OLTRE L’OSSESSIONE DEL PIL di Carla Mantelli

di BorgoAdmin

Prima del boom economico del secondo dopoguerra si producevano merci per soddisfare bisogni. Con il boom economico si è cominciato a creare bisogni per accrescere la produzione di merci. Sta in questa semplice descrizione il nocciolo del problema secondo Maurizio Pallante invitato dalla Rete Viandanti a presentare il suo libro “Liberi dal pensiero unico. La rivoluzione culturale della spiritualità” (ed. Lindau – pag.130 – €.12,00)

Rispondendo alle domande di due giovani studentesse liceali, Beatrice Cicciò ed Erika Cobanu, Pallante ha ricordato che più si producono e si vendono merci più il PIL cresce quindi tutti sembrano soddisfatti. In realtà le cose non sono così semplici. Anche se l’obiettivo di fare crescere il PIL accomuna destra, centro e sinistra, sistemi capitalisti e comunisti, democrazie, democrature e dittatura, il PIL è solo un numero che dice poco del reale benessere di una nazione e del suo popolo.

Le cose che danno senso alla vita infatti (l’amicizia, l’amore, la solidarietà, la compassione, la contemplazione della bellezza, l’indignazione di fronte all’ingiustizia…) non sono oggetto di compravendita, quindi, non entrano nel computo del PIL. Ma sono le cose che costituiscono la dimensione spirituale della vita, soffocando la quale soffochiamo la nostra felicità.

La produzione di merci fine a sé stessa ha significato un uso smodato delle risorse del pianeta e quindi ha causato il peggioramento delle condizioni di vita.

Pallante è un teorico della decrescita felice che, ci tiene a precisare, non ha nulla a che fare con la recessione economica. La decrescita felice si può paragonare ha una dieta alimentare che scegliamo di seguire per migliorare la nostra salute. Si tratta cioè di ridurre in modo selettivo e governato il consumo di merci che sono sprechi e inefficienze. Se io riduco lo spreco di energia per raffrescare o riscaldare il mio appartamento spenderò meno di energia ma starò meglio. Lo stesso ragionamento si può fare con i rifiuti. Se riduco la produzione di rifiuti migliorerò la qualità della vita della comunità. Tutto questo non richiede soltanto un impegno individuale ma precise scelte politiche ed economiche. È necessaria, infatti, una conversione economica dell’ecologia e non, come a volte si sente dire, una conversione ecologica della economia.

Insomma, è necessario superare l’idea che il possesso e il consumo di beni materiali garantisca la felicità. È una promessa che ci viene fatta in modo martellante dalla pubblicità la quale, nello stesso tempo, mira a renderci sempre insoddisfatti di ciò che abbiamo perché c’è sempre qualcosa di nuovo che dovremmo comprare. La rivoluzione culturale della spiritualità sta proprio qui: avere piena consapevolezza che c’è qualcosa di importante che non si può acquistare.

Maurizio Pallante approfondisce questi temi nelle sue numerose pubblicazioni a cui rimandiamo. Ma segnaliamo che c’è anche chi, ad alti livelli, sta cercando di aggiornare i criteri con i quali si misura il benessere di una nazione e quindi di superare l’ossessione del PIL.  In questo senso va il Rapporto “Contare ciò che conta. Un compasso per misurare il progresso per le persone e il Pianeta” presentato all’ONU e redatto dal gruppo di lavoro creato un anno fa in attuazione del Patto sul futuro di settembre 2024. Per approfondire, rimandiamo all’articolo di Enrico Giovannini segnalato nella rubrica Oltrelemura su questo stesso numero di Borgo News dal titolo “Il PIL per giudicare lo stato di salute della società? L’ONU prova a riscrivere un’idea (più umana) di progresso”.

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