SPORT E CITTADINANZA: L’ITALIA IN FUORIGIOCO di Riccardo Campanini

di BorgoAdmin

Nel diluvio di commenti, critiche e proposte che hanno accompagnato la nuova eliminazione della Nazionale italiana dai Mondiali di calcio vi è un aspetto che va al di là del semplice ambito sportivo e merita perciò un particolare approfondimento. E per capire di cosa si sta parlando è sufficiente dare un’occhiata ai nomi (e ai volti) dei giocatori delle più forti nazionali europee: molti dei campioni che rappresenteranno Francia, Inghilterra, Germania, ecc. ai prossimi Mondiali sono infatti figli, o nipoti, di immigrati; fa parzialmente eccezione la Spagna, il cui giocatore più rappresentativo, il diciottenne L. Yamal, è peraltro di origine africana. La nazionale italiana, invece, è composta quasi interamente da giocatori “indigeni”, per cui verrebbe da concludere che, se si prescindesse dall’apporto degli immigrati, il livello del nostro calcio non sarebbe poi così inferiore a quello delle nazionali europee più forti…

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché nel campionato italiano di calcio non avviene quello che da tempo è “normale” negli altri paesi europei, ovvero la presenza sempre più massiccia di giocatori italiani di origine straniera? Una prima risposta sta nel fatto che l’immigrazione è, nel nostro Paese, un fatto relativamente recente se confrontato con quanto è avvenuto, ad esempio, in Francia  o in Germania da più di mezzo secolo; ma questo gap si sta a poco a poco colmando, tanto che le nostre squadre giovanili di calcio – ma anche di altri sport – sono ormai affollate di ragazzi e ragazze dai cognomi “esotici”. E qui appare evidente l’altro problema, non storico ma giuridico ( e culturale), che è stato giustamente sollevato nel dibattito sul fallimento della nostra Nazionale: quello della legge italiana, che rinvia al compimento del 18° anno di età l’acquisizione della cittadinanza italiana per i figli degli immigrati, che pure sono nati e cresciuti qui, parlano italiano (e magari anche il dialetto) e hanno studiato nelle nostre scuole, ma che, ad esempio, se la loro squadra va a giocare un torneo all’estero incorrono in enormi difficoltà burocratiche e il più delle volte devono restare a casa. Oltre all’aspetto giuridico vi è poi – forse ancora più preoccupante – anche un pregiudizio culturale duro a morire: quanti italiani e italiane di origine africana che hanno giocato nelle nostra Nazionali (da Balotelli a Paola Egonu) sono stati tacciati da certa stampa e da parte dell’opinione pubblica come degli “intrusi”, indegni di rappresentare l’Italia solo perché di pelle scura?  La conseguenza di questa situazione è che quando questi potenziali campioni devono scegliere in quale Nazionale giocare, in tanti optano per quella della propria famiglia di origine, dove almeno vengono accolti a braccia aperte e non vivono quella sorta di apartheid rispetto ai loro coetanei “bianchi” causata appunto dalla legislazione italiana in materia di cittadinanza. Tornando al sopra citato Lamine Yamal, destinato probabilmente a diventare il più forte giocatore al mondo (e per molti commentatori lo è già),  due anni fa fece scalpore la sua partecipazione – e il suo straordinario talento –  ai campionati europei con la maglia della Spagna all’età di 16 anni e qualche mese (!) Ebbene, se i suoi genitori, anziché emigrare in Spagna, fossero venuti in Italia, Yamal non avrebbe potuto giocare quei campionati europei con la nostra Nazionale in quanto (ancora) senza cittadinanza italiana….

Partendo da queste premesse qualche “esperto” ha ipocritamente proposto di modificare la legge italiana sulla cittadinanza, ma solo per gli sportivi… Ma, a parte l’evidente incostituzionalità della proposta, il tema evidentemente non è quello di migliorare le prestazioni delle nostre rappresentative sportive, bensì quello di superare una discriminazione tra figli di “italiani” e di “stranieri” ormai anacronistica e fondata su pregiudizi e paure che non trovano alcun riscontro nella realtà. E visto che molti dei contrari alla modifica della legge sulla cittadinanza si richiamano ai valori e al mito della romanità è bene ricordare loro che a guidare l’Impero Romano nel corso dei suoi 5 secoli di vita vi sono stati anche imperatori di origine spagnola, africana, mediorientale…Un esempio di lungimiranza e di saggezza, questo degli antichi Romani, ancora valido a 2000 anni di distanza, se l’Italia del calcio (e non solo) vuole davvero tornare ed essere caput mundi.

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