Rileggendo le domande di Carla Mantelli formulate nell’articolo “Baby gang. Alcune domande” (v. Borgonews del 7 aprile scorso) mi sono proposta, inizialmente, di analizzarle separatamente per tentare di elaborare specifiche risposte ad ognuna di esse. Sintetizzo le domande: “Che cosa possono fare gli adulti per favorire il protagonismo giovanile? E che cosa per incentivare la presenza degli adolescenti nei Centri giovanili? Potrebbe essere utile potenziare la presenza degli operatori di strada per incontrare e prevenire il disagio giovanile?”Ma mentre mi accingevo ad elaborare alcune riflessioni pensando ad eventuali risposte, ho percepito quanto errata fosse la mia impostazione, la pretesa di trovare risposte mirate a specifiche domande inerenti a un fenomeno che, come ben sappiamo, è altamente complesso e difficilmente separabile da altri fenomeni altrettanto complessi. Un esempio forse banale e molto semplificante: sappiamo che il disagio giovanile è spesso (non sempre) connesso alla povertà educativa che a sua volta rimanda alla povertà, mancanza di mezzi e risorse; povertà che, a sua volta, non è scindibile dalle scelte politico-economiche di un governo. Mi tornano alla mente gli slogan degli anni Settanta: “Tutta colpa del sistema!!!” Uno slogan, appunto. Ma di questo slogan resta valida una parola: sistema; un termine che etimologicamente indica “riunione, complesso” e che implica la reciproca interazione e interconnessione di diversi elementi fra loro e con l’ambiente circostante. Riparto quindi da questa parola che, come una luce, ci può guidare a comprendere la complessità dei fenomeni sociali (ma anche di quelli biologici, psichici, chimici ecc..) nella consapevolezza che ogni elemento è connesso al tutto e che ogni intervento/input su un singolo elemento implica un cambiamento su tutto il sistema.

Alla luce di questa premessa e assumendo il paradigma interpretativo della complessità, ritengo che l’analisi del “disagio giovanile”, ma ancora più precisamente dei fenomeni di violenza giovanile, da un lato nasca da un’attenzione mediatica particolare che molto spesso categorizza ed etichetta spettacolarizzando e incrementando la percezione dell’insicurezza sociale; (basti pensare all’espressione “Baby gang”); dall’altro, e questo è più rilevante ai fini dell’intervento, tali fenomeni non possono essere analizzati e compresi come separati e distinti dal contesto più ampio in cui nascono e si collocano.  A volte mi sembra persino paradossale leggere articoli sul disagio giovanile e mi chiedo se non ci rendiamo conto del disagio sociale generale, della violenza diffusa e multiforme, dell’illegalità, insomma dell’habitat in cui le giovani generazioni nascono e crescono. È in corso una guerra in Europa e non l’hanno certo dichiarata e voluta i giovani. In breve, io penso che il primo e indispensabile intervento che gli adulti debbano fare è quello su se stessi; prendere consapevolezza dei propri valori, del proprio ruolo, del senso dell’agire sociale; perché l’apprendimento più semplice e immediato, per un giovane, è quello per imitazione (istinto mimetico) e sono gli adulti ad essere educatori; modelli da cui bambini e adolescenti possono attingere valori e comportamenti adeguati. A mio parere negli ultimi decenni si è affievolita questa responsabilità educativa sia nel contesto microsociale che macrosociale, a vantaggio di molte altre dimensioni dell’esistenza: benessere economico, successo e visibilità, potere… quello che M.Recalcati definisce “edonismo acefalo”. I fenomeni più critici del mondo giovanile di oggi sono l’esito del sistema di cui tutti noi facciamo parte; un sistema con molte ombre ma anche luci, e se desideriamo una gioventù più serena e partecipe, più felice e protagonista, sta agli adulti avviare il cambiamento sapendo che…. Si semina in autunno e si raccoglie l’anno dopo. Forse.