Il Circolo Montanara – Vigatto del Partito Democratico ha organizzato il 10 aprile scorso un’ interessante conversazione sul tema “Il fascismo ieri e oggi”, ospitato nella piccola ma fornita  biblioteca sociale dell’Associazione “Montanara laboratorio democratico”. Ricordiamo che la biblioteca è posta negli spazi inferiori, ben attrezzati, di un grande condominio in via dei Bersaglieri 15, a testimoniare la volontà di porsi a servizio dei cittadini del quartiere proprio lì dove esse abitano. L’incontro era così pensato: dopo l’introduzione di Lorena Carpi, segretaria del circolo PD e il saluto di Marta Corradi della  Biblioteca, erano previsti due interventi di “restituzione” post-lettura di altrettanti libri inerenti il fascismo da parte di Alessandra Amoretti e Ubaldo Delsante e due interventi di carattere più generale, da parte di Sandro Campanini e Francesco De Vanna.

Lorena Carpi nell’introdurre i lavori ha ricordato il problema del sentimento antipolitico come terreno fertile per la nascita di atteggiamenti fascisti e manipolatori, il ruolo fondamentale del ri-conoscere l’altro/a nella sua dignità e differenza – atteggiamento opposto a quello fascista che nega la possibilità di un pensiero diverso dal proprio –  e l’importanza della “cultura della parola” come antidoto alle parole usate per distruggere.

Marta Corradi ha sottolineato come l’Associazione abbia proposto a soci e volontari la lettura dei volumi per poi presentare un commento personale  in un incontro pubblico. La parola orale e scritta di autori diversi messi a confronto – ha affermato – sono un antidoto all’indifferenza e al fascismo che si ripresenta eterno, come aveva lucidamente indicato Umberto Eco in un breve saggio tenuto il 25 aprile 1995 alla Columbia University. Inoltre in questo momento di ulteriore tragica guerra in Europa, sarebbe determinante non alimentare sovranismi, anzi  limitare le sovranità nazionali verso ordinamenti sovranazionali che vanno potenziati per assicurare la pace (art.11 della Costituzione); il dibattito è più che mai aperto.

La prima “relatrice” , Alessandra Amoretti, è intervenuta sul libro “Sant’Anna di Stazzema, storia di una strage” di Paolo Pezzino, Ed. Il Mulino, Bologna. “L’autore – ha spiegato Amoretti – ricostruisce ,attraverso un’accurata analisi delle fonti e delle testimonianze ,l’eccidio di bambini, donne e uomini innocenti perpetrato  il 12 agosto 1944 in questo  paese dell’Appennino toscano dal II Battaglione del 35 o reggimento della XVI SS Panzer -Grenadier -Division e lo inquadra nella strategia stragista,  operata dall’esercito tedesco  in ritirata, ,nei confronti della popolazione civile  a cui si appoggiava la resistenza. L ‘obiettivo era terrorizzare le popolazioni e fare terra bruciata , così’ che nessuna resistenza fosse più’ possibile in quelle zone. I reparti utilizzati in queste operazioni presentavano alti livelli di frustrazione (erano stati ritirati dal fronte dopo aver subito ingentissime perdite )ed erano composti  da diciottenni male  addestrati  e da veterani i cui ufficiali si erano già macchiati di stragi di civili ed ebrei in Polonia , Bielorussia ed Ucraina.Scioccanti  le analogie di contesto e  di caratteristiche dei protagonisti con quello che sta succedendo in Ucraina. “

Il secondo relatore, Ubaldo Delsante ha invece parlato del libro “Era un giorno qualsiasi” di Lorenzo Guadagnucci, Ed. Terre di Mezzo, Milano, intitolando la sua relazione “Fascismo ieri e oggi. Un breve percorso tra Roland Barthes, Hannah Arendt e Martin Luther King. “Lo scrittore Lorenzo Guadagnucci – ha illustrato Delsante – racconta in prima persona la quasi surreale vicenda del padre Alberto. L’eccidio di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944 lo lascia orfano ancora bambino: era una ragazza madre, che il piccolo Alberto ha perduto per sempre e che cercherà per tutta la vita scoprendo di non averla quasi mai conosciuta. Tante volte rigira tra le mani l’unico ricordo che ha di lei, una foto tessera. La fotografia, ha notato Roland Barthes, non ferma il tempo, ma lo ostruisce. Nel caso del bimbo orfano in seguito alla tragedia, quella foto diventa un labirinto tra memoria e verità. Ma c’è un’altra foto che tormenta l’ormai adulto Alberto.Verso la fine del libro, quando l’autore parla dei processi a carico dei militari tedeschi che si sono macchiati di crimini atroci, si sofferma sulla fotografia di uno di loro ormai molto anziano, e si pone diversi interrogativi intorno ai pensieri che poteva avere il giovane soldato mentre contribuiva con la sua arma all’eccidio. Ma la fotografia, per citare ancora Barthes, paradossalmente non rimemora il passato.Tutti coloro che sono stati giudicati nei tribunali del dopoguerra si sono trincerati dietro la convinzione di aver fatto soltanto il proprio dovere, di avere ubbidito agli ordini senza una propria personale ed emotiva partecipazione.Ed ecco che, alla fine, non si può che ritornare alla “banalità del male” di Hannah Arendt.Questa breve citazione da un discorso di Martin Luther King può essere una delle possibili epigrafi per l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema: But I know that only when it is dark enough, can you see the stars. Guardiamo dunque avanti, con speranza nel futuro, senza però dimenticare l’orrore prodotto da un certo tipo di cultura che ancora oggi persiste nel mondo.”

