• febbraio 2022. Verbale dell’incontro del gruppo “Le Sante Lucie” con l’equipe sinodale. Le lettere dell’alfabeto stanno al posto dei nomi delle intervenute.

 

  1. Propone 3 nodi su cui misurare la capacità e le possibilità del “camminare insieme”, a partire dalla sua esperienza (grata) di donna che è cresciuta e si è formata nella Chiesa. 1. Pensare sempre il termine Chiesa non in riferimento alla “gerarchia”, ma al Popolo di Dio. 2. Insistere sull’importanza di un uso teologicamente ed ecclesiologicamente corretto dei termini “sacerdote” e “sacerdotale”, senza riservarlo ai presbiteri. 3. Condividere lo sbigottimento sempre maggiore di fronte al fatto che nella Chiesa tutti i ruoli e gli spazi di insegnamento, governo e santificazione, quindi legati al potere dell’autorità, siano stati sacralizzati e riservati a maschi. Una scelta che non ha alcun fondamento logico, teologico, biblico. Il Vangelo ci dimostra che Gesù non ha “riservato spazio” per gli uomini escludendo le donne. Si tratta perciò di una scelta antievangelica, di contro-testimonianza al Vangelo, e questo pone la necessità di riflettere sull’esistenza all’interno della Chiesa di una “questione maschile” (più che su una “questione femminile”), ossia sul fatto che nella Chiesa si pensa il maschile come dimensione che ha bisogno di “dominare per essere”. È da qui che discende il problema di come è organizzata la Chiesa e di come essa si struttura gerarchicamente
  2.  Confessa di provare un senso di stanchezza e di “già visto” rispetto al cammino sinodale e alla “fase di ascolto” che è in corso. Il timore è che comunque, qualunque cosa si possa dire, tutto verrà “normalizzato”, e che ci si accontenterà (come è avvenuto in passato) di dare nomi nuovi a prassi già consolidate, senza cambiare nulla. Questo principalmente per due ragioni: 1. Perché i cambiamenti passeranno probabilmente attraverso il vaglio e le decisioni di chi occupa posti di autorità nella compagine ecclesiale, ma sono proprio le persone che sembrano maggiormente resistere ai cambiamenti (diversamente, li avrebbero già avviati e incoraggiati da tempo); 2. Malgrado i discorsi sull’ascolto, si continua a non ascoltare le tante voci che dentro il corpo ecclesiale non sono affatto marginali né silenti, ma sono regolarmente marginalizzate e quindi non ascoltate (donne, persone omosessuali, ecc.). Sorge spontanea la domanda: perché non si è stati capaci di “ascoltare”, prima d’ora? Come un Sinodo potrà far cambiare questo atteggiamento?
  3.  Bisogna riconoscere che la vita concreta della comunità ecclesiale è ancora estremamente distante dalle idee espresse da quelle voci marginalizzate di cui si è appena parlato. E questo scoraggia quelle voci ad esprimersi, ma non solo. Toglie forze anche a tante persone che vorrebbero un cambiamento, ma constatano che niente cambia e si deve sempre ripartire da capo. Mentre la Chiesa perde progressivamente capacità di farsi vicina alle persone e prendersene cura. E di conseguenza le persone si allontanano verso l’indifferenza e nell’indifferenza. Temo che nemmeno il Sinodo potrà cambiare le cose, perché le persone hanno già detto in tutti i modi di sentirsi escluse, non comprese, ferite, senza che cambiasse nulla. Probabilmente i primi a non crederci sono i preti.
  4. Conferma che la Chiesa (di Parma) è ancora fortissimamente clericale. L’istituzione del Servizio Ministeriale poteva essere un’occasione di cambiamento, ma non si è rivelata tale. Ai laici (e alle laiche in particolare) non è chiesto un vero contributo di responsabilità, ma come “manovalanza”. L’elaborazione di idee e proposte è regolarmente ricondotta alle decisioni di vertice, e molto spesso vengono proposte idee e scelte già decise, che si possono solo approvare, non discutere. Inoltre, si avverte fortemente la mancanza di donne giovani. Ed è inevitabile, perché le giovani, comprensibilmente, non sono più attratte da questa Chiesa, non si sentono e non possono sentirsi coinvolte, ascoltate valorizzate.
  5.  Ha la sensazione che tutto prosegua come se il tema della presenza femminile non interessasse, non fosse ritenuto degno di attenzione. Anche il cammino sinodale sembra essere più che altro un consultare in maniera formale le persone, per poi ricondurre tutto a un meccanismo di decisione verticistico ed esclusivamente maschile. La sensazione è che si sia dato vita a una fase di ascolto “perché lo si deve fare”, non perché interessi realmente.
  6.  Le sembra che si stia vivendo una situazione paradossale: le cose non funzionano e le persone si allontanano, ma non cambia nulla e tutti rimangono al proprio posto. Avverte due “spine” rispetto la vita della diocesi degli ultimi anni: l’interruzione, senza ragione e senza spiegazioni, del percorso delle catechiste coordinato da Paola Biavardi; 2. L’allontanamento di due presenze femminili significative dal giornale diocesano. Anche questi fatti dimostrano che il vero problema della Chiesa è il “verticismo”, che domina ogni dinamica. Si ha timore delle procedure democratiche e della condivisione delle responsabilità. Si rinuncia a dimostrare che è possibile vivere come fratelli e sorelle, secondo quel legame di amicizia che è indicato dal Vangelo. Si continua a emarginare le persone imputandogli le loro mancanze, ma contemporaneamente si coprono i limiti e le colpe di chi esercita il potere dentro la Chiesa. Insomma, la questione del potere, di chi lo esercita e di come è esercitato dentro la Chiesa è la vera questione dirimente.
  1. Sento molto importanti e generative la prospettiva dalla fraternità-sororità (la sola fraternità non basta, altrimenti diventa fratriarcato) e quella dell’amicizia. In particolare, ne sperimento il valore in due gruppi di cui faccio parte. Quello delle “Sante Lucie” (che ha una storia in realtà trentennale), in cui sento di imparare sempre molto dalle altre, dalle loro vite e dai punti di vista differenti che ciascuna porta, pur in una visione comune. E il piccolo gruppo di studio diocesano che riflette su fede e omosessualità, in cui la continua e consapevole custodia dei legami di cura e rispetto reciproci è stata in grado di disinnescare dinamiche potenzialmente distruttive Credo che dovremmo ascoltare e imparare molto da realtà come queste – nella Chiesa ce ne sono tante, penso Penso che, molto più che sul modello di “famiglia” (un’immagine sdrucciolevole, spesso fuorviante e normalmente declinata in termini gerarchici), la comunità dovrebbe plasmarsi come rete di relazioni amicali, che favoriscono una reciprocità di scambio e condivisione al di là dei ruoli, degli stati di vita, dei ministeri che si esercitano.

