LA “RICERCA DELLA FELICITÀ” E IL PNRR SCUOLA di Francesco Camattini – Dirigente Scolastico dell’IC Giovannino Guareschi

di BorgoAdmin

Da qualche mese si parla molto di dispersione scolastica, di abbandono e di azioni per prevenirle. Se ne parla perché l’Europa con l’azione Next Generation EU, attraverso i PNRR nazionali, cerca di assicurare il raggiungimento di alcuni obiettivi ritenuti strategici in molti settori, tra cui quello dell’istruzione. La scuola italiana è destinataria di risorse straordinarie piuttosto ingenti (rispetto alla media) che potrebbero incidere sul tema dispersione in modo significativo. Ci sono però alcune criticità. Piuttosto che sciorinare statistiche ed entrare nel merito di azioni antidispersione, target e milestones europei, nel breve spazio di questo articolo vorrei condividere una riflessione sul senso della scuola nella contemporaneità; riflessione non semplice ma, credo, “obbligatoria” per capire dove si colloca la scuola italiana in un tempo di sfide epocali. La cornice in cui ci muoviamo è quella del cambiamento climatico, di una guerra nel cuore dell’Europa, di vecchi e nuovi conflitti per le risorse, della crisi del modello di sviluppo capitalista adottato fino a “ieri” e del progresso in senso lato:  una crisi delle grandi narrazioni, che hanno finora offerto un senso al “nostro tempo” e dato senso al futuro.

Quando si parla di scuola, infatti, si parla inevitabilmente del futuro, delle prospettive di realizzazione personale, dei desideri e della felicità dei giovani e di una società intera (degli adulti e delle famiglie e comunità di riferimento dei giovani). Ecco perché, a mio avviso, dispersione, abbandono e realizzazione personale – al di là di ogni statistica – sono strettamente interrelati.   La scuola è una membrana sensibile che sta al confine tra individuo e società, tra famiglia e istituzioni; una membrana, lo dico dal punto di vista del Dirigente Scolastico, sempre più spesso “attraversata” dall’esterno (la famiglia entra nella scuola) ma anche viceversa  (la scuola  “entra” nella famiglia con le proprie regole, con i compiti, con le sanzioni, con i voti, con le questioni sanitarie e tanto altro) . È in atto, a mio avviso, una ridiscussione sociale  non dichiarata dei confini della scuola che dovrebbe accompagnarsi ad una nuova presa di coscienza del ruolo della scuola nella contemporaneità. È un bene o un male? Non posso rispondere, dico solo che dinnanzi al cambiamento possiamo avere due atteggiamenti: il primo di chiusura, pensando che la scuola non sia più “quella di una volta”,  che “non c’è più rispetto per le istituzioni”, che “i genitori  sono invadenti”, che “i ragazzi/e sono arroganti”, che i voti bassi servono per abituare alle frustrazioni del mondo “reale” (come se la scuola fosse un mondo irreale). In questo modo, più rassicurante per chi lavora a scuola ma anche per molte famiglie, si ingaggia una lotta per mettere limiti, confini, regolamenti, bavagli,  burocrazie al fine di non farsi invadere e di mantenere la propria identità, di mantenere un certo “rispetto e decoro”. Il secondo atteggiamento è prendere atto di un cambiamento, accompagnarlo, tentare di coglierne le contraddizioni; magari assecondarlo tentando di non rinunciare ad alcuni valori che la scuola pubblica incarna. Questo secondo percorso è molto faticoso perché relativizza molte certezze.

Cosa c’entra tutto questo con la dispersione scolastica? Credo c’entri molto ma non sia sufficiente a spiegarla (perché la cornice del Tempo che cambia è molto complessa): da un lato, infatti, troviamo giovani angosciati dai voti, dalla prestazione, che si “ritirano dalla gara” (un vero e proprio ritiro sociale), “gara” che la contemporaneità propone ogni giorno in molte forme e che la scuola ha assunto nel profondo con alcuni modelli competitivi che inevitabilmente riproduce.  Quelli che si ritirano dalla competizione (non sempre esplicita ma immanente nel nostro modello di vita) si fanno “piccoli piccoli” restando in casa, tentando di “scomparire”; altri si fanno così sottili e magri/e da scomparire fisicamente.  Ricordo il mito di Eco e Narciso. Eco, bellissima e intelligente viene rifiutata dal giovane Narciso e a causa di un rifiuto si ritira nei boschi assottigliandosi per il dolore: di lei non resterà che la voce. Ecco cosa dice, a mio avviso, anzi grida, la voce di questi giovani “dispersi” e “abbandonati”. Ci rifiutiamo di stare al gioco proposto dalla società.  Questo fenomeno che si manifesta con disagi sociali, psichici e alimentari, è a mio avviso – a tutti gli effetti – una forma di protesta: oggi non si scende più in piazza; abbiamo disimparato a soffrire collettivamente, così si soffre individualmente. I giovani stanno incarnando e subendo un dolore di cui si fanno carico personalmente ma che dovrebbe essere portato sulle spalle di tutti e tutte. Torno alla scuola e al suo cambiamento: come possiamo “riacciuffare” questi giovani che si disperdono?

Compiendo, per esempio, una prima ma significativa “rivoluzione epistemologica”, sul senso dello stare a scuola: a scuola non si insegnano delle discipline ma si impara a stare nelle relazioni. Il mestiere del docente è un mestiere “relazionale” non “disciplinare” (lo sanno bene i docenti della scuola dell’infanzia). A scuola si accompagna alla scoperta del proprio desiderio (“de sidera”:  ciò che riguarda gli astri!) e si intraprende un cammino di conoscenza collettiva sul nostro tempo (arte, letteratura, scienza) e su ciò che muove l’Uomo alla conoscenza. Cosa ci spinge a studiare, a conoscere se non la ricerca della felicità? Allo stesso modo cosa ci spinge a rifiutare la scuola se non la stessa ricerca di felicità frustrata? Ecco che la scuola deve cominciare prima di tutto a “sintonizzarsi” sulla lunghezza d’onda del proprio e nostro tempo collettivo senza barricarsi dietro le discipline, senza tentare di allontanare la fatica della relazione come se questa fosse un elemento collaterale dello stare assieme, della vita quotidiana, della scuola. La scuola è fatta di persone e di relazioni (e di spazi). Questo non significa che dobbiamo tutti diventare pedagogisti, psicologi ecc… ma accettare un cambiamento – uno dei tanti – perché solo con l’ingresso della contemporaneità nella scuola (che ci chiede di mettere al centro della scuola stessa altre priorità) saremo capaci (quantomeno tenteremo) di accedere, tutti assieme, ad un futuro migliore e a ciò che, forse, ci rende felici.

 

 

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