Sandro Campanini si è soffermato su alcune situazioni che mostrano la presenza di elementi di fascismo o neo fascismo, seppure non sempre nelle stesse forme tradizionali del passato. In via di premessa, Campanini ha ricordato che la nostra Costituzione non è semplicemente “a-fascista” ma “antifascista” nella misura in cui non solo nei principi fondamentali e nell’ordinamento democratico dello Stato ma anche in molti altri articoli (si pensi, ad esempio, alla libertà di riunione, di stampa, di manifestare il proprio pensiero, al  non essere sottoposti a giudici speciali ecc.) si percepisce una reazione alle leggi liberticide sperimentate durante la dittatura.   Ci sono forme  di “neo fascismo” esplicite, con gruppi  che si richiamano pubblicamente al fascismo e al nazismo e negano o ridimensionano o giustificano  quanto accaduto tra il 1922 e il 1945 (dittature, Shoah, guerra): non vanno assolutamente sottovalutati. Ma ci sono altre forme meno appariscenti ma altrettanto pericolose, che veicolano questi stesi messaggi attraverso il web, creando false notizie sul passato e sul presente, nuovi miti estremisti e nuove appartenenze, diffondendo odio razziale e antisemitisimo.Inoltre, ci sono germi o persino evidenti manifestazioni di fascismo in diversi espressioni e atteggiamenti, quali: la negazione delle forme democratiche e il culto del capo. Il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo, l’omofobia, la negazione di ogni “diversità” culturale o personale; il culto della nazione non come radice e portato culturale da valorizzare, ma come identità chiusa, contrapposta alle altre; il sovranismo;  la suddivisione, anche nel linguaggio, tra un “noi” e un “loro” quando si parla di gruppi di persone, popoli ecc; il culto della violenza in quanto tale, come valore in sé stessa.La risposta a queste tendenze risiede nella formazione dei giovani, nella memoria vigile e attiva, nella cultura, nella corretta informazione, nella conoscenza della storia e anche nella capacità di reazione democratica della società, della politica e anche di ciascuno a livello personale.

Francesco De Vanna ha citato il passo de Le città invisibili “in cui Calvino fa dire a Marco Polo che le città sono destinate all’inferno e che, per questo motivo, l’unico antidoto, ossia l’unica possibile resistenza, consiste nel riconoscere “ciò che inferno non è” e farlo durare e dargli spazio. Il nostro tempo  – ha proseguito – è caratterizzato da ingiustizie, contraddizioni profonde, iniquità intollerabili, violenza. Il fascismo si è ripresentato in forme più subdole ma non meno insidiose: esso è innanzitutto un idem sentire che giustifica la prevaricazione e la “cultura” dell’intolleranza, in particolare nei confronti del diverso, di ogni nostro “altro”, sia esso il povero, l’emarginato, il disabile, il migrante. Il migrante, in particolare, è oggetto di una campagna d’odio sistematica che ne disconosce la sua stessa umanità: in questo modo i rifugiati e i richiedenti asilo diventano, come avrebbe detto Alessandro Dal Lago, “non persone”, private di dignità e diritti. Tale “campagna” comincia da un uso improprio delle parole, che diventano oggetti contundente, nella vita reale e nel web.  Il populismo e l’antipolitica sono il terreno su cui tali sentimenti possono più facilmente attecchire, anche grazie ad un “vocabolario” e ad un lessico che producono disaffezione e discriminazioni. Le parole, in questo senso, sono politica (pensiamo all’espressione “taxi del mare” in riferimento alle ONG). Occorre promuovere una nuova narrazione della convivenza civile che parta dalle parole della Costituzione, dall’art. 3 e dalla straordinaria intuizione di Lelio Basso, in modo che possa diventare un nuovo senso comune. In questo modo, grazie anche all’attività delle associazioni culturali, possiamo combattere l’inferno e fare spazio a ciò che c’è di buono, e dargli spazio.

 

I testi  riportati riprendono gli appunti che i singoli relatori mi hanno gentilmente inviato e di ciò li ringrazio.