Borgo NewsLa Piazza TRUMP E L’ECONOMIA: QUANDO L’ESPANSIONE DEI POTERI PRESIDENZIALI DIVENTA UN RISCHIO PER LA DEMOCRAZIA di Monica Cocconi di BorgoAdmin 18 Settembre 2025 di BorgoAdmin 18 Settembre 2025 420 La clamorosa iniziativa di qualche giorno fa – la minaccia di licenziare Lisa Cook dal Board of Governors della Federal Reserve – non era necessaria per comprendere la direzione che Donald Trump ha impresso alla politica economica americana. Quel gesto, pur senza precedenti, è soltanto l’ultimo tassello di una strategia che mette in crisi l’equilibrio istituzionale costruito negli Stati Uniti nell’ultimo secolo: un sistema in cui il potere politico non dovrebbe invadere l’autonomia delle autorità indipendenti e le dinamiche del mercato. Già da mesi, infatti, il presidente ha intrapreso la strada di un’amministrazione interventista, ostile a quei contrappesi che dovrebbero garantire stabilità e credibilità alle istituzioni economiche. L’episodio del Bureau of Labor Statistics è stato emblematico: la direttrice Erika McEntarfer è stata destituita dopo aver diffuso dati sull’occupazione ritenuti non graditi. Al suo posto, Trump ha scelto un fedelissimo privo di qualifiche adeguate, EJ Antoni. Un messaggio chiaro: anche le statistiche ufficiali devono rispondere alla volontà politica del presidente. Lo stesso schema si è ripetuto con la Federal Reserve. Oltre a voler rimuovere Cook, Trump ha già inserito nel Board un proprio fedele collaboratore, Stephen Miran. Se questa visione dovesse prevalere, la Fed cesserebbe di essere un’istituzione garante di indipendenza monetaria, trasformandosi in un’appendice della Casa Bianca. Sul fronte delle imprese, il metodo non è stato meno aggressivo. Con Nvidia e Amd, Trump ha superato i divieti all’export in Cina introdotti da Biden, ma a condizione che le aziende cedano al governo il 15% dei loro ricavi nel Paese asiatico. Una sorta di imposta straordinaria che evoca più pratiche dirigiste che non la tradizione americana di libero mercato. Parallelamente, il presidente prepara l’ingresso diretto dello Stato in Intel, con l’acquisto di una quota del 10%. Ufficialmente, per ragioni di sicurezza nazionale; nei fatti, per esercitare un controllo politico su un settore strategico. Neppure gli alleati sono al riparo. Il nuovo accordo commerciale con il Giappone obbligherebbe Tokyo a creare un fondo sovrano da 550 miliardi di dollari che Washington potrebbe gestire liberamente. Una forma di ricatto economico che piega le relazioni internazionali alla logica dell’imposizione unilaterale. Il filo rosso che lega queste mosse è evidente: concentrare nelle mani del presidente strumenti di controllo verso istituzioni autonome o regolate da dinamiche di mercato. Se da un lato Trump potrà forse ottenere risultati immediati, come la soggezione al Presidente della politica monetaria o il controllo di grandi imprese, dall’altro si impone un interrogativo cruciale: cosa resterà della democrazia americana se i dati statistici vengono manipolati, la banca centrale perde autonomia, i contratti commerciali diventano strumenti di estorsione? In questo senso, l’espansione dei poteri di Trump non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Poiché l’economia americana rimane il cuore del sistema globale, un suo progressivo slittamento verso prassi autoritarie rischia di indebolire non solo la fiducia dei mercati, ma anche l’idea stessa di liberal-democrazia economica che ha dominato l’Occidente negli ultimi decenni. È questa, più ancora delle guerre commerciali o dei dazi, la vera sfida che la presidenza Trump pone al futuro della democrazia americana. In realtà vi sono già state fasi della storia americana in cui il potere presidenziale si è temporaneamente espanso, suscitando tensioni con i principi di separazione dei poteri e con le libertà costituzionali. A proposito della figura del Presidente degli Stati Uniti, Alexis de Toqueville scriveva nella Démocratie en