Con l’elezione di Mattarella l’Italia conserva al vertice l’uomo più popolare e con sicuro prestigio internazionale. Per una volta, la sintonia tra l’opinione pubblica e le decisioni politiche è indiscutibile: il popolo ha il presidente, che avrebbe votato. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal disastro della partitocrazia: la scelta è promossa dal Parlamento, che ritorna centrale, e mette con le spalle al muro i segretari di partito, che si sono vantati tutti di aver vinto? In realtà, sono “non pervenuti” ad eccezione di chi ha impedito l’elezione del responsabile dei servizi segreti. Un’ipotesi – quest’ultima – incomprensibile, assurda, indizio del vicolo cieco, nel quale si è infilata la partitocrazia per l’ossessione di impedire l’elezione del premier al Quirinale perché troppo “irriverente” nei confronti della casta. Opzioni di questo tipo, infatti, sono proprie dei regimi totalitari, più o meno camuffati (Putin divenne premier da capo del KGB), ma sono estranee alla storia e ai principi della democrazia. E per di più come possono dei leaders politici, a parole difensori della Costituzione più bella del mondo e convinti democratici, pensare di eleggere una degnissima persona non conosciuta dall’opinione pubblica, ma, in virtù dell’elezione, catapultata in una delle posizioni più importanti della nostra democrazia rappresentativa e spontaneo punto di riferimento per il popolo? Orientamenti di questo genere denunciano, purtroppo, che la debolezza e il senso di impotenza, che attanaglia la classe politica, spingono quest’ultima a non avere più il senso del limite istituzionale e quello della coerenza, creando situazioni davvero incresciose. D’altra parte, l’impostazione unanimemente data alla campagna per l’elezione presidenziale non poteva lasciare molti dubbi sul fatto che difficilmente il percorso sarebbe stato virtuoso.

Il ritornello “il premier è indispensabile al governo”, secondo il vocabolario e la logica politichese, aveva (e ha) un solo significato: l’uomo va fermato, non può essere mandato alla presidenza con la conseguenza che per sette anni “darebbe le carte”. Il destino della partitocrazia, infatti, sarebbe stato troppo incerto e precario. E si è visto, più volte nel corso della storia italiana, che quando il ceto politico si sente in pericolo, non conosce ragioni, limiti e interesse generale. Tant’è vero che, a leggere bene le cronache, può sorgere il sospetto che neanche l’opzione del bis fosse “in cima” ai pensieri dei segretari, perché avrebbe, come ha, mantenuto lo “status quo” (fino ad ora) caratterizzato dalla supremazia del premier. Basti, al riguardo, pensare ai tentativi finali di proporre figure politiche, stoppati dal solo leader della Lega, che è così diventato il “King maker” della rielezione. Una rielezione scelta per necessità, sia chiaro e solo per quella: i 387 voti a favore del presidente, infatti, erano il segno del pericolo di una rielezione, frutto di una clamorosa sconfessione dei leaders. Da 387 alla soglia dei 505 voti il passo appariva troppo breve come testimoniavano le molte astensioni dal voto. Dopo di ché, tutti i segretari, tranne una, hanno rivendicato il merito, anche quelli che contro il tandem Mattarella – Draghi aveva profuso ogni sua energia con l’avvocato del popolo. Non convinti di correre il rischio di sfiorare il ridicolo, i segretari politici si sono concentrati sull’”assurdità” del sistema di elezione presidenziali, che tale è solo se non gestito con sapienza politica (merce oggi inintracciabile), e sulla riforma elettorale, per promuovere una nuova stagione proporzionale, frutto della paura delle scelte degli elettori e della nostalgia per il consociativismo utile alla partitocrazia, ma fatale per la governabilità del paese. Un proporzionale, che magari sarà aggravato da liste bloccate, svuotando il meccanismo stesso dell’elemento della preferenza, la quale sola, pur con tutti i suoi limiti, consente di stabilire un legame tra elettori ed eletto. Tutto questo, peraltro, conferma che resta lontano dai radar dei leaders politici la Politica, cioè il governo della “polis”, che richiede lo spirito di servizio, l’autenticità dell’impegno politico e del modo di interpretare il ruolo, il senso della missione politica come sfida per scelte strategiche e non tattiche, per risolvere i problemi e migliorare la società. Il messaggio di Sergio Mattarella, applaudito 55 volte, è già stato archiviato. Così va il mondo!