SANITÀ VENDESI di Piersergio Serventi

di BorgoAdmin

E’ dell’8 ottobre 2025 l’ultimo allarme per il presente e futuro della nostra Sanità contenuto nel periodico rapporto GIMBE, che ripropone sintomi e cause della crisi. In effetti, mentre ormai le evidenze della crisi dell’universalismo sanitario fanno parte dell’esperienza della quasi totalità della popolazione, poche sono le analisi della cause. E, senza avere consapevolezza delle cause, è impossibile individuare i rimedi. Vale anche per la sinistra politica che – vedi il recente corposo documento del PD – è tuttora reticente nella verifica della cause profonde, forse perché sulle cause “nessuno è innocente”, come ho scritto nel sottotitolo di un mio recente libricino. La mia tesi è che esiste una stretta connessione tra le politiche di contenimento della spesa sanitaria e quindi del Fondo Sanitario e gli strumenti per rendere perseguibile questo obiettivo, inventati nel 1992-94 (Amato-De Lorenzo) e sostanzialmente confermati nel 1999 (Prodi-Bindi) e negli anni successivi Questi strumenti sono passati sotto il nome di “aziendalizzazione” del sistema e sono figli dell’egemonia della cultura politica neoliberista, teorizzata dalle destre e purtroppo poi praticata anche dalle sinistre a livello mondiale ed europeo. Dal 1992 in avanti è stato ideato e organizzato dalle destre e successivamente mai realmente contrastato dalle sinistre, poco importa se con consapevolezza o soltanto con sprovvedutezza, una sorta di “delitto perfetto” in quattro mosse:

  1. sottrazione della gestione dei servizi alle istituzioni locali e affidamento della stessa a tecnocrati nominati dalle regioni, ben pagati se capaci di raggiungere gli obiettivi (sostanzialmente rispettare i vincoli di bilancio a prescindere dai mezzi), licenziabili in caso contrario;
  2. commissariamento statale delle regioni che avessero tollerato disavanzi;
  3. apertura al privato profit, mediante la nuova legislazione su autorizzazioni, accreditamenti e libera professione intramoenia;
  4. defiscalizzazione di fondi sanitari e delle polizze assicurative, per favorire e organizzare al meglio il trasferimento al privato della quota di domanda inevasa dal pubblico (liste di attesa), in modo da consentire comunque alla maggioranza degli italiani che possono permetterselo, di ottenere comunque prestazioni, anche se a pagamento diretto o tramite un’assicurazione ed evitare così la rivolta sociale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo ancora, se pur in crisi e soltanto nel centro nord, un’assistenza ospedaliera per acuti universalistica e gratuita, mentre per il resto (specialistica ambulatoriale), siamo ritornati ad un sistema paramutualistico peggiore di quello pre 1978, con oltre 5-6 milioni di italiani che, non potendo pagare né assicurarsi (le assicurazioni non coprono gli over 75), semplicemente non si curano. La medicina di base non è stata mai sottratta al condizionamento corporativo dei sindacati dei medici di famiglia. L’assistenza psichiatrica e la prevenzione – medicina del lavoro soprattutto – sono da tempo uscite dal radar delle  cose da sostenere a causa di tagli  ripetuti nei decenni. Occorrerebbe una nuova grande riforma che smantellasse le fondamenta del sistema attuale, tornasse allo spirito della 833/78 correggendo alcuni errori di allora e ritornasse ad una governance basata sulle istituzioni locali, senza la quale anche le Case delle Comunità resteranno vuote di personale e di funzioni. Non si tratta di essere pro o contro il privato. Si tratta di essere a favore del cittadino che, a fronte di una regolare prescrizione medica deve poter ottenere, poco importa se dal pubblico o dal privato accreditato, la prestazione gratuita richiesta nei tempi stabiliti dalle norme. La scelta del privato accreditato o a pagamento deve essere libera e non necessitata. L’eventuale inappropriatezza della domanda non si combatte con il razionamento dell’offerta, che è sempre iniquo perché non distingue tra domanda appropriata e no e tra chi può pagare e chi no.

Non vedo tuttavia per ora nel Paese e nelle forze politiche la lucidità e la volontà di affrontare organicamente un problema del genere. A destra dichiaratamente. A sinistra per un eccesso di  “governismo” che talvolta difende burocraticamente l’indifendibile e si appiattisce  sull’amministrazione del presente, senza più saper offrire la visione di “un altro mondo possibile”. Non si è credibili chiedendo solo più soldi, occorre dire dove si prendono. Occorre un programma di governo organico, fatto di scelte radicali sulle politiche fiscali, di bilancio e sociali a favore soprattutto dei giovani, leggibilmente diverso da quello della Meloni, informato dalla cultura della solidarietà  e orientato a privilegiare  il finanziamento del welfare, prima che del riarmo o della flat tax alle partite IVA.  Il rilancio della sinistra sta nel recupero di chi non vota più perché lo ritiene inutile, non nei politicismi delle correnti interne al PD, divise fra movimentisti senza un programma e rifomisti senza riforme.

 

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