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di BorgoAdmin

Chi c’era, ricorderà, o almeno dovrebbe farlo (anche se da un recente sondaggio appare una forte nostalgia per quel periodo), la violenza politica che ha insanguinato gli anni ’70 del secolo scorso: le stragi fasciste, il terrorismo, soprattutto “rosso” ma anche “nero”, le migliaia di morti e di feriti – alcuni illustri, la gran parte anonimi – che quell’epoca ha lasciato sul terreno. Poi già dagli anni ’80 e sempre più nei decenni successivi l’atmosfera è cambiata e, tolto qualche episodio cruento (come i disordini al G7 di Genova) quel periodo è diventato appunto un ricordo e un argomento da studiosi di storia e di dinamiche sociali. Eppure, come altre tendenze tipiche d quel decennio – ad esempio le tensioni tra Est e Ovest – negli ultimi tempi qualcosa sta cambiando, e in peggio: nel giro di poche ore, prima a Bologna e poi a Genova, si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine con le “classiche” scene di guerriglia urbana, fortunatamente senza vittime o feriti gravi. Il fatto poi che le ragioni della protesta – la causa palestinese in un caso, la richiesta di chiusura di una sede di Casa Pound nell’altra – fossero largamente condivisibili non solo non giustifica quanto accaduto ma in un certo senso lo rende ancora più inaccettabile: associare violenza e intolleranza ad una buona causa, infatti, è il modo migliore per screditare quest’ultima e offrire un comodo assist a chi vuole condannare insieme l’una e l’altra.    Ad aggravare, e rendere potenzialmente incandescente la situazione, c’è anche la circostanza che “dall’altra parte” le organizzazioni di ispirazione neofascista – come appunto Casa Pound –  a dispetto delle leggi e della Costituzione godono di assoluta impunità e anzi approfittano dell’attuale quadro politico per cercare visibilità e per diffondere le proprie inquietanti idee. Non c’è bisogno – ma forse sì vista appunto la situazione – di ricordare che il fascismo di cui queste organizzazioni hanno tanta nostalgia si affermò e si consolidò con la violenza sistematica, la persecuzione e talvolta l’omicidio di chi la pensava diversamente, la repressione di ogni libertà e dissenso; e quindi è lecito chiedersi se gli ammiratori di quelle idee e quei metodi non passeranno prima o poi dalle parole ai fatti.

La strage di Piazza Fontana, di cui tra pochi giorni ricorre il 56° anniversario, è considerata a buon diritto l’evento inaugurale dell’epoca del terrorismo, ma fu preceduto da un clima politico, sociale e culturale sempre più teso e carico di tensioni. Ecco perché, per evitare il ripetersi di quell’epoca, è necessaria la massima attenzione soprattutto da parte di chi, al contrario dei nostalgici del ventennio, crede nei valori della libertà, della tolleranza, del dialogo e che proprio per questo ha il dovere di isolare quei pochi facinorosi, come i protagonisti degli scontri di Bologna e Genova, che finiscono per l’essere ingiustamente associati a movimenti in grandissima parte pacifici e nemici della violenza.  L’invito a vigilare, dunque, vale soprattutto per chi, proprio perché “moderato” e quindi del tutto alieno da comportamenti eversivi, pensa che tutto sommato gli scontri e le manifestazioni di intolleranza siano qualcosa che riguarda solo estremisti e fanatici: negli “anni di piombo” a pagare il prezzo più alto furono proprio gli uomini – in particolare di ispirazione cattolico democratica (Moro, Bachelet, Ruffilli) – più lontani dalla seduzione della violenza e più aperti al confronto pacifico e rispettoso. La campana che mette in guardia dalla violenza, insomma, non suona per qualche manipolo di estremisti: suona per tutti.

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