Il vocabolario politico (non meno di altri, sia chiaro) è pieno di frasi, apparentemente gentili e lusinghiere, che, invero, sono delle vere e proprie pugnalate. Gli esempi si sprecano. Da “intendiamoci: sei una sicura risorsa, ci mancherebbe!” che, tradotto, significa “non ti mettere in mezzo in questa occasione perché abbiamo deciso che non tocca a te”, a “sei chiamato ad un atto di responsabilità, che confermerà le tue qualità personali”, che è l’equivalente di “non ti azzardare a pretendere quell’incarico”, a “resta dove sei perché sei indispensabile”, della serie “non devi chiedere quell’altro incarico”. Quest’ultima è la frase  ossessivamente ripetuta a Mario Draghi da FI, Lega e leader dei 5S, condizionato dalla mancata elaborazione del lutto causato dal (salvifico) defenestramento. Il che significa che il ceto politico sta dicendo al premier di “togliere il disturbo”, di dedicarsi ad un altro mestiere perché è insostenibile il pensiero di averlo per sette anni titolare della presidenza della repubblica. E ancora al governo, chè è assai difficile che lo stesso Draghi, sostanzialmente sfiduciato, possa restare.

È incredibile, ma è così: i partiti della maggioranza di governo negano il voto (= bocciano l’) all’uomo, che, nonostante l’eterogeneità della maggioranza, ha salvato il paese dal disastro imminente, ridato prestigio internazionale al Paese e assicurato un governo nel periodo più difficile dal dopoguerra. Le conseguenze di questo niet sembrano non interessare, relegate al peso di una “variabile indipendente”: Draghi è troppo scomodo per farsi simili scrupoli!

Il problema vero è che il tecnico Draghi, spiazzando tutti, è risultato essere un politico a tutto tondo (come ben doveva pensarsi di uno, che ha retto la BCE in anni difficilissimi, imponendo la sua linea), un politico diverso sia per la competenza eccezionale sia per il prestigio internazionale, sia per la capacità decisionale, talvolta eccessiva, ma sicuramente necessaria per consentire di offrire all’Italia le scelte indispensabili. Un politico, nel senso etimologico, ma, proprio per questo, divenuto insopportabile per la partitocrazia, che, nella sua autoreferenzialità, non teme nemmeno di determinare un ulteriore distacco dell’elettorato: prima vivere, poi filosofeggiare!

Davvero triste e preoccupante. È l’ultimo segno dei tempi; tempi decadenti, che testimoniano l’esigenza del ritorno all’autenticità dell’impegno politico, al coraggio dell’azione politica, alle visioni strategiche e non tattiche, agli statisti e non ai “politici” del consenso, oggi “non pervenuti” e non alle leaders e non di comparse. È indispensabile “cambiare il libro”.

Il problema più grosso è che non si vede nessuno in grado di guidare le operazioni.

Noi cittadini siamo essenziali per favorire l’emergere delle persone e delle condizioni di contesto per questo risultato: l’importante è che non ci giriamo dall’altra parte.