POLITICA AGRICOLA COMUNE E GREEN DEAL EUROPEO – FACCIAMO CHIAREZZA di Nicola Dall’Olio

di BorgoAdmin

Le variegate manifestazioni degli agricoltori in Europa hanno avuto il merito di mettere al centro del dibattito pubblico le politiche per l’agricoltura. Il problema è che le proteste sono state da subito strumentalizzate in chiave antieuropea per attaccare la UE e gli obiettivi del Green Deal. Un’operazione elettoralistica di cui rischiano di rimanere vittima gli stessi agricoltori, perché senza il sostegno di una forte Politica Agricola Comune (PAC) e una decisa transizione ecologica non ci può essere futuro per l’agroalimentare italiano, a cominciare da quello della nostra Food Valley. Questa strumentalizzazione è stata facilitata dalla scarsa conoscenza, al di fuori degli operatori del settore, di cosa sia e come funzioni la PAC. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza. La PAC è nata negli anni 60 come strumento per sostenere il reddito degli agricoltori, aumentare la produttività e garantire l’autonomia alimentare del continente. Da allora è stata più volte riformata, ma rimane tuttora la principale politica comune della UE con la maggiore dotazione di risorse. Per il periodo 2021-2027 sono stati stanziati 378 miliardi di euro, pari al 31% dell’intero bilancio UE. La gestione di queste ingenti risorse è in capo agli Stati Membri attraverso i Piani Nazionali Strategici della PACIl Piano italiano dispone di 36,8 miliardi di euro, circa la metà di questi fondi sono destinati al sostegno al reddito degli agricoltori, attraverso pagamenti diretti per ettaro. L’altra parte finanzia le misure dello Sviluppo Rurale gestite dalle Regioni attraverso bandi pubblici che riconoscono contributi sia in contro capitale che come aiuti a superfice. Nel complesso i soli pagamenti diretti in Italia incidono in media intorno al 15% del reddito aziendale. Il sostegno al reddito viene attuato anche con strumenti finanziari per la gestione del rischio e delle crisi di mercato (fondi di mutualizzazione) e con interventi finalizzati a migliorare la posizione degli agricoltori nella catena del valore della filiera agroalimentare. Una debolezza storica del settore agricolo è infatti la frammentazione dell’offerta che comporta una intrinseca debolezza contrattuale nei confronti dell’industria di trasformazione e della grande distribuzione organizzata, con prezzi riconosciuti che spesso non arrivano a coprire i costi di produzione. Gli interventi di settore della PAC sono finalizzati a rispondere a questa debolezza promuovendo l’aggregazione dell’offerta attraverso la creazione di Organizzazioni di Produttori (O.P.) Le organizzazioni di produttori possono poi consociarsi fra loro e con le industrie di trasformazione e creare delle Organizzazioni Interprofessionali (O.I.) che divengono organismi di garanzia e controllo per la programmazione delle produzioni e la contrattazione dei prezzi. Un caso di successo per la realtà di Parma è l’O.I. del pomodoro da industria, fortemente voluta e promossa dal compianto Pier Luigi Ferrari.

Vi sono poi provvedimenti UE al di fuori della PAC che, pur non erogando direttamente contributi, vanno nella direzione di sostenere e tutelare il reddito delle imprese agricole come, ad esempio, la direttiva sulle pratiche commerciali sleali, il regime dei dazi sulle importazioni di prodotti agricole o la legislazione che istituisce e tutela i prodotti a denominazione di origine, forse il provvedimento più importante per l’agroalimentare italiano e la Food Valley parmigiana in particolare.Stiamo parlando di prodotti alimentari e vini che fanno l’immagine dell’Italia e di Parma e che hanno avuto nel 2022 un valore alla produzione superiore ai 20 mld/€, pari al 20% del fatturato complessivo dell’agroalimentare italiano, con Parma che fa da capofila con 1,6 mld/€. Senza l’ombrello delle norme europee, di recente aggiornate e rafforzate, non vi sarebbe un riconoscimento internazionale dei marchi DOP e IGP e le tutele sul mercato interno e nei paesi terzi che la stessa UE garantisce con il suo peso commerciale.Questo spettro di sostegni e provvedimenti messi in campo a livello europeo non può impedire in assoluto l’insorgere di problemi di redditività per le aziende agricole, di distribuzione del valore aggiunto ed equità dei prezzi legati a dinamiche di mercato. Ma di certo, senza le risorse e gli strumenti della PAC, le condizioni economiche per molte aziende sarebbero insostenibili e un ritorno a politiche nazionali, in nome di un malinteso sovranismo, sarebbe semplicemente catastrofico.

All’obiettivo originario e primario della PAC di sostenere il reddito degli agricoltori e garantire l’autonomia alimentare della UE si sono poi affiancati nel tempo anche quelli della sostenibilità ambientale e del contrasto ai cambiamenti climatici. Nell’attuale PAC 2023-2027 questi obiettivi (indicati nelle strategie del Green Deal e nella legge UE sul clima) sono perseguiti attraverso una serie di misure obbligatorie e volontarie che formano la cosiddetta architettura verde della PAC.Ogni agricoltore beneficiario di pagamenti PAC è tenuto a rispettare i criteri di gestione obbligatori e ad applicare standard di buone condizioni agronomiche e ambientali. A questi obblighi noti come condizionalità, si aggiungono misure volontarie di sostegno che rientrano in due categorie: gli eco-schemi, a cui sono destinati il 25% dei fondi per i pagamenti diretti (per l’Italia 4,4 mld/€); e gli interventi climatici e agro-ambientali dello sviluppo rurale gestiti dalle Regioni attraverso specifici bandi (in Emilia-Romagna il 44% dei fondi, pari a 400 M€).Una parte delle proteste degli agricoltori hanno riguardato alcune misure di condizionalità dei pagamenti, in particolare l’obbligo della rotazione delle colture, per garantire una buona gestione dei suoli, e quello di destinare il 4% dei terreni arabili a scopi non produttivi per favorire la biodiversità. Queste proteste sono state alimentate ad arte da fake news con titoli falsi e sensazionalistici, ma un tema di fondo da affrontare c’è ed è quello del carico burocratico per le imprese agricole.Le misure di condizionalità sono buone pratiche fondamentali per tutelare la fertilità del suolo, la qualità delle risorse e i servizi eco-sistemici da cui dipende la stessa agricoltura. Il problema per un agricoltore che riceve i contributi è che non basta farle, cosa che di per sé ha già un costo, ma deve dimostrare di farle. Questo significa affidarsi ad un tecnico e sostenere oneri economici e di tempo che per aziende medio-piccole rischiano di essere superiori ai benefici derivanti dal pagamento diretto, che in Italia ha un valore base medio di 168,00 €/ettaro.

E’ bene però ricordare che l’allocazione dei fondi e la definizione e gestione delle misure di intervento è nelle mani del Ministero all’Agricoltura che, in un quadro di regole e obiettivi comuni a livello europeo, opera comunque le sue scelte attraverso il Piano Strategico Nazionale della PAC. L’Italia, a differenza di altri Stati Membri, non ha ad esempio utilizzato l’opzione di mettere un tetto ai pagamenti diretti per le grandi aziende. La definizione degli eco-schemi, alcuni dei quali criticati per la loro difficile praticabilità, è di totale competenza del Ministero, sia nel numero che nei contenuti. Se c’è una critica da fare all’attuale PAC è semmai una eccessiva nazionalizzazione che crea disparità competitive tra gli Stati Membri all’interno del mercato comune. Va poi ribadito che senza una transizione verso pratiche più sostenibili e più resilienti ai cambiamenti climatici non c’è futuro per l’agricoltura. La più grave minaccia per il reddito e le produzioni agricole viene dall’emergenza climatica. In Emilia-Romagna le più grandi perdite produttive degli ultimi anni sono venute dal ripetersi di eventi climatici estremi (alluvione in Romagna, gelate tardive, siccità, trombe d’aria, grandine) e da fitopatie riconducibili al cambiamento climatico. Ridurre drasticamente le emissioni climalteranti in tutti i settori, compreso quello agricolo, è urgente e non più rinviabile. Così come sviluppare politiche di adattamento alle nuove condizioni climatiche tenendo presente che, per la frequenza degli eventi e l’entità dei danni, i premi assicurativi sono sempre più alti e in alcuni casi le compagnie non attivano nemmeno più le polizze. L’agricoltura è stata per secoli il modello per antonomasia di economia circolare e ha solo da guadagnare a tornare ad esserlo rendendosi autonoma sul piano energetico e affrancandosi dai fertilizzanti chimici e dai pesticidi, che oltre ad inquinare e a porre rischi per la salute, sono molto costosi e dipendono da processi produttivi a forte consumo di combustibili fossili. Ridurre se non azzerarne l’utilizzo attraverso la valorizzazione agronomica dei reflui zootecnici e degli scarti della filiera, l’utilizzo di tecniche di precisione, la diffusione di pratiche di produzione biologica ed integrata, la selezione genetica e varietale è nell’interesse del settore agricolo, oltre che dell’ambiente e della biodiversità.

Il Green deal è quindi in realtà una grande e unica opportunità di innovazione per rendere l’agricoltura sempre più avanzata, autonoma e sostenibile sul lungo periodo, non solo sul piano ambientale, ma anche economico e produttivo. La questione vera sono i tempi e modi e le risorse necessarie per accompagnare una transizione che, nei fatti, gran parte degli agricoltori hanno già da tempo avviato. Mettere in discussione la PAC e il Green Deal è invece un gioco pericoloso per gli stessi agricoltori. Con un bilancio UE privo di entrate autonome, sono molte le spinte a ridimensionare il budget dell’agricoltura per finanziare i fabbisogni crescenti di altre politiche e settori, come l’alta tecnologia e la difesa. Se si vuole stare dalla parte degli agricoltori bisogna lavorare per rafforzare l’impegno comune europeo, difendere le risorse per l’agricoltura e riformare la PAC per aiutare al meglio le aziende nella indifferibile transizione ecologica. Il confronto dovrebbe quindi concentrarsi su come rendere la PAC più semplice e più efficace rispetto agli obiettivi, tenendo presente che la PAC non è una cosa calata dall’alto da Bruxelles, ma il frutto di un processo di co-decisione in cui i governi degli Stati Membri, insieme ai gruppi politici al Parlamento Europeo, svolgono un ruolo decisivo. Compresi quei gruppi che ora se la prendono con l’Europa e criticano la PAC dopo averla votata.

 

 

 

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