Amérique del 1840: «Il Presidente degli Stati Uniti è un uomo potente, ma il suo potere è limitato e temporaneo. È un magistrato più che un sovrano”. Sovente ricordato come il primo «presidente del popolo», Andrew Jackson, che fu Presidente degli Stati Uniti dal 1829–1837 è stato, tuttavia, anche una figura profondamente controversa, per la sua visione espansiva dell’autorità presidenziale, il trattamento verso le minoranze e il disprezzo verso alcune garanzie istituzionali. Jackson, ad esempio, spinse fortemente per l’Indian Removal Act, che autorizzava la rimozione forzata dei nativi americani dalle loro terre ancestrali ad ovest del Mississippi. Durante la presidenza di Harry S. Truman (1945–1953), ad esempio, si assistette a una significativa espansione del potere esecutivo: celebre fu il tentativo del Presidente di sequestrare e gestire direttamente gli impianti siderurgici privati nel 1952, per scongiurare uno sciopero durante la guerra di Corea, senza l’autorizzazione del Congresso. Allo stesso periodo risale anche la controversa vicenda del senatore Joseph McCarthy, che guidò una campagna inquisitoria contro numerosi funzionari pubblici, accademici e artisti, accusati sommariamente di «attività antiamericane». Il cosiddetto maccartismo generò un clima diffuso di sospetto, repressione e violazione delle libertà civili, in particolare della libertà di espressione e di associazione. Il maccartismo ebbe il suo culmine tra il 1950 e il 1954, nel pieno della Guerra Fredda. il senatore repubblicano del Wisconsin, guidò il Senate Subcommittee on Investigations, utilizzando la sua posizione per accusare pubblicamente centinaia di individui di comunismo o posizioni politiche sovversive, senza addurre prove concrete. La retorica delle «attività antiamericane» fu volutamente vaga, proprio per poter colpire una varietà di soggetti dissenzienti: funzionari, professori, sindacalisti, scrittori, registi, attori, intellettuali. Chiunque fosse etichettato come «sovversivo» rischiava l’emarginazione sociale, la perdita del lavoro, la persecuzione giudiziaria o parlamentare. Questo creò un clima di autocensura sistematica, in cui la libertà di espressione cessava di essere un diritto effettivo. Il paradosso democratico fu evidente: in nome della difesa dell’«America libera», si compromettevano le libertà fondamentali sancite dalla Costituzione, in particolare quelle garantite dal Primo Emendamento, che protegge la libertà di parola, stampa, religione, riunione e petizione. Più di recente, in seguito alla profonda crisi scaturita dall’attacco alle Torri Gemelle e alla conseguente necessità di contrastare il terrorismo internazionale, si è assistito a una significativa espansione del potere presidenziale sotto la presidenza di George W. Bush, all’impiego della tortura e all’istituzione di corti militari, con conseguenti tensioni nei rapporti con la Corte Suprema e il Congresso . Questi episodi dimostrano come anche democrazie consolidate possano attraversare momenti di regressione. Tuttavia, l’intervento della Corte Suprema e la tenuta dei principi costituzionali hanno sempre permesso, in passato, di ricomporre gli equilibri democratici e contenere le spinte autocratiche interne all’esecutivo. Ne è risultato un quadro in cui la democrazia americana, pur attraversando crisi e contrazioni, ha finora saputo rigenerarsi riaffermando lo stato di diritto e il principio dei checks and balances. La speranza è che questo possa avvenire anche nei prossimi anni. 0 FacebookWhatsappEmail post precedente L’ETICA NELLE RELIGIONI: UN PONTE PER LA CONVIVENZA PACIFICA di Vittorio Franciosi, Centro di Bioetica Luigi Migone post successivo L’ERA DEI DAZI: REALTÀ E PROSPETTIVE di Franco Mosconi Dalla stessa sezione BORGODAY: IL BORGO PREMIA SILVIA SANTURO E ANGELA... 25 Giugno 2026 “FAR CRESCERE LA TECNICA SENZA FAR REGREDIRE IL... 25 Giugno 2026 EURO DIGITALE, L’ACCORDO C’È. 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