PROVA DI MATURITÀ. LA SECONDA ASSEMBLEA SINODALE DELLE CHIESE IN ITALIA di Matteo Truffelli

di BorgoAdmin

Ma cos’è successo davvero alla seconda Assemblea sinodale delle Chiese in Italia? In realtà non c’è granché da svelare. Anche grazie alla scelta di trasparenza compiuta al termine dell’Assemblea dalla Conferenza episcopale, infatti, blog e giornali hanno ricostruito, a grandi linee, i vari passaggi così come si sono effettivamente svolti: nel corso della prima mattinata di confronto in plenaria quasi tutti gli interventi (una cinquantina circa) hanno espresso una valutazione negativa del documento che si sarebbe dovuto emendare e mettere in votazione nei giorni successivi, un testo che era stato inviato ai membri dell’Assemblea solo un paio di giorni prima dell’avvio dei lavori e che era stato scritto senza un fattivo coinvolgimento degli organismi sinodali (Presidenza e Comitato nazionale). In maniera corale, argomentata e pacata, la gran parte dei componenti dell’Assemblea – formata dai rappresentanti della quasi totalità delle diocesi italiane, tra cui 168 vescovi, con l’aggiunta di alcuni esperti e di esponenti di varie realtà, associazioni, gruppi e movimenti (nell’insieme un migliaio di persone, di cui la metà circa laici, e tra questi poco più della metà erano donne) – ha avanzato una serie di critiche radicali e circostanziate nei confronti della struttura, dello stile e dei contenuti delle cinquanta proposizioni che componevano il documento, lamentando la scarsa attenzione prestata ad alcune tematiche, quando non la loro totale assenza, il respiro insufficiente di certe proposte e la timidezza di altre, il linguaggio asettico, la scarsa assertività di alcune indicazioni (piene di rimandi a ulteriori valutazioni di opportunità e spesso troppo preoccupate di evidenziare spazi di discrezionalità). Punto fondamentale, ampiamente condiviso, era che le proposizioni non rispecchiavano né lo spirito né lo sostanza del cammino sinodale compiuto in questi anni.

