UN’ENCICLICA CHE È UN PROGETTO POLITICO di Davide Tondani, già Presidente MEIC di Parma

di BorgoAdmin

Magnifica Humanitas, l’enciclica di Leone XIV appena pubblicata, è molto di più di un documento etico sull’intelligenza artificiale. Molti paralleli sono stati fatti tra Papa Prevost e il precedente papa Leone, che possono essere applicati anche alle loro encicliche. Se la Rerum Novarum di 135 anni fa non fu solo l’enciclica sul rapporto tra Chiesa e lavoro dopo le rivoluzioni industriali, ma un manifesto che delineava un’idea di società, analogamente Magnifica Humanitas non è solo una riflessione sull’impatto dell’innovazione tecnologica di questi anni, ma un progetto politico nell’era del dominio della tecnica. L’immagine della città ricorre più volte nel testo di un papa formatosi su De civitate Dei di Sant’Agostino. Da una parte Leone XIV propone il modello di Babele, una città «sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione»; dall’altra propone quella di Gerusalemme, in rovina a causa dell’esilio babilonese, di fronte alla quale Neemia «non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni».

Quella tra i due modelli è «una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». In queste immagini c’è una società portata dalla tecnocrazia alla deriva sociale, economica e ambientale, posta di fronte a un bivio: lasciare che il dominio della tecnica espropri la democrazia, favorisca l’ascesa di populismi e di uomini soli al comando; oppure riedificare la città in rovina pezzo per pezzo, «non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo», ritrovando «una lingua comune, quella della comunione», ricostruendo «i legami prima ancora delle pietre»: è l’idea di una comunità degli Stati in cui il multilateralismo soppianta i nazionalismi e i doppi standard e di società capaci di includere e prendersi cura invece di espellere e affidare alla competizione e al mercato le dinamiche sociali.

Se Leone XIII proponeva un’idea di società cristiana, Papa Prevost offre un’idea cristiana di società; per i cristiani significa assumere un impegno politico teso non ad apportare parziali correttivi di un esistente senza alternative, ma a progettare una nuova società che rifiuti «l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni»: un progetto che richiede radicalità più che moderatismo, teso a costruire quella Gerusalemme nuova dove «lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi».

(Articolo pubblicato su “Il Corriere Apuano” del 04/06/2026)

 

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