Per leggere alcuni fenomeni di violenza giovanile all’attenzione da tempo dell’opinione pubblica (atti di bullismo, di vandalismo, di presenza ‘fastidiosa’ in luoghi pubblici) fino alle recenti azioni delle cosiddette baby gang, che stanno allarmando la cittadinanza, propongo di considerare questi eventi ‘emergenti’ come espressivi di una dinamica relativa alla presenza sociale giovanile nella contemporaneità. I giovani, gli adolescenti, i ragazzi, vivono oggi una forma di relazione con il mondo sociale alla quale si può guardare come ad un piano cartesiano dove l’asse della verticalità esprime la relazione con i senior – genitori, insegnanti, allenatori, etc – e l’asse dell’orizzontalità il rapporto con i pari età (Vanni, 2018[1])  E’ uno schema che ci può aiutare a comprendere come, al venir meno dei riferimenti assoluti di tipo religioso, politico, etc che si è  manifestata nella seconda metà del secolo scorso, i giovani si orientino verso un futuro che non è più ‘promessa’ ma ‘minaccia’ (Benasayag e Schmit, 2003[2]). Il rapporto con la verticalità adulta infatti ha perso la funzione di riferimento protettivo e rassicurante per assumere quella di una prossimità interumana spesso dolente e disorientata mentre l’orizzontalità generazionale è il luogo ove rintracciare i riferimenti etici e le forme relazionali comuni e possibili. E’ lì, nel rapporto con i pari, che l’adolescente e il giovane adulto sperimentano le forme della presenza sociale, forme spesso nascoste, interstiziali, altre rispetto a quelle sostenute dagli adulti. E’ così oggi che si crea una cultura giovanile che prova a traslocare il mondo dal disastro ecologico verso quello orientato ad una ricerca di forme possibili dello stare in esso.Questa traiettoria di solito si ricompone in forme tutt’altro che semplici e indolori nella giovane età adulta (la terza ma anche la quarta decade di vita) ma la presenza sociale nella seconda decade, l’adolescenza, è sovente opaca all’adulto, abita il web, la notte, il corpo, etc, tempi e luoghi differenti da quelli che i padri ed i prof frequentano di solito.  Emblematica di questo incrocio è la scuola ove i tempi e i luoghi della trasmissione intergenerazionale del sapere verticale – l’ora di lezione – è circondata da interstizi – gli intervalli, i corridoi, i bagni, l’ingresso e l’uscita – ove l’orizzontalità intragenerazionale la fa da padrona. I fenomeni citati possono allora essere letti come espressivi di questa dinamica sociale che da tempo, ineducata com’è alla socialità integrale e orientata al culto della singolarità, presenta forme interattive violente all’interno della stessa generazione e talvolta verso il mondo adulto e i suoi oggetti di culto – la scuola, la città.

Che sviluppo possiamo quindi dare a questi fenomeni in modo che siano più costruttivi che distruttivi?La direzione verso la quale andare è, a mio parere, quella di sostenere una presenza sociale giovanile che, fin da età assai precoci, possa pronunciarsi e agire nel mondo e non solo prepararsi ad esso in un eterno allenamento ad una partita che avrà, tra l’altro, regole diverse da quelle apprese.  Se la casa e la famiglia divengono palestre sociali e non solo luoghi di protezione, se la scuola prepara alla cittadinanza e al futuro e non alla ripetizione del passato, se le istituzioni rappresentative danno spazio alla parola e al potere anche dei giovani, se il loro contributo – in definitiva – è considerato utile per la società tutta e non solo una sterile esercitazione, possiamo pensare che lo spazio e il tempo della città sarà nuovamente abitato anche da generazione di ragazzi e ragazze che sentono propri quei luoghi e che non si sentono ospiti di essi. Gli ospiti, si sa, nella migliore delle ipotesi, non fanno danni ma certo non contribuiscono all’andamento della casa. Diverso è se sono coinquilini/concittadini con i quali negoziare forme di presenza e di contributo alla comunità. Non mancano esempi ed esperienze di questo genere alle quali ispirarsi ma se questa prospettiva non diviene sistemica il rischio è che prevalgano altre logiche, solo repressive, che non potranno produrre risultati utili nel breve, ma soprattutto nel medio-lungo periodo. Credo che alcuni passi nella direzione dell’ascolto dei ragazzi siano stati fatti (vorrei citare il Meeting Giovani o l’iniziativa Youz – https://www.youz.emr.it/ sui nostri territori) ma penso che si potrebbe andare molto oltre. Una piccola cosa che mi sento di suggerire è una ricerca-intervento che dia parola ai ragazzi e alle ragazze nati nel nuovo secolo, compresi quelli che hanno comportamenti violenti, per dare loro modo di raccontarci – certo – le forme della loro presenza sociale, ma soprattutto per suggerirci e co-costruire forme più integrate, più costruttive, transgenerazionali di essere cittadini di Parma e del mondo. Non mancano, anche nella nostra università, competenze che potrebbero guidare questa azione ma dobbiamo sapere che gli esiti di essa dovranno poi essere presi sul serio, meditati e integrati nelle progettualità politiche cittadine.

 

 

[1]F. Vanni (2018) Adolescenti nelle relazioni: generazioni che co-costruiscono la società-mondo, FrancoAngeli, Milano

[2]M. Benasayag e G. Schmit (2003) L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano