La terribile pandemia che abbiamo vissuto e che per certi versi stiamo ancora vivendo è senza dubbio una tragedia umana, sanitaria ed economica di carattere planetario, ma sta anche segnando una frattura relazionale che sarà estremamente difficile sanare.I nostri giovani, ed in particolare i ragazzi tra gli 12 ed i 17 anni, hanno vissuto, senza alcuna colpa, la negazione del proprio sacrosanto diritto all’incontro ed alla relazione con l’altro per almeno due anni. Certamente la chiusura delle scuole ha inciso non poco nella didattica e quindi sull’apprendimento. La sensazione però è che il ritardo più grave i nostri ragazzi lo stiano accumulando proprio nell’area emotivo/relazionale. La scuola infatti è (e tutti lo sostengono) anzitutto un punto di riferimento sicuro, un luogo di relazioni. Al termine di questa tragedia noi ci troveremo con giovani diciottenni che sono stati privati, in tutto o in parte, di un pezzo fondamentale del loro processo di crescita, quello non surrogabile “a distanza”: il contatto anche fisico e la possibilità di misurarsi con l’altro e di mettersi in discussione con se stessi. Non ci pare affatto strano, quindi, che in tale situazione di privazione i dati ci parlino di un’onda lunga di problemi psicologici che riguardano in particolare quella fascia di età e ci testimonino quotidianamente di come siano drammaticamente in aumento i casi di autolesionismo, i tentativi di suicidio e i comportamenti aggressivi tra gli adolescenti. Ed ovviamente quando il disagio aumenta, parallelamente aumentano le dipendenze. L’isolamento, la paura del futuro, lo sgretolarsi delle certezze, le tensioni in famiglia, ma anche a volte la semplice noia, sono tutti fattori ansiogeni e di stress che hanno prodotto nei ragazzi un aumento di comportamenti da consumo a rischio, spesso in forma di automedicazione. Ed ecco l’incremento dell’abuso di psicofarmaci e di alcol, soprattutto nelle fasce di età più giovani. E se è vero che sono diminuite le “occasioni” di acquisto legate alle uscite fuori casa, i giovani hanno scoperto sempre più i nuovi mercati on line, sono divenuti esperti navigatori nel dark web. Peraltro la rete stessa è divenuta, soprattutto nel periodo di massima chiusura, un surrogato del gruppo di pari, generando ulteriori dipendenze da tecnologia, smartphone e social, in particolare in chi aveva già un rapporto non sano con quegli stessi dispositivi prima della pandemia. La pandemia ha quindi acuito una problematica che era comunque già fortemente presente tra i nostri ragazzi.

I dati “ufficiali”, gli ultimi disponibili e ripresi dalla Relazione al Parlamento, relativi al consumo di sostanze illegali da parte dei giovani in età scolare tra i 15 ed i 19 anni ci parlano di 1 ragazzo su 3 che dichiara di aver usato almeno una volta sostanze illegali. E purtroppo la rete dei nostri servizi ci racconta di numeri ancora più grandi. Riceviamo quotidianamente, nei nostri centri di ascolto, famiglie che ci chiedono aiuto per i propri figli, bambini di 12/13 anni che scoprono di avere problemi di dipendenza. Peraltro “il male di vivere” dei nostri giovani, acuito in tempo di Covid, è certificato dalla stessa OMS che documenta una chiara correlazione tra salute mentale e dipendenze. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, il 7- 10% di tutti i bambini e il 10-16% degli adolescenti è esposto al rischio di una malattia psichiatrica. Sono numeri enormi che fanno pensare ed ai quali si aggiungono ulteriori elementi dettati dall’esperienza quotidiana dei servizi.Insomma un grido di dolore, reso ancora più drammatico dal covid, che rischia di rimanere ancora una volta inascoltato.

Negli ultimi cinque anni i minori in carico al servizio sanitario per problemi di dipendenza sono raddoppiati e l’intero  sistema di cura e riabilitazione per le dipendenze patologiche è scritto per altri, o meglio per un’altra epoca, quella della fine degli anni 80; ancora oggi la priorità sono gli eroinomani, la cronicità e il disagio sociale. La pandemia, con la sua drammatica violenza, ci sta mostrando tutta l’inadeguatezza di questo sistema di intervento educativo e riabilitativo, in particolare con le fasce più giovani.In tal senso forse il covid potrà essere però un’occasione, l’ennesima, da non perdere.Ed alcune priorità sono ferocemente attuali. Insistentemente si parla di indispensabile rigenerazione del sistema scolastico che ha dimostrato l’assoluta necessità di essere rivisto non solo dal punto di vista delle tecnologie, ma soprattutto dell’impostazione organizzativa, metodologica e del sistema dei saperi. Una scuola in cui gli adolescenti sono perennemente soggetti passivi senza poter minimamente incidere nè sul loro percorso curiculare nè sugli orari nè sulla libertà di integrare la propria formazione con temi e materie/laboratori di libera scelta degli studenti, non tornerà mai ad essere centrale nella loro crescita come lo è stata per le esperienze che molti testimoni educatori e innovatori del ‘900 ci hanno lasciato a partire da Don Milani. Anche la città di Parma deve domandarsi, nel suo insieme, se esiste un progetto per i giovani e per una relazione costruttiva con il sistema scuola, un progetto di presa in carico delle dipendenze negli adolescenti che non rimanga solo sulla carta per mancanza di risorse. Se l’adolescenza è al centro delle politiche o il consueto: ”siete il nostro futuro” è davvero diventato una mera frase fatta priva di qualunque valore operativo.  Una domanda che devono porsi tutti, singoli, associazioni e istituzioni senza eccezioni. Il problema dei giovani non può essere sentito solo dal terzo settore, che rincorre perennemente qualche risorsa economica aggiuntiva. Anche la lodevole iniziativa di “Parma facciamo squadra” dedicata ai giovani avrà vero “valore” solo se sarà colta come un’occasione reale per stimolare la riflessione e l’impegno politico in un momento in cui Parma è chiamata a sciogliere tra programmi e candidati che hanno a cuore questo tema è lo vedono come tema dal valore sistemico per lo sviluppo locale e la vivibilità nel contesto di una nuova idea di Città.