Per uscire dal clericalismo e dal clericocentrismo occorre certo cambiare profondamente il sistema formativo dei futuri preti, ma questo accadrà veramente solo a partire da forme di chiesa non verticistiche.  Questo è a maggior ragione importante se pensiamo al fatto che oggi non di rado. E coloro che accedono ai seminari giovani uomini con fragilità personali, in fuga dal mondo, incapaci di relazioni alla pari con le donne, e quindi molto spesso misogini. Può dire di aver fatto esperienze positive e negative in ambito ecclesiale, e senz’altro quelle positive sono tutte legate alla dimensione delle relazioni. La dimensione nella quale conta chi sei, che ci sei, non cosa fai e che funzione svolgi. Il tema della “selezione” e formazione dei preti è cruciale anche da questo punto di vista, perché non ha un effetto neutro, sulla vita delle persone, con che tipo di preti si ha a che fare, che preti si incontrano. Per cambiare le cose occorre rivolgere lo sguardo a piccoli gruppi di laici formati. Ma anche la formazione dei laici ormai è del tutto trascurata.

  1. La vera questione è cambiare il processo decisionale: chi decide, come decide, perché decide lui e perché decide da solo. Non basta aggrapparsi a un buon Papa, un buon vescovo, un buon prete, se non cambia il processo decisionale.
  2. Ancora più alla radice, bisognerebbe porsi la questione se è poi così necessario un processo decisionale tanto esteso, sistematico, rigido. Se davvero è necessario stabilire regole, norme, adempimenti e definizioni dottrinarie per così tante cose. Anche questa, in fondo, è un’esigenza del potere, ed è quindi una tipica forma maschile di organizzazione della comunità. Il problema della Chiesa, alla sua radice, è che esiste e si autolegittima un potere. Un problema a carattere maschile, dunque.

Una manifestazione emblematica di questa impostazione si ha nella decisione che è stata assunta di ricorrere a un numero sempre più consistente di preti fidei donum provenienti dall’Est Europa o dai paesi africani, sudamericani e asiatici. È una scelta dettata dalla convinzione che senza la presenza di un certo numero di preti (maschi adulti ed eterosessuali, almeno per le apparenze) la comunità non può camminare, la Chiesa non esiste.

  1. E oltretutto questi preti spesso hanno un’impostazione teologica, ecclesiologica e antropologica molto distante dalla nostra (più “arretrata”, si potrebbe dire); bisognerebbe che prima di essere “calati dall’alto” come guide delle comunità potessero fare un lungo periodo di “inserimento” alla scuola delle laiche e dei laici della parrocchia.
  2. Nella comunità cristiana è ormai impossibile sentirsi a casa. Ci si sente anzi complici di una realtà che discrimina e ferisce le persone. Anche dal punto di vista delle norme liturgiche e delle forme di partecipazione alla vita della comunità, così come nei processi di iniziazione cristiana. Molti dei fondamenti teologici ed ecclesiologici che nessuno sembra intenzionato a mettere in discussione sono invece ormai insostenibili. Rimane solo la possibilità di trovare dentro alcune esperienze di Chiesa uno spazio di fraternità, di vita buona, di apertura alla riflessione e al confronto. Ma le energie non sono indirizzate a valorizzare questo, bensì gli aspetti formali e le dinamiche escludenti.