Una delle scommesse fondamentali del Piano nazionale di ripresa e resilienza è la riforma degli Istituti tecnici superiori, oggetto di dibattito in queste settimane nel Senato della Repubblica.   Gli ITS sono l’unico canale di istruzione terziaria alternativo all’università. Attualmente disciplinati ancora da un DPCM del gennaio 2008 sono oggi 117, con 19mila studenti iscritti e con un tasso di occupabilità di oltre l’80%, a 12 mesi dal diploma (e, in certe aree del paese, con un tasso del 100%). Ad essi viene destinata ora dal Piano una dotazione di investimento assai consistente (1,5 miliardi di euro) allo scopo di metterli in grado di liberare il potenziale di miglioramento del capitale umano qualificato del Paese, rappresentato in primo luogo dai giovani ma anche dagli adulti, in una prospettiva di longlife learning.    Tale riforma appare utile a perseguire obiettivi strutturali dell’Italia, tali da caratterizzarla sempre più quale “economia ad alta intensità di conoscenze, competitiva e resiliente”, in modo coerente con l’impianto più complessivo del Piano.  Nel contempo la riforma appare un tassello essenziale per affrontare le criticità insiste nel sistema scolastico e formativo del Paese, quali l’alta percentuale di giovani in possesso unicamente di un livello di istruzione secondario, pari al 14,5% (contro una media europea del 10%), la scarsa percentuale di popolazione adulta tra i 25 e i 34 anni in possesso di un titolo di studio di livello terziario (28% rispetto ad una media OCSE del 44%) ed, infine, la scarsa domanda di innovazione proveniente dalle imprese, unitamente alla ridotta richiesta di capitale umano qualificato.              Lo sviluppo degli ITS potrebbe rappresentare, per un versante, un’opportunità di formazione qualificata per prevenire la dispersione degli studenti che non si proiettano nel percorso dell’istruzione superiore universitaria o, per molteplici ragioni, non proseguono in essa. Gli stessi Istituti potrebbero costituire un’occasione preziosa di formazione e di riqualificazione per gli adulti inoccupati in cerca di una nuova collocazione professionale. Nel contempo, i percorsi formativi offerti dagli ITS potrebbero offrire al tessuto imprenditoriale personale molto qualificato per permettere a questo di rispondere alle sfide dell’industria 4.0.     Gli ITS sono stati identificati, da G. Nardiello, presidente della Fondazione sulle tecnologie della vita di Bergamo, come «il cuore strategico della Learning Organization», luogo fisico e virtuale in cui le persone non sono solo destinatarie passive di interventi formativi, ma anche e soprattutto soggetti attivi dello sviluppo e della condivisione di competenze e capacità (anche grazie alle tecnologie digitali) e della continua innovazione dei propri processi conoscitivi, al servizio della sostenibilità e della responsabilità sociale delle imprese. Tale metodologia di apprendimento, diretta alla creazione e non solo alla trasmissione, di conoscenze, risponde peraltro a quella che è stata definita come la nuova «geografia del lavoro» che esige un processo continuo di acquisizione di conoscenze, competenze e abilità nel corso della vita lavorativa (si veda E. Moretti, La nuova geografia del lavoro, Milano, 2017).              Gli ITS Academy, attualmente configurati secondo il modello della Fondazione di partecipazione, e dotati di personalità giuridica, sono accessibili dagli studenti e dalle studentesse in possesso di un qualsiasi diploma di scuola secondaria di secondo grado, sia tecnico sia liceale (o anche in possesso di un diploma quadriennale di istruzione e formazione professionale) e di essi fanno parte imprese, Università ed enti di formazione.   I percorsi formativi possono essere di quinto e di sesto livello del sistema europeo delle qualifiche e permettono di conseguire, rispettivamente, il diploma di specializzazione per le tecnologie applicate ed il diploma di specializzazione superiore per le tecnologie applicate.

