Scrivo queste riflessioni dopo la giornata di digiuno contro la guerra proposta da Papa Francesco, una settimana dopo l’inizio dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Dopo una giornata di nuove distruzioni, con tanti morti civili, fughe disperate di popolazione inerme e il rinvio dei colloqui per una tregua. Nello sgomento che ci avvolge, alcune scelte, come nonviolenti, sono state chiare già dalla prima manifestazione di solidarietà che abbiamo proposto come Casa della pace due giorni dopo l’inizio della guerra in Piazzale della pace. La scelta di stare dalla parte di chi è aggredito e soffre la violenza della guerra, dando voce agli uomini e in particolare alle donne ucraine che vivono nelle nostre case, aiutandoci con i nostri familiari più fragili, diventando anche parte delle nostre famiglie. Considerando la verità di queste vittime della violenza, guardando la realtà con i loro occhi e ascoltando i loro racconti e quanto ricevono da casa con cuore aperto. Prepararci ad accogliere chi è costretto a fuggire dalla guerra, offrendo disponibilità diffusa, con la necessaria mediazione della comunità ucraina che vive tra noi anche da molti anni. Nella condanna del regime russo, guidato da Putin, che ha scatenato il male assoluto della guerra, dare voce ai cittadini russi che protestano, mettendo a rischio la loro libertà e spesso anche il lavoro e l’incolumità personale, ricordando la grande tradizione culturale e spirituale della cultura russa. Sostenere tutte le azioni che isolino chi ha voluto questa guerra, accettando anche le privazioni che potrebbero comportare ai nostri Paesi, sacrifici di solidarietà che ci avvicinano al popolo ucraino, da distribuire con equità, non facendoli pesare su chi  ha già difficoltà. Favorire ogni azione che a livello europeo e internazionale isoli chi vuole la guerra e aiutare governanti di buona volontà che si adoperino per soluzioni per fermare la guerra, creando condizioni che non ne inneschino di nuove. Non allargare il conflitto, evitando interventi armati che coinvolgano altri Paesi rischiando che la guerra possa estendersi, con l’uso di armi di distruzione di massa come quelle nucleari. Cercare di parlare con una sola voce, come Europa e come ONU, creando le condizioni perché si possa concludere al più presto la guerra con accordi di pace e disarmo e non con nuove armi.

Non si può rimuovere la consapevolezza che si è arrivati a questa nuova guerra (che si somma, in Europa, alle venti combattute in altri Paesi del mondo) dopo una corsa agli armamenti che ha raggiunto nel 2021 il massimo dalla seconda guerra mondiale, il doppio dal 2003, con la spesa di oltre 2000 miliardi di dollari (il corrispettivo del reddito di oltre 4 miliardi di persone). E con una ulteriore riduzione di investimenti in diplomazia, organizzazioni internazionali, per missioni di pace e mediazioni dei conflitti, che non arrivano al 4% delle spese per le armi. Così come é mancato il perseguimento di dialoghi per accordi di pace nei conflitti aperti, come nel Donbass ucraino in cui si combatte dal 2014. Si sono inoltre troppo tollerate nuove armi tecnologiche sperimentate anche sulle popolazioni civili nelle guerra recenti, dalla Siria alla Libia, senza arrivare ad alcun accordo che ne frenasse produzione e uso. E il trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari, del luglio 2017, non è stato sottoscritto dall’Italia e dai Paesi che possiedono o hanno sul proprio territorio armi nucleari (ricordo che in Italia ne abbiamo, dichiarate, 40 tradizionali e 72 tattiche). Come scriveva Marai. “non c’era ancora la guerra, ma non c’era già più la pace”. E’ molto positiva l’unità dell’Unione europea e la concretizzazione di una difesa comune che superi le forze armate nazionali, così come auspicato anche dalla seconda parte dell’articolo 11 della nostra Costituzione, purché non si esaurisca in una nuova crescita di sistemi militari ma operi per una politica di sicurezza e pace.

L’obiettivo, terminata prima possibile questa terribile guerra, dovrà essere di “procedere ad una smilitarizzazione dell’Europa dall’Atlantico agli Urali”, per riprendere una formula di Olof Palme, a partire dalle armi di distruzione di massa e via via le altre, superando istituzioni come la NATO nate in contesti storici ormai superati. Valorizzando le differenze, crescendo nella cooperazione e nella giustizia, aprendosi a relazioni fondate sul rispetto e la democrazia con tutti continenti. Ridando centralità e risorse concrete all’Onu, riprendendo l’ agenda per la pace avviata dopo la guerra nella ex Jugoslavia (l’assedio di Sarajevo è iniziato proprio 30 anni fa) e concretizzando la “Proposta per il disarmo” del nuovo Segretario generale Antonio Guterres. Pareva che pandemia e crisi climatica ci avessero fatto capire che siamo tutti figlie e figli della stessa Terra in un mondo tutto connesso, lasciando però alla lotta per la pace un posto marginale rispetto a queste emergenze. Ancora una volta la guerra si è imposta a fare capire che uno sviluppo armato, inquinante e iniquo porta non solo malattie, miseria e disastri ambientali, ma anche nuovi nazionalismi e conflitti che alimentano nuovo odio. Quanto profetiche sono state le riflessioni sulle “ombre di un mondo chiuso” di Papa Francesco nella “Fratelli tutti” e che sofferenza nel ritrovarci a vedere ancora oggi popoli che credono nello stesso Vangelo della pace affrontarsi in una guerra. Con Papa Francesco e tanti testimoni della nonviolenza dobbiamo operare in ogni ambito di vita, in ogni luogo della Terra perché non ci sia più la possibilità di utilizzare la formula della guerra giusta e che la guerra esca dalla storia. Lo dobbiamo alle tante vittime innocenti ucraine e di ogni conflitto armato.