UMBERTO CURI : “PADRE E RE -FILOSOFIA DELLA GUERRA” di Raffaella Pozzi

di BorgoAdmin

Un pubblico numeroso e attento è intervenuto lo scorso 18 marzo nella sala delle conferenze dei Missionari Saveriani di Parma, per la presentazione del libro del prof. Umberto Curi «Padre e re. Filosofia della guerra», uscito l’anno scorso per i tipi di Castelvecchi. L’incontro è il primo di tre a cui è dedicata la quarta edizione di «Libri Viandanti», che quest’anno propone testi inerenti al tema «Dentro la guerra. Le ragioni di un suicidio senza ragione». Hanno parlato con l’Autore Raffaella Pozzi, docente di Filosofia e Storia al Liceo Romagnosi, e Giuseppe Bizzi dell’Associazione Viandanti, che, introducendo la serata, ha spiegato che lo scopo di questa rassegna è cercare di preparare la pace andando alle radici – anche filosofiche – della guerra, per comprendere il motivo per cui essa è ancora così presente nel nostro tempo.

La guerra ha un carattere morfogenetico, ha detto Curi chiarendo il riferimento al frammento di Eraclito che dà il titolo al libro: essa infatti non è solo foriera di distruzione, ma genera anche nuovi ordini di carattere economico e politico, come prova il fatto che tutti i grandi stati moderni siano il risultato di guerre. La funzione generativa della guerra si compie lungo un itinerario che conduce da un’originaria formulazione della guerra come scontro tra eserciti a una guerra che coinvolge prevalentemente i civili, come si è largamente visto nelle due guerre mondiali e nella guerra del Golfo. Ciò ha anche fare con l’evoluzione della guerra da evento a stato permanente: mentre nel mondo greco le battaglie prevedevano il confronto tra due falangi contrapposte e si concludevano con la resa pacifica di quella soccombente, nell’età contemporanea, dopo l’11 settembre, l’amministrazione americana ha dichiarato apertamente di voler sviluppare un nuovo tipo di guerra, detta preventiva, che avrebbe lo scopo di evitare un’altra guerra (il che è di per sé una contraddizione interna): la pace permanente, si dice, può essere ottenuta solo con continue operazioni belliche che, grazie all’uso di armi sempre più sofisticate, permettono di limitare la morte dei giovani soldati USA ma non quella delle popolazioni civili dei paesi teatro degli scontri. Nel libro Curi mette anche in luce come la guerra sia così diventata, da elemento dinamico che era, un motivo di stabilizzazione di una situazione asimmetrica: come ha detto più volte G.W. Bush durante la sua campagna elettorale, il livello di vita dei cittadini americani non è negoziabile, quindi il benessere degli USA deve essere compensato dalla miseria assoluta di molti altri paesi, soprattutto di quelli africani. Curi ha citato in proposito alcuni dati significativi: da un’indagine del 2009, risulta che dei 6 miliardi di abitanti della terra, 5 dispongono del 20% delle risorse, 1 miliardo dei restanti quattro quinti. Ogni anno dall’anno 2000, circa 900.000.000 bambini sotto i 5 anni muoiono per problemi legati all’alimentazione, scarsa o di cattiva qualità, a fronte di un’iperalimentazione dei cittadini occidentali. Non è tuttavia possibile, per la politica USA, negoziare una condizione di più equa distribuzione delle risorse e la guerra tiene in forma queste contraddizioni. Diventa allora giusto e doveroso combattere contro iniquità così clamorose, perché, come dice il motto della FAO che Curi ha fatto proprio, «se vuoi la pace domani, lotta per una maggiore giustizia sociale oggi». Squilibrio economico e ingiustizia sociale sono dunque, secondo il filosofo, la radice della guerra permanente, una guerra che diventa di fatto frutto dell’opulenza dell’Occidente, anche quando sembra che le cause siano altre, come ad esempio il fondamentalismo religioso. Il mondo – ha detto Curi – è una totalità organica, nella quale sono connessi tra loro fenomeni molto lontani gli uni dagli altri; questo rende difficile cogliere la relazione di causa-effetto da cui sono invece legati e si preferisce utilizzare in modo strumentale una con-causa come quella di carattere religioso. A ben vedere, è però alquanto singolare che nessuno di coloro che ha realizzato l’attacco alle Torri Gemelle del 2001 fosse religioso o credente. Ciò significa che un mondo caratterizzato da una persistente e clamorosa iniquità non può restare a lungo in pace.

A chi gli ha chiesto conto del fenomeno migratorio, il filosofo ha risposto considerando come si stia verificando una nuova ondata coloniale che può rendere esplosiva la situazione internazionale. Al di là della artificiosa distinzione tra migranti economici e migranti spinti da altre condizioni, ideata da Egon Kunz per ragioni meramente demografiche, è importante soffermarsi, a livello concettuale, sulla configurazione del pericolo dal quale il migrante tenta di fuggire, indipendentemente da quale esso sia (quello di morire per fame, per persecuzioni religiose, politiche…): dal punto di vista politico, bisognerebbe quindi porre il problema di come fronteggiare in modo adeguato un fenomeno che – proprio per la nuova ondata coloniale prima citata – porterà in Europa 500.000.000 di immigrati entro il 2050. In conclusione, Curi ha ricordato un’iniziativa di Giovanni Paolo II che, in prossimità della Pasqua e alla vigilia dello scoppio della seconda guerra nel Golfo del 2003, aveva indetto una giornata mondiale di digiuno per la pace. Una proposta apparentemente estemporanea e del tutto inefficace, che però ha colpito molto il filosofo: con linguaggio profetico, il Papa aveva detto che, se si fosse voluta la pace, l’Occidente avrebbe dovuto digiunare, ovvero impegnarsi nella ridefinizione delle condizioni dello sviluppo e della giustizia sociale. Provocatoriamente, Curi si è chiesto se la pace allora sia sempre desiderabile, sempre giusta, o se non la si debba piuttosto intendere come obiettivo di lotte che riducano le disuguaglianze mediante la redistribuzione delle risorse. Perché solo con un consapevole e fattivo ridimensionamento del nostro tenore di vita la guerra, o meglio le guerre, smetteranno di essere funeste compagne del nostro avvenire.

 

 

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