Parafrasando Zucchero: li vedi camminare insieme, nella pioggia o sotto il sole, dentro pomeriggi opachi senza gioie né dolori. Una fredda e uggiosa domenica di gennaio di quest’anno sono andato dove “gli invisibili” passano le loro notti, sotto i ponti del torrente Parma in secca o nei locali abbandonati di un centro sportivo a ridosso della Tangenziale nord.  Nel parcheggio delle corriere della stazione ferroviaria e soprattutto sulle scale che lo congiungono ai binari, trovano invece rifugio coloro che cercano “accoglienza” nelle sostanze stupefacenti. Non sono gli unici posti: molti edifici abbandonati, siepi in zone poco frequentate, gli scantinati di condomini e scuole, le macchine e qualsiasi posto possa offrire un rifugio riparato, può andar bene. Nelle foto che trovate di seguito, potete vedere direttamente questi luoghi di rifugio, ma, meglio ancora, potete percepirli nella loro disarmante crudezza. Negli ultimi dieci anni queste persone sono sparite dai radar: i centri di accoglienza per i senza tetto e i servizi per chi entra nel tunnel della droga sono usciti dal centro della città, e meno cogente è apparsa la loro presenza. Per le istituzioni hanno continuato ad esserci, ma per noi cittadini, almeno fino a qualche anno fa, è sembrato che il problema si fosse ridotto. Purtroppo, è solo mutato. Ai singoli che frequentano le mense Caritas e di Padre Lino, si sono aggiunte le famiglie che ricevono da Associazioni e Parrocchie il pacco dei viveri da consumare a casa; agli stranieri si sono aggiunti gli italiani e questi ultimi sono spesso parmigiani da generazioni. Anche qui bisogna fare un passo indietro per provare a capire cosa è successo.

Agli inizi di questo secolo Parma, a grandi passi, costruiva la tangenziale e le rotatorie del giovane Vignali ti permettevano attraversare la città con una rapidità inimmaginabile solo qualche anno prima: questa nuova agilità ha indubbiamente alimentato le imprese. L’economia, viziata dal sostanziale blocco dei salari, viaggiava a pieno regime attraendo lavoratori italiani e stranieri per i quali era necessario costruire nuove case. Non che non ce ne fossero, ma il centro era ristrutturato per i nuovi ricchi e alla periferia nascevano nuovi quartieri. Il mercato immobiliare, drogato da un flusso di denaro che pareva inesauribile, ha fatto schizzare alle stelle i prezzi tanto del nuovo quanto degli affitti. Era un mondo strano: muratori italiani e nord africani che lesinavano su tutto per acquistare l’auto con cui tornare al paese d’origine, farci un figurone e, soprattutto i secondi, venderla al doppio a cui l’avevano acquistata; italiani e centrafricani che seguivano la stagionalità delle coltivazioni agricole e venivano a raccogliere cipolle, trapiantare pomodori, zappare a mano il basilico, raccogliere l’uva. Tutti soffrivano il fabbisogno abitativo, per poco tempo dormendo in macchina o i più fortunati presso amici o parenti, perché poi un posto lo si trovava sempre. Ha sempre retto l’alimentare, con la meccanica delle attrezzature, ma per queste attività si dovevano avere referenze e formazione ai più sconosciute. Anche gli italiani arrancavano: basta straordinari, il lavoro interinale tappava (e tappa) a prezzi irrisori gli sbalzi di produzione. La cassa integrazione a singhiozzo veniva concessa anche per motivazioni discutibili (ritinteggio del capannone, manutenzioni straordinarie di pochi giorni, ecc.). Le prime delocalizzazioni toccavano anche la nostra isola felice con le inevitabili chiusure di attività. In casa entravano meno soldi, quando proprio non ne entravano: i più fortunati avevano un pensionato in casa che garantiva quello che gli economisti chiamano cash flow. È stato l’inizio del declino, i primi screzi hanno incrinano l’unità famigliare che in breve tempo è collassata: le reti amicali e famigliari per un po’ ti aiutano, ma poi rischiano di essere travolte esse stesse e ci si trova soli. La pandemia negli ultimi due anni ha trascinato nel baratro molte famiglie, anche di italiani e parmigiani. Il lockdown ha lasciato molte famiglie senza il paracadute degli ammortizzatori sociali, che in alcuni casi sono arrivati solo a settembre/ottobre 2020: per i più sfortunati, o meno tutelati, non sono arrivati. Finito il blocco delle attività, dall’autunno 2020 sono iniziate le chiusure delle scuole in caso di positività al virus, con le lezioni a distanza e la drammatica scelta fra il lavoro e la famiglia: chi aveva figli alle superiori ha potuto metterci una pezza, ma chi li aveva alla materna o alle elementari, non ha avuto scelta. A casa con le ferie, finché ce n’erano, poi i permessi non retribuiti e quindi meno soldi. La tragedia dei morti per il COVID-19, oltre allo sconvolgente dramma umano per la perdita dei congiunti, ha tolto a molte famiglie i nonni cui affidare i figli e, nei casi già al limite, anche le pensioni che garantivano un preziosissimo sussidio.