SUICIDI IN CARCERE: NON C’E’ PIU’ TEMPO! di Veronica Valenti, garante dei diritti delle persone private della liberta’ personale, Comune di Parma

di BorgoAdmin

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo appello sulla drammatica situazione del Carcere di Parma

Condivido appieno l’iniziativa della Camera penale di Parma e le preoccupazioni che il mondo forense  di Parma esprime per le condizioni del nostro carcere e per il drammatico fenomeno dei suicidi, sui cui incidono diversi fattori, tra cui il sovraffollamento (da valutare drammaticamente anche in termini di sottrazione di tempo che  in carcere può e deve essere dedicato alla cura e ai percorsi trattamentali e di reinserimento sociale);  le condizioni detentive non rispettose della dignità delle persone ristrette (provocate, a Parma, dal prolungato malfunzionamento dell’impianto di riscaldamento e dalla mancanza di acqua calda, su cui ho già ricevuto  due reclami collettivi, che sono all’attenzione della Magistratura di sorveglianza) e  la mancanza di speranza, di prospettive future da parte dei ristretti, che deve interrogare le nostre coscienze e il nostro essere Comunità. Papa Francesco, durante l’apertura della Porta Santa a Rebibbia – che è stata ricordata anche recentemente a Parma, in occasione dell’apertura ‘simbolica’ di una Porta Santa in carcere, con una cerimonia toccante, raccolta e partecipata, organizzata dalla diocesi di Parma – ha affermato che “la speranza non delude”. A queste parole fanno eco le parole del Presidente Mattarella, il quale avverte sul pericolo che la speranza si traduca in “tempo inoperoso”, per evitare il quale è necessario coltivare concretamente percorsi di speranza, dentro e fuori dal carcere, in adempimento di quel dovere inderogabile di solidarietà economica e sociale, che ci contraddistingue come comunità democratica, fondata sulla centralità della persona umana. Sono parole, quelle pronunciate da Papa Francesco e dal Presidente Mattarella, che non possono lasciarci indifferenti e che ci devono indurre a rispondere, con urgenza, ai problemi strutturali della politica penitenziaria anche con atti di clemenza, di cui parla l’articolo 79 della Costituzione italiana, attivabili proprio quando le pene non riflettono più il senso di umanità a cui devono conformarsi e il carcere diventa solo un luogo di sofferenza. In mancanza, in modo inoperoso e drammatico, attenderemo l’ennesima cronaca di morti annunciate. Davvero, non c’è più tempo.

 

 

 

 

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