsabile l’intera comunità ecclesiale.

 

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Viviamo la consapevolezza che siamo all’interno di un processo fatto di voci diverse, ma che sono convergenti nel desiderio di trasmettere quanto più di tutto ci accomuna: la fedeltà e l’amore per la nostra Chiesa e la gratitudine al Signore per il dono che ce ne fa.

Siamo così sollecitati ad un “cammino insieme”, con il massimo dell’apertura nella ricerca, umile e creativa, di strade da percorrere, unito all’esercizio, affettuoso e intelligente, della responsabilità, nella crescita e nel riconoscimento reciproco dei carismi.

“Riceverete forza dallo Spirito Santo” (At 1,8): fiduciosi in questa promessa di Gesù Risorto ai suoi discepoli, guardiamo al futuro della Chiesa e della sua testimonianza, e sappiamo di non essere soli in questo percorso, che non è solo opera di uomini ma parte della sollecitudine di Dio.

 

 

Parma, 22 maggio 2021

I firmatari hanno contribuito alla stesura del documento della Presidenza diocesana dell’Azione Cattolica. Per questo, alcune idee si trovano in entrambi i testi.