Borgo NewsLa Piazza PARMA TRA RESIDENTI, ABITANTI, MIGRANTI di Alessandro Bosi di BorgoAdmin 14 Ottobre 2025 di BorgoAdmin 14 Ottobre 2025 429 Lo scorso 10 giugno il sito del Comune di Parma ci ha informati sul numero dei residenti in città e provincia al 1° gennaio 2025 (circa 202.000 la prima e 460.000 la seconda). Questo appuntamento annuale è un termometro dei cambiamenti sociali. Com’è noto, l’ufficio demografico ci propone i dati sulla consistenza numerica della popolazione residente sulla base del confronto con gli anni precedenti ordinato nelle serie storiche analiticamente scomposte in alcuni capitoli. I lettori hanno ormai confidenza con distinzione di genere, età, professione, istruzione, composizione familiare, zona o quartiere di residenza, cittadinanza, provenienza eventuale da un’altra città o paese, i dati che gli analisti incrociano per consentirci di comprenderne l’incidenza sui cambiamenti nella qualità della vita. È intuitivo che ciascuna di queste voci cambia al modificarsi dei tempi: la distinzione di genere sembrava fissata alla nascita dalla biologia, ma i nostri ordinamenti ammettono che possa essere una scelta di vita; l’istruzione, che in passato era confinata agli anni della crescita, è riconosciuta come un diritto sempre perseguibile; il sogno di trascorrere l’esistenza nella propria casa dalla culla alla bara, è considerato un retaggio del passato; nell’epoca delle culle vuote, le famiglie unipersonali sono numerose e i cambi di residenza da città a città una consuetudine. Dal 1989, l’anno in cui fu abbattuto il muro di Berlino, i processi di immigrazione sono divenuti sempre più rilevanti mentre è ripresa l’emigrazione. Questi cambiamenti orientano l’opinione pubblica e incidono sia sul confronto politico sia sulle scelte amministrative. Ma il solo dato può indurci a credere che viviamo un’epoca di cambiamento, non che siamo in un cambiamento d’epoca, come ha sintetizzato con efficacia il dibattito promosso dal Borgo lo scorso 23 settembre. Perché questa condizione sia perspicua sono necessari nuovi paradigmi nella lettura del presente anche quando non forniscano quadri statistici. Il rapporto residenti/abitanti, per esempio. Nel 1975, Roberto Guiducci ricorreva alla categoria città dei cittadini per criticare un’urbanistica che, avendo messo tra parentesi l’originario legame tra città e cittadinanza, evidenziava il contrasto fra la morfologia della città disegnata dagli architetti e quella definita dal vissuto delle popolazioni. Con lucida anticipazione sul futuro, Guiducci sosteneva che avremmo assistito o a una fuga delle popolazioni dalla città o allo sviluppo di conurbazioni caratterizzate da costruzioni verticali difronte alle quali i grattacieli di New York sarebbero apparsi «modesti condomini». Ma non vi è stata scelta fra queste opzioni: le nostre città si sono modificate in entrambe le direzioni. Nel 1993, Guido Martinotti poteva segnalare che le popolazioni urbane si venivano configurando come «aggregati di individui» non riconducibili alle fisionomie locali storicamente definite dal campanilismo delle città italiane. Tutto questo, occorre sottolineare, in un’epoca che si stava inoltrando nell’inverno demografico. Martinotti leggeva l’ibridazione delle tradizionali popolazioni di residenti e pendolari con le figure dei city users e dei metropolitan businissmen che imponevano alle città nuove infrastrutture, servizi, eventi: in breve la necessità di una nuova visione del loro futuro. City users e metropolitan businissmen erano sufficienti per farci intendere che l’organizzazione delle città e la loro storia futura, non sarebbe più dipesa dalla relazione tra la popolazione dei residenti e i suoi amministratori. Di fatto, la città aveva assunto i tempi di vita e i comportamenti collettivi della metropoli, anche senza averne le dimensioni e il peso nella contrattazione sociale con la Regione e con lo Stato. Fu un cambiamento endogeno che anticipò le ondate migratorie dall’est e dal sud del mondo. Avremmo mai potuto, a fronte di un cambiamento in grado di portarci fuori dalla società industriale, che a sua volta, con inusuale rapidità, ci aveva portati fuori dalla società contadina, attuare politiche di integrazione delle popolazioni straniere se ancora non sapevamo fare i conti con la nostra storia? Gli immigrati sono stati il capro espiatorio cui addossare la responsabilità di questioni aperte dall’epoca icasticamente definita postindustriale non sapendo di cosa si trattasse quel che stava accadendo dopo le fabbriche, dopo Don Camillo e l’onorevole Peppone. Quel che accadde, per restare alla questione demografica, è che le figure di nuovi abitanti da affiancare ai residenti conobbero una crescita geometrica e inarrestabile. A questo andamento della nuova modernità si vorrebbe forse opporre l’immobilismo di comunità chiuse e sonnacchiose? No davvero. Ma il nostro presente ci mette difronte a domande da prendere in seria considerazione: la crescita numerica degli abitanti può configurarsi come un aspetto di gentrificazione, di sostituzione della popolazione autoctona? la gentrificazione cambia lo statuto della politica sciogliendo il legame tra cittadinanza, democrazia e polis? quando si sottolinea l’importanza di richiamare grandi moltitudini, s’intende che la città educante cede il posto alla città degli eventi e gli Assessorati alla Cultura si trasformano in Assessorati allo Spettacolo? Sono alcune domande che “Borgo News” cercherà di istruire, possibilmente in dialogo con i lettori, nei prossimi numeri. Qualunque commento o Vostra considerazione è benaccetta. Restate sintonizzati. 0 FacebookWhatsappEmail post precedente GAZA, E NON SOLO: INTERVISTA ALL’ASSESSORA ALLA PACE DARIA JACOPOZZI a cura di Carla Mantelli post successivo CHI EVADE LE URNE? di Riccardo Campanini Dalla stessa sezione BORGODAY: IL BORGO PREMIA SILVIA SANTURO E ANGELA... 25 Giugno 2026 “FAR CRESCERE LA TECNICA SENZA FAR REGREDIRE IL... 25 Giugno 2026 EURO DIGITALE, L’ACCORDO C’È. 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