LA CITTÀ INVISIBILE   di Stefano Ferrari

di Redazione Borgo News

Tra la fine degli anni novanta e gli inizi degli anni 2000, Parma Città Cantiere ha deciso che nel salotto buono “certe persone” era bene che non ci transitassero. La struttura di piazzale Bertozzi, che offriva alloggio a basso costo a lavoratori e studenti, non riusciva più a svolgere le sue funzioni e una giovanissima Assessore ai servizi sociali decise di aprire una struttura che doveva offrire un sollievo temporaneo a chi veniva a Parma a lavorare e doveva racimolare i primi soldi per poi affittare un appartamento. Era abbastanza semplice, c’era bisogno di manovalanza a basso costo, e le poche lire (eh sì, non c’era ancora l’Euro) erano per queste persone un tesoro. Erano sufficienti ad iniziare un percorso di emancipazione e di emersione dalla miseria più nera. È iniziata allora una deriva di cui ancora oggi paghiamo lo scotto: la forbice fra chi guadagnava e chi racimolava qualche soldo si stava ampliando pericolosamente e inconsapevolmente. Gli uni vedevano salire il reddito e non si ponevano troppe domande e gli altri vedevano per la prima volta il mondo ricco e per loro anche il poco era tanto. Fra questi due muri, molti italiani che avevano vissuto l’edonismo degli anni ottanta e non si rendevano conto che di loro ce n’era sempre meno bisogno. Da esportatori di manodopera per quasi tutto il ventesimo secolo, eravamo diventati importatori e non lo abbiamo capito. In città, ma anche in provincia, si è fatto sempre più forte il timore di perdere il lavoro, per chi ce l’aveva, e l’ansia di trovarlo, per chi lo aveva perso, in contrapposizione con chi lo stava venendo a cercare nella ricca food valley.  Il Governo centrale non è stato in grado di gestire delle politiche migratorie che negli intendimenti erano buone: penso ai famigerati decreti sui flussi migratori. Se un italiano garantiva lavoro e alloggio, vi era una via preferenziale per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Nelle ampie maglie della legge c’è stato chi se n’è approfittato da ambo le parti: italiani che si sono fatti pagare per un lavoro e una casa che non c’erano e stranieri che volevano soprattutto mettere piede nel Bel Paese, semmai per trasferirsi in nord Europa, e per farlo erano disposti a sottostare a qualsiasi artificio.

In questa guerra tra poveri si è inserita la crisi economica, che Parma ha visto con qualche anno di ritardo, forte degli investimenti infrastrutturali pubblici in città e non solo (pensiamo all’immenso cantiere dell’Alta Velocità ferroviaria). I poveri ci sono sempre stati, ma in un qualche modo, prima erano “gestiti” dalla società tramite i legami famigliari, le reti amicali e da ultimo lo Stato tramite gli Enti locali. Erano persone conosciute da tutti, di cui conoscevamo bene i limiti perché c’eravamo andati a scuola assieme, il papà aveva fatto il servizio militare con uno della famiglia, la mamma aveva dato loro i nostri vestiti smessi ma ancora in ordine. Dall’ultimo decennio del novecento queste persone sono diventate sempre più invisibili o forse i nostri occhi hanno smesso di vederli. Ma chi sono?

Sono italiani e stranieri, uomini e donne, giovani e “meno giovani”, che, in una società che corre, a stento riescono a camminare e, non stando al passo, si perdono e quando si perdono … iniziano un viaggio nella solitudine la cui la destinazione è l’emarginazione. Li troviamo appartati in isole interne alla città: una città dentro la città. Nel Giardino Ducale nei giorni di festa è facile incontrare uomini dell’Europa dell’est che giocano con sassi o monetine, un qualcosa tra la dama e il domino, appoggiandosi alle panchine. Sulle panchine del Partigiano in piazzale della Pace non vi sarà difficile la domenica pomeriggio trovare donne, sempre dei paesi dell’Est Europa, giunte per curare i nostri anziani, che parlano e ricordano figli e mariti lasciati oltre i Carpazi. Nella zona del tempietto, sempre nel Parco Ducale, d’estate i ritmi dei tamburi si uniscono alle voci di giovani dell’Africa centrale, e anche qui è facile vedere la linea di demarcazione fra chi, anche nel suo paese, vive una realtà di miseria e chi proviene dalle più ricche città: i primi parlano lingue locali transnazionali, gli altri quelle dei colonizzatori, i primi giocano il kalaha mettendo in atto ataviche strategie, gli altri … continuano a suonare i tamburi. Questi momenti di ristoro e di convivialità leniscono un poco ciò che succederà al calar della sera. Sotto i ponti cittadini, i cartoni su cui dormire sono facilmente raggiungibili dal Lungoparma: d’estate si resiste, ma d’invero il freddo picchia duro e la sopravvivenza è legata agli interventi di istituzioni e associazioni che ben conoscono luoghi e persone. Per chi ha un lavoro, non dormire con regolarità o non dormire affatto è il presupposto per non riuscire a lavorare.  Si tratta di persone, soprattutto uomini, che vogliono stare assieme e continuare a vivere come nel loro paese, che con difficoltà acconsentono di essere inseriti in strutture con delle regole (orario d’entrata e d’uscita, orario per dormire, i colloqui con i servizi sociali, la presenza di operatori che spesso sono vissuti come dei Cerberi).

Nei prossimi numeri riprenderemo l’argomento  documentando con delle foto particolarmente eloquenti le situazioni segnalate nell’articolo

 

 

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