I limiti attuali del modello sono, in realtà, molteplici. A motivo del numero limitato di Fondazioni esistenti (117) e dello scarso numero complessivo di iscritti (19.000 circa), con 723 percorsi formativi, lungi dal rappresentare un modello di istruzione professionale terziaria avanzata paragonabile a quello tedesco, francese e svizzero, gli Istituti non rappresentano al momento, almeno nell’immaginario delle famiglie, un’alternativa convincente al percorso universitario tradizionale per chi non desidera o non abbia le attitudini per accedervi.     Su di essi infatti, pesa tuttora il pregiudizio culturale di un percorso di rango inferiore, meno solido e strutturato di quelli offerti dalle Università e quindi, come tale, non in grado di offrire le stesse opportunità professionali dei percorsi universitari tradizionali. A nulla valgono, a sconfiggere questo pregiudizio, i dati molto positivi sull’occupazione dei diplomati che evidenziano un loro assorbimento nel mercato del lavoro, come si è detto, pari all’80%. Il loro attuale numero in uscita, che si aggira sui quindicimila diplomati all’anno, non rappresenta certamente un dato soddisfacente e in ogni caso non tale da offrire una risposta soddisfacente alla domanda di personale tecnologicamente qualificato delle imprese.

Uno dei nodi da scogliere è quello del rapporto con i percorsi offerti dalle Università che, almeno per il momento, guardano agli ITS in modo ostile, come ad un competitore rivolto alla conquista della propria utenza che in realtà è, in genere, differente da quella che si rivolge alla formazione universitaria.     In realtà, attraverso specifici moduli di raccordo, gli Atenei potrebbero acquisire un beneficio dal loro sviluppo, conquistando in uscita una percentuale dei diplomati nell’alveo delle lauree professionalizzanti. L’attuale assenza di passerelle chiare di transizione fra sistema della formazione professionale terziaria e lauree professionalizzanti in capo agli Atenei rischia di penalizzare entrambi i segmenti superiori del sistema formativo del Paese.      Un ulteriore nodo da dirimere appare quello dell’intreccio di competenze fra le Regioni e lo Stato nell’organizzazione e nell’attività degli ITS, i quali oscillano, al proprio interno, fra le attività di istruzione strictu sensu (concepita quale trasferimento di conoscenze e competenze) e attività di formazione professionale (intesa quale acquisizione di abilità professionali specifiche o trasversali, le cd. soft skill).    Un ulteriore profilo da affrontare riguarda l’interlocuzione e il coinvolgimento, anche in seno allo stesso modello organizzativo, dei soggetti economici attivi nel tessuto imprenditoriale in cui gli ITS sono destinati ad operare e l’impatto della loro operatività sul territorio anche attraverso la costruzione di percorsi formativi che rispecchino le attese formative delle imprese operanti nel contesto locale. Infine la valorizzazione del loro ruolo nella formazione longlife learning dei soggetti adulti inoccupati o in cerca di un’opportunità di occupazione più qualificata.

Il PNRR interviene su alcuni profili di criticità del modello esistente, soprattutto al fine di orientarne la riforma nella direzione di un rafforzamento e di uno sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, a partire dalle esigenze di innovazione del sistema di istruzione e di ricerca.     In questa prospettiva nel Piano si propone un arricchimento dei percorsi che permettano lo sviluppo di competenze tecnologiche abilitanti, il consolidamento della collocazione degli ITS nel sistema dell’istruzione terziaria professionalizzante e il rafforzamento del coinvolgimento in questi del tessuto imprenditoriale. Si prefigura inoltre una maggiore integrazione fra percorsi formativi offerti dagli ITS e quelli delle lauree professionalizzanti e una valorizzazione della collaborazione, all’interno del modello, fra enti di formazione professionale, Atenei, scuole e imprese.  L’obiettivo è quello di raddoppiare, almeno nel 2026, il numero annuale dei frequentanti, con una previsione cumulativa di raggiungere 150.00 nuovi studenti e 42.000 diplomati nel prossimo quinquennio.