SCARPE ROSSE, SCARPONI POPULISTI, SCARPETTE EUROPEISTE  di Ennio Mora

di BorgoAdmin

Nella vita del governo si stanno verificando tre cortocircuiti, uno con la società, uno con la politica, uno con le istituzioni, per certi versi tra di loro collegati: la violenza sulle donne, la violenza nei conti pubblici, la violenza nelle istituzioni. Il fenomeno della violenza sessuale sulle donne sta diventando un elemento molto inquietante della vita sociale. Le analisi psicologiche e sociologiche si sprecano in un crescendo fatto di superficialità e parzialità. Due tesi vanno per la maggiore: quella che individua nella pornografia dilagante una causa fondamentale della violenza sessuale; quella che fa risalire ai comportamenti femminili trasgressivi un presupposto dello scatenamento delle aggressioni maschili. Per quanto concerne la pornografia mi piace ricordare che, molti anni fa, monsignor Riboldi, battagliero vescovo di Acerra, durante una conferenza all’aula dei filosofi dell’Università di Parma, raccontò di avere scandalizzato le suore della sua diocesi esprimendo loro una preferenza verso la stampa pornografica rispetto a certe proposte televisive perbeniste nella forma e subdolamente “sporche” nella sostanza. Certo la pornografia non è un adeguato presidio educativo, ma nemmeno l’elemento determinante che spinge verso una sessualità malata e violenta.

Per quanto concerne la trasgressione femminile risulta comodo ed ingiusto colpevolizzare la donna nei suoi comportamenti sfacciatamente provocatori: è la solita storia, che tende a trasformare le vittime in colpevoli. Un po’ più di prudenza ed autocontrollo non guasterebbe anche se non è ammissibile ascrivere alle donne la colpa di trasgressioni che lo stesso sistema subdolamente impone loro nei costumi, nelle mode, nell’impostazione dei rapporti con l’altro sesso. Il governo si è lasciato provocare da don Patriciello.  È corso ai ripari, adottando una strada vecchia come il cucco, vale a dire la “retata” come strumento per puntare alla sicurezza e alla pulizia territoriale, senza preoccuparsi del recupero delle fasce di emarginazione sociale, criminalizzando i trasgressori con tanto di inasprimento delle pene. Il governo tenta una risposta di sintesi in un mix tra esibizionistico presenzialismo (Giorgia Meloni), pretenzioso interventismo (ministro Piantedosi), moralismo di comodo (ministra Roccella), scaricabarile psico-sociale (first gentleman Andrea Giambruno) e demagogica repressione (ministro Salvini). Fin qui il governo si qualifica dalla cintola in giù. Le misurate ed equilibrate esternazioni del ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti, esponente di rilievo della Lega, lo sollevano e tentano di darne un’immagine appena accettabile. Non so se sia l’effetto prolungato della partecipazione al governo Draghi, non so se si tratti dell’adesione alla visione più economicistica, territorialistica e razionalistica della Lega, non so se Giorgetti abbia in testa una tattica alternativa rispetto agli attuali equilibri politici, non so se faccia la parte del poliziotto buono rispetto a quello cattivo impersonificato da Salvini, fatto sta che Giorgetti assomiglia più a Draghi che a Salvini, più a Carlo Calenda che a Lorenzo Fontana, financo più a Renzi che a Giorgia Meloni.   Intendiamoci bene, non è che il ministro dell’economia stia dicendo cose straordinarie e rivoluzionarie rispetto all’impostazione dell’attuale governo, sta solo cercando di ragionare e di ragionare con la propria testa (con le arie che tirano non è poco!). Mi sembra che smorzare i facili entusiasmi innovatori sia doveroso alla luce della situazione dei nostri conti pubblici; che in riferimento al PNRR occorra fare presto, ma anche e soprattutto fare bene a costo di qualche rinuncia; che occorra riportare i rapporti con l’Unione Europea ad un confronto serio e pacato sulle linee di finanza pubblica. In mezzo a questo crocevia si colloca la sempre più imbarazzata premier, che si trova costretta a tenere i piedi contemporaneamente negli scarponi demagogici, populisti e sovranisti e nelle scarpette eleganti e classiche dell’europeismo, del moderatismo e del conservatorismo. Un inopinato paio le è giunto persino dagli Usa via Nancy Pelosi.

Infine c’è il corto circuito Chigi-Quirinale. Sergio Mattarella, nella spontanea esibizione dei suoi gesti e delle sue parole molto significative, sembra disegnare e proporre un’altra Italia rispetto a quella emergente dall’azione dell’attuale governo. Quante volte si ha l’impressione che gli interventi del Presidente Mattarella tendano a correggere o almeno a rendere compatibili con la storia italiana e riportare nei giusti limiti istituzionali le posizioni interne ed internazionali del governo e dei suoi ministri. Sembra tuttavia che gli italiani dal salotto buono gestito dal Capo dello Stato, in cui si sentono a loro agio, si allontanino alla ricerca prodiga dei bar in cui esprimere i loro istinti repressi e sfogare le loro intemperanze. La comica finale veniva proiettata alla fine di un film drammatico, avventuroso o sentimentale, per alleggerire la tensione emotiva e riportare la situazione alla pace dei sensi. Non voglio esagerare, ma il governo di centro-destra sembra essere la comica finale messa in scena dopo le vicende drammatiche, a volte tragiche, del nostro Paese.

 

 

 

 

 

 

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