Di fronte alle tante sollecitazioni e alle richieste di cambiamenti avanzate nel dibattito, la Presidenza ha immediatamente recepito la proposta di allargare oltre quanto preventivato la possibilità di formulare emendamenti e integrazioni al testo, aprendo a una revisione delle proposizioni più consistente del previsto. Ma anche così, dopo due mezze giornate di intensi lavori in gruppi e sottogruppi il documento è risultato troppo riduttivo per essere “raddrizzato”, e gli emendamenti troppo numerosi e ampi per poterli discutere e votare in maniera adeguata. Si è perciò arrivati alla mozione avanzata dal Consiglio permanente della Cei, riunitosi in via straordinaria la sera del 2 aprile: rimandare tutto al prossimo autunno, impegnando la Presidenza del cammino sinodale ad approntare, insieme con il Comitato nazionale, un nuovo documento, da sottoporre a una terza, imprevista Assemblea sinodale nazionale. Proposta accolta quasi all’unanimità dai membri dell’Assemblea, che hanno rimarcato il loro apprezzamento. Non perché fosse “una vittoria”. Ma perché la decisione presa rappresentava – anche simbolicamente, con la scelta di spostare l’Assemblea della Cei da maggio a novembre – un passo coraggioso compiuto insieme, con lucidità e senso di corresponsabilità. Una piccola svolta, ben espressa dall’intensa e franca restituzione finale di monsignor Castellucci, che giustamente è stata subito reso pubblica, perché in essa ci siamo davvero riconosciuti. Tutta l’Assemblea, del resto, si è svolta realmente in un clima di libera, fraterna e costruttiva partecipazione, per quanto non siano mancati, come inevitabile, momenti di difficoltà, di preoccupazione, forse anche di dispiacere, soprattutto da parte di chi si trovava a dover gestire un passaggio inaspettato e, indubbiamente, delicato. Come mai allora si è giunti al punto di dover ritirare le proposizioni e indire una nuova Assemblea? Perché il documento presentato era, effettivamente, un documento sbagliato. Per varie ragioni. Perché mancavano o erano state eccessivamente stemperate troppe cose: troppe questioni, troppe attenzioni, proposte, speranze e ferite che erano emerse chiaramente nella fase di ascolto vissuta negli anni scorsi, espresse con forza, in maniera puntuale e condivisa, da Nord a Sud, dalle grandi città ai piccoli centri, dalle parrocchie e dalle associazioni, da “gente del mestiere” e da persone che in Chiesa non mettono piede da un pezzo. Un percorso in cui, al di là dei tanti limiti, delle tante incertezze e delle tante difficoltà incontrate nel far partire e nel portare avanti un’esperienza del tutto nuova, si sono sentite coinvolte e hanno portato un contributo moltissime persone, gruppi, comunità. Il documento era sbagliato, poi, perché scritto con un’impostazione di fondo troppo timida e con un linguaggio troppo arido, burocratico. Lo si è spiegato – e non c’è ragione per cui questa motivazione non debba essere tenuta in considerazione – sottolineando la difficoltà di operare con tempi davvero molto compressi, richiamando i margini ristretti concessi dallo spazio a disposizione (per un testo che comprensibilmente non voleva essere troppo lungo, onnicomprensivo e generico) e, soprattutto, ricordando la particolarità del “genere letterario”, costituito da proposizioni che per poter essere sottoposto all’approvazione chiedevano di essere il più concise e puntuali possibile. Ma le pur comprensibili esigenze di brevità e concretezza non sono sembrate sufficienti, secondo molti, a giustificare la sostanziale mancanza, nell’impianto stesso del documento, di quel respiro, quell’immediatezza, quel desiderio di mettersi in discussione per rimettersi in cammino che ha caratterizzato tutto il percorso compiuto in questi anni dalla comunità ecclesiale. Soprattutto, però, il documento era sbagliato per il modo con cui era stato scritto e con cui era stato condiviso. Steso in una prima versione da poche (o pochissime) mani, è stato rivisto dal Consiglio permanente della Cei, che ha chiesto una sua drastica riduzione. La revisione è stata affidata nuovamente a pochissime mani, che hanno dovuto portare a termine il compito in pochissimi giorni, senza, evidentemente, potersi confrontare in maniera significativa con un gruppo di lavoro adeguato. La mancanza di sinodalità nel percorso di elaborazione e di concreta scrittura si è riverberato, inevitabilmente, nei contenuti e nello stile del risultato finale. Perché, molto semplicemente, la sinodalità non è solo “un metodo”, una procedura, un modo di lavorare: è, invece, un modo di essere comunità, un modo di essere Chiesa, che non può non toccare, coinvolgere e caratterizzare ogni aspetto e ogni momento del camminare insieme.

Proprio per questo, però, si può affermare che l’esito finale dell’Assemblea e il suo stesso svolgimento, il clima che si è respirato e la libertà con cui si è lavorato non rappresentino un passo falso, un segno di crisi, tantomeno un momento di rottura per la Chiesa italiana, ma una prova di maturità. Maturità di chi ha partecipato ai lavori, sforzandosi di trasmettere non la propria sensibilità personale ma il sentire raccolto in questi anni di ascolto e, per questo, ha espresso critiche e apprezzamenti, richieste e ringraziamenti con autorevolezza, franchezza e serenità. Maturità, in particolare, del laicato, che non ha esitato ad assumersi le proprie responsabilità, a mostrare in maniera molto concreta la propria volontà e capacità di “avere voce in capitolo”. Maturità dei pastori, che nel lavoro dei gruppi e nei momenti informali di confronto hanno continuato a lavorare e discutere con apertura e passione, nonostante una certa comprensibile sorpresa e forse, per qualcuno, qualche dubbio, o qualche timore. Maturità di chi alla fine ha preso la decisione, coraggiosa, di fare non un passo indietro ma, speriamo, un salto in avanti.

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