LA TUTELA DEI DIRITTI DELLE PERSONE IN STATO DI DETENZIONE di Veronica Valenti

Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale di Parma

di BorgoAdmin

E’ davvero un onore per me ricoprire l’incarico di Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale. E il fatto che il Comune di Parma abbia inteso istituire tale Ufficio dimostra la sensibilità della Comunità locale nei confronti della questione carceraria, oggi più che mai al centro del dibattito politico nazionale; una comunità locale che ritiene, come doveroso che sia, che il ‘carcere di via Burla’ sia parte integrante della città e che, nei fatti, nonostante tutte le difficoltà, si dimostra solidale e inclusiva, come dimostrano tutte le persone, rappresentanti istituzionali e del Terzo settore che quotidianamente operano, tra mille difficoltà, per migliorare le condizioni di vita delle persone detenute nell’Istituto penitenziario. Si tratta di un aspetto che non può passare in secondo piano. Per l’opinione comune, la questione carceraria è l’ultima delle questioni e le persone private della libertà personale sono percepite come gli ultimi degli ultimi, quasi da dimenticare, in ragione dei reati, gravi, gravissimi, commessi. Tuttavia, ritengo che il livello di civiltà democratica di una comunità si misuri, in particolar modo, dalla capacità di saper tutelare soprattutto gli ultimi, di tutelare la dignità delle persone, in qualsiasi condizione si trovino. Questo emerge a chiare lettere dalla nostra Costituzione che, per usare le parole del Presidente Mattarella, rappresenta sempre “la nostra bussola”; una Costituzione lungimirante, che fa della tutela e della promozione della persona umana, la premessa ma al contempo il fine ultimo del nostro ordinamento democratico.

Muovendo da questa considerazione, allora, non posso che condividere le parole del Prof. Gaetano Silvestri, Presidente Emerito  della Corte costituzionale, quando scrive che eliminare o comprimere la dignità di un soggetto significa togliere o attenuare la sua qualità di persona umana perché, come da lui sostenuto, “La dignità coincide con l’essenza stessa della persona, non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, non è un ‘premio per i buoni’ e quindi non può essere tolta ai ‘cattivi’” (G. Silvestri, La dignità umana dentro le mura del carcere, in Rivista AIC,  n. 2 del 2014) . E’ dunque inevitabile che la politica carceraria, comunque la si pensi, non possa che essere concepita  se non sul presupposto del rispetto della dignità delle persone e del loro ‘riscatto’, tenuto conto che anche l’art. 27 della nostra Costituzione, così come letto alla luce dell’art. 3 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali (CEDU), non solo vieta trattamenti contrari al senso di umanità, ma legittima l’esecuzione penale solo se funzionale alla rieducazione  e al reinserimento sociale del condannato. In ragione di ciò, dunque, il Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale ha il compito fondamentale di monitorare se e in quale misura all’interno del carcere, quotidianamente, venga tutelatala la dignità della singola persona; se venga tutelato  appieno il diritto alla salute delle persone detenute; se venga data piena attuazione al diritto allo studio e alla formazione lavorativa, come momenti funzionali a garantire il reinserimento sociale della persona detenuta ma, al contempo, come occasione fondamentale di ripensamento del proprio percorso di vita. In tal senso, il Garante territoriale rappresenta quella Istituzione che è in grado di contribuire ad abbattere le barriere che separano il dentro e il fuori le mura del carcere; è quella Istituzione che è in grado di rendere visibile il carcere agli occhi della comunità, a dare voce alle esigenze delle persone in stato di detenzione, a denunciare le criticità dell’organizzazione penitenziaria, affinchè l’Amministrazione comunale, nei limiti delle proprie competenze, possa intervenire, o, altresì, ad illustrare le best practices dell’organizzazione penitenziaria che l’Amministrazione comunale può contribuire a potenziare e a valorizzare. Esso, dunque, svolge un ruolo delicatissimo, in quanto è il livello di istituzione più vicino, da un lato, “alle mura delle galere, dall’altro alle istanze maggioritarie dell’opinione pubblica” (così, Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà, Diritti comuni, 2022). In tal senso, esercita anche una importante funzione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in merito alla necessità di attuare quotidianamente il modello costituzionale di esecuzione delle pene e di organizzazione penitenziaria. Contribuisce, così, nel suo piccolo, a orientare il cambiamento della politica carceraria e del modo di concepire la funzione punitiva dello stato, nel senso più volte delineato dalla Corte costituzionale e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (si pensi, a tal proposito, alle recenti decisioni in tema di ergastolo ostativo: CEDU, Viola c. Italia, 13 giugno 2019; Corte cost., sent. n. 253 del 2019, in tema di ergastolo ostativo e preclusione ai permessi premio; Corte cost., ord. n. 97 del 2021 in tema di ergastolo ostativo e accesso alla liberazione condizionale; Corte cost., ord. 227 del 2022 con cui la Corte costituzionale ha restituito gli atti al giudice rimettente, la Suprema Corte di cassazione, affinchè quest’ultima valuti se la nuova disciplina sull’ergastolo ostativo, introdotta con D.L. n. 162/2022, convertito in legge n. 199/2022, presenti o meno gli stessi profili di illegittimità costituzionale censurati in precedenza) o come fortemente incoraggiato dalla Riforma Cartabia (Decreto Legislativo n. 150 del 2022). Questa ultima, in particolare, apre una riflessione seria sul sistema sanzionatorio nel suo complesso: attraverso la nuova disciplina delle sanzioni sostitutive di pene detentive e della pena detentiva breve, mira infatti a orientarci “verso il superamento dell’idea del carcere come unica effettiva risposta al reato” in quanto “la certezza della pena non è la certezza del carcere” (così. Marta Cartabia, in Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, marzo 2021) e, in tale visione, il carcere deve essere inteso come extrema ratio; attraverso, poi, la disciplina organica della giustizia riparativa, intende superare i limiti della ‘giustizia punitiva’, con l’avvio di un percorso volontario di ascolto e di riconoscimento dell’altro volto alla ricomposizione della frattura sociale e psicologica causata dall’illecito penale commesso. Prende così forma un modello di giustizia che probabilmente mira ad accorciare le distanze tra il modello costituzionale di esecuzione della pena e la quotidianità della vita carceraria, caratterizzata da problemi di sovraffollamento, di contrapposizione tra parti,  dalle difficoltà che si riscontrano nel garantire quotidianamente la tutela minima dei diritti fondamentali delle persone detenute, tra penuria di investimenti pubblici nella politica carceraria e carenza di personale, a cui si è supplito anche grazie al Terzo settore.

Siamo dunque di fronte ad una vera e propria ‘rivoluzione’ per attuare la quale si richiederà un diverso approccio al sistema sanzionatorio nel suo complesso; si richiederà un diverso ruolo degli operatori del diritto e degli stessi operatori sociali e una diversa ridefinizione dell’organizzazione penitenziaria, specie quella di media sicurezza. Ma soprattutto, essa richiederà che ciascuno continui a fare, più di prima, la propria parte, in un grande lavoro sinergico tra Enti locali, Servizi sociali, Magistratura di sorveglianza, Direzione carceraria, Polizia penitenziaria, Area educativa, Area medica e Terzo settore.  Una sinergia preziosa, di cui l’Ufficio del Garante comunale potrà far tesoro per svolgere, con indipendenza e in modo costruttivo, il suo lavoro a tutela dei soggetti più fragili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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