L’Osservatorio permanente per la legalità dell’Università di Parma ha organizzato lunedì 23 maggio alle ore 16,00 in Prefettura, alla presenza di Sua Eccellenza il Prefetto, il dott. Antonio Lucio Garufi, del Magnifico Rettore dell’Ateneo di Parma, il prof. Paolo Andrei, del Procuratore della Repubblica di Parma, il dott. Alfonso D’Avino e della sottoscritta un Evento per commemorare i trent’anni dalla strage di Capaci. In tale occasione infatti sono stati presentati i saggi contro le mafie delle giovani laureate, Alessia Depietri, Anna Pellegrini, Anna Chiara Nicoli e Milena Curzi che hanno partecipato al concorso indetto dall’Assemblea legislativa regionale. I loro scritti confluiranno nel Volume Conoscere per riconoscere. Il ruolo dei futuri professionisti contro la criminalità organizzata, curato dal dott. Elia Minari. I temi affrontati spaziano dalla cittadinanza responsabile, alle ecomafie, allo smaltimento dei rifiuti elettronici e, infine, alla tecnica dell’intervista cognitiva per ottimizzare gli esiti del colloquio con i collaboratori di giustizia.

Il Prefetto ha introdotto l’Evento illustrando le sfide che affrontano le forze dell’Ordine e l’autorità prefettizia nella fase di prevenzione dei rischi di infiltrazione mafiosa. L’accento sul ruolo formativo dei docenti e della comunità universitaria nel suo complesso rispetto alla promozione di una cultura della legalità è stato posto dal Magnifico Rettore. Il Progetto regionale che ha condotto all’elaborazione dei saggi è stato presentato, nel suo significato e nelle sue modalità, sia dalla sottoscritta sia da Elia Minari che ne è stato il coordinatore. Infine il Procuratore D’Avino ha esposto, in sintesi, quale potrà essere il significato di ciascun saggio nella formazione di una cultura civica e sociale della legalità.La data del 23 maggio 2022, trentesimo anniversario della strage di Capaci, ci interroga su quale sia, oggi, il significato della memoria. Ricordare non vuol dire infatti semplicemente rievocare o celebrare questo tragico evento della storia del nostro Paese ma ci obbliga a rafforzare sempre più l’impegno per la legalità. È la raccolta di un testimone, una specie di staffetta che ci richiama al dovere di rispondere ad un’eredità preziosa ed esigente. Questa staffetta deve essere trasmesso soprattutto alle giovani generazioni, a coloro che domani saranno futuri professionisti e attori nella società civile come le autrici dei saggi. È l’unica strategia per far sì che la morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e della loro scorta non sia stata vana e il sangue da loro versato non sia infecondo. Ricordiamo non solo la morte di Giovanni Falcone, di Vito Schifani, di Rocco Dicillo e Antonio Montinaro ma anche quella di Francesca Morvillo, spesso ricordata solo come moglie, ma che fu la prima magistrata vittima di mafia e una giurista attenta a promuovere la funzione riabilitativa della pena e persona molto impegnata sul piano sociale. Proprio queesto 23 maggio, a Palermo, la ministra Cartabia presenta all’Università di Palermo un libro dal titolo “Non solo per amore”, curato da tre docenti universitarie, Giovanna Fiume, Paola Maggio e Cetta Brancato che fa emergere questi altri aspetti della personalità. Ricordo anche la Mostra rassegna di Libera aperta fino al 17 luglio dal titolo Gli uomini passano, le idee restano.

Il fatto che la criminalità organizzata, soprattutto nel Nord del Paese, assuma oggi sembianze meno cruente e visibili non ci deve far abbassare la guardia. Una mafia organizzata come  un’impresa, ben inserita nel tessuto economico delle città e talora propensa a elargire benefici e assistenza non è sicuramente meno insidiosa di quando imponeva il suo potere con le stragi e i versamenti di sangue. Occorre dunque sensibilizzare imprese sane e cittadini sulle nuove forme che assumono le inflitrazioni della criminalità organizzata nel tessuto sano del nostro sistema economico. In questi trent’anni si è parlato molto di legalità e si è dissertato con enfasi sulla lotta per contrastarne le violazioni. Mai come oggi, tuttavia, la nostra democrazia è apparsa fragile nelle sue dinamiche più sostanziali ed è cresciuta a dismisura la sfiducia dei cittadini nell’ordine giudiziario. Lo ha ricordato di recente a Parma il prof. Sabino Cassese nella presentazione all’Università del suo libro su Il potere dei giudici. Giovanni Falcone aveva ben presente che in realtà la legalità non è un fine ma solo un mezzo e come Paolo Borsellino e il giudice Rosario Livantino aveva lo sguardo rivolto non tanto al suo significato formale ma all’affermazione piena, attraverso di essa, del valore più sostanziale della giustizia. L’impegno per la legalità, infatti, non deve né può manifestarsi solo nella ricorrenza della strage di Capaci ma deve segnare in profondità il nostro quotidiano. Per farlo non occorre essere eroi ma basta custodire l’umiltà, la fermezza e la costanza di non cedere a compromessi con la propria coscienza. Offende infatti la legalità non solo chi commette reati ma chi vi assiste coltivando omertà e complicità. Come disse all’Università di Parma don Luigi Ciotti, in occasione del conferimento della laurea ad honorem: «La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del profumo della libertà che si oppone al compromesso morale, all’indifferenza, alla contiguità e alla complicità».