Da secoli, l’Aula Magna dell’Università di Parma respira autentici momenti di riflessione giuridica e, suggestivamente, incornicia lucidi e ragionati dibattiti sulle possibili evoluzioni dell’ordinamento italiano. Così è stato anche lo scorso primo aprile, giornata in cui ha avuto luogo l’incontro sui referendum abrogativi sulla giustizia, fissato per il prossimo 12 giugno. I lavori, aperti dal Prof. Basini, Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza Studi Politici e Internazionali dell’Università di Parma, hanno visto come moderatore l’Avv. Menoni, Presidente di “Italia a confronto”.  A presiedere la “tavola rotonda” sono state personalità illustri: il Presidente emerito della Corte Costituzionale Prof. Mirabelli, il Presidente del Tribunale di Piacenza Dott. Brusati, l’Ordinario di diritto Costituzionale all’Università di Parma Prof. D’Aloia e il Presidente dell’associazione “Italia Stato di Diritto” Avv. Camera. I vari interventi hanno rivelato un denominatore comune: la preliminare necessità di descrivere il peculiare contesto storico all’interno del quale la questione referendaria si inscrive. Ebbene, lo scenario attuale si caratterizza per un dilagante senso di sfiducia che la comunità civile nutre nei confronti della giustizia italiana. Alla base di questo diffuso malcontento, i motivi registrati sono molteplici: la perdita di credibilità nei confronti della magistratura a seguito dei recenti scandali che l’hanno investita, la conseguente sfiducia rispetto all’irrinunciabile principio di terzietà del giudice, gli arrugginiti ingranaggi dei procedimenti civili e penali, le condanne inflitte dalla C.E.D.U allo Stato italiano per non essere riuscito a garantire la ragionevole durata dei processi. In altre parole, dunque, è stata evidenziata un’immanente “crisi di sistema”, in cui il cono di luce resta puntato sul funzionamento della “macchina giustizia”, sull’organizzazione della magistratura, nonché sui suoi rapporti con gli altri poteri dello Stato. Proprio a questa crisi di sistema, la Ministra Cartabia sta cercando di porre rimedio con un corposo pacchetto di riforme, indubbiamente soggiogato ad una maggioranza parlamentare eterogenea. All’interno di un tale ginepraio giuridico, dunque, si innestano ben cinque referendum abrogativi sui quali sarà di seguito catalizzata l’attenzione. Originariamente, i quesiti erano sei: la Corte Costituzionale si è pronunciata in termini di inammissibilità rispetto a quello inerente alla responsabilità diretta del magistrato autore di gravi errori giudiziari. Esso, infatti, è stato etichettato “manipolativo e creativo”. Come ribadito dalla Consulta, il referendum abrogativo non può aprire spiragli verso l’introduzione di una disciplina giuridica del tutto nuova e diversa rispetto all’assetto normativo vigente. Ad oggi, infatti, di responsabilità del magistrato può parlarsi solo in termini “indiretti”; al cittadino vittima, a suo dire, di un grave errore giudiziario del magistrato è offerta la possibilità di agire contro lo Stato che, se condannato al risarcimento del danno, potrà rivalersi sul magistrato ritenuto responsabile. Ad ogni modo, i cinque referendum rimasti toccano tasti non meno importanti. Quanto al tema delle candidature per il C.S.M, un quesito ha ad oggetto l’abrogazione dell’art. 25 comma 3 L. 195/1958: attualmente, il magistrato che intenda candidarsi nell’organo di controllo della magistratura può presentare la propria candidatura solo se sostenuta da un certo numero di firme. I promotori del quesito ritengono necessaria l’abrogazione di tale disposizione, al fine di scardinare il sistema delle “correnti”. Altro quesito referendario ha ad oggetto l’abrogazione del D.lgs. n. 235/2012 (meglio conosciuto come Legge Severino) e, dunque, l’automatica incandidabilità, ineleggibilità e decadenza di parlamentari, membri del governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali, in caso di condanna penale. Stando ai promotori del suddetto, la ratio di tale quesito risiederebbe nell’eccessiva rigidità della disciplina vigente, soprattutto nei casi in cui la condanna non definitiva di un politico venga seguita, dopo anni, da una assoluzione. Alla cancellazione di tale automatismo conseguirebbe, per i magistrati, il potere di applicare ai politici, caso per caso, l’interdizione dai pubblici uffici.

Altro snodo significativo ha ad oggetto la custodia cautelare in carcere: il quesito, infatti, è incentrato sull’abrogazione dell’art. 274 comma 1 lett. c) del codice di procedura penale. La disposizione attualmente vigente ammette la possibilità di incarcerare un imputato ancora sotto processo, laddove si palesi il rischio che commetta un reato della stessa specie. Obiettivo dei promotori del referendum è evitare che la carcerazione preventiva possa ledere il principio di presunzione di innocenza. Un focus particolare merita il quesito sull’organizzazione dei Consigli giudiziari e sulla valutazione dei magistrati. Come noto, l’attuale assetto normativo esclude la componente laica dalle decisioni del CSM aventi ad oggetto la competenza e la professionalità dei magistrati. L’ abrogazione della presente disciplina ammetterebbe alla discussione e al voto anche i membri laici. Sul punto, si registrano autorevoli posizioni discordanti: da una parte, vi è chi ritiene doverosa la compartecipazione dei membri laici a questa valutazione; dall’altra, non manca chi sottolinea che, in questo caso, la valutazione del magistrato potrebbe essere sporcata da considerazioni non oggettive.

In ultima battuta, si porta l’attenzione al referendum sulle norme che consentono ai magistrati il passaggio di funzione da organo giudicante a requirente. Il quesito, intrinsecamente, si ricollega all’annosa e dibattuta questione sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Le ragioni del “sì” hanno alla base la pressoché certezza che tra organi giudicanti e requirenti sussista una vera e propria solidarietà corporativa, dalla quale può derivare un difetto di imparzialità del giudice nelle decisioni. Sul punto, non mancano le critiche: alcuni considerano il quesito del tutto inutile visto che i passaggi di funzione registrati ogni anno rappresentano una percentuale esigua. L’eventuale vittoria del sì, poi, ricadrebbe solo sulla separazione delle funzioni, non delle carriere. I magistrati continuerebbero ad essere reclutati con lo stesso concorso, avrebbero una formazione comune e risponderebbero allo stesso CSM, come previsto in Costituzione.

Nessuno nega che tali referendum possano fungere da stimolo per un cambiamento immediato, ma nemmeno può essere ignorato che oggi la giustizia ha bisogno di riforme sistemiche. Al di là di nette separazioni tra sì e no, le parole d’ordine restano collaborazione tra operatori giuridici, efficienza e digitalizzazione.