Borgo NewsLa Piazza LEGGERE LA CITTA’: IL PASSO DEI TEMPI di Paolo Giandebiaggi e Alessandro Bosi di BorgoAdmin 2 Aprile 2026 di BorgoAdmin 2 Aprile 2026 145 Pubblichiamo di seguito i contributi che i due relatori del Convegno “Leggere la città: il passo dei tempi” hanno voluto offrire ai nostri lettori riprendendo e rilanciando i temi affrontati nel corso del Convegno. LEGGERE LA CITTA’ di Paolo Giandebiaggi Da sempre, nella storia millenaria della città, abbiamo assistito a periodi di densificazione del tessuto urbano esistente entro limiti definiti (le vecchie mura) a cui hanno fatto seguito periodi di espansione. Ciclicamente queste due fasi si susseguono costantemente alternate. Ora, dopo un ampio periodo di espansione verificatosi dagli anni 50 ai primi anni del 2000, con un fattore dimensionale mai visto (la città è diventata circa otto volte più grande di quanto non fosse stata nei suoi primi 2000 anni), la città di Parma, come molte altre città occidentali si richiude, definendo nuovi limiti invalicabili. Non sono più limiti fisici come quelli appunto delle antiche mura, ma sono limiti culturali di tipo immateriale ma altrettanto cogenti, di carattere ambientale, sociale ed economico che spingono, condividendoli (ormai la gran parte dei cittadini ne condivide le ragioni), verso il non consumo di suolo, verso la permeabilità dei suoli richiesta dai cambiamenti climatici, il risparmio delle risorse gestionali di fornitura di servizi e costi di mantenimento, ecc. Ora incomincia, anzi è già cominciata, la ristrutturazione del territorio già urbanizzato, in cui vista la limitata densità edilizia ed il permanere di molti edifici dismessi ed abbandonati, diventa conveniente per tutti recuperare il dismesso, ristrutturare l’esistente, ampliare anche in verticale ciò che è già costruito, costruire tra il costruito, costruire sul costruito, ecc., riprendendo la modalità che da sempre la città si era data nella sua storia millenaria. Infatti se guardiamo il passato da sempre la città ha costantemente modificato sè stessa alle mutate esigenze della società che cambiava con essa. Ma Parma, a differenza di altre città vicine, sta assumendo, nel suo ampliamento concentrico, una dimensione (i 200.000 abitanti) che stenta a rimanere nella tipologia monocentrica, come il continuo ampliamento di fascia l’ha lasciata. Le zone periferiche, i vecchi quartieri, sono diventate vere e proprie città con la dimensione che la Comunità Europea le stabilisce (20, 25, 30.000 abitanti ciascuna). Ognuno dei nostri 6/7 vecchi quartieri, durante la costante espansione fine novecentesca, sono ormai divenuti 6/7 città in cui i cittadini vivono o meglio cercano di vivere ricercando una prossimità ormai percepita (l’identità delle singole zone come valore di distinzione) e attuando di fatto le città dei 15 minuti. Ogni cittadino infatti cerca nel suo raggio di influenza abitativa e lavorativa, quei servizi che prima ritrovava nella città intera e soprattutto in centro. Ormai le distanze, la quantità di popolazione, le difficoltà date dalla mobilità ed il ritorno a quella più sostenibile, portano i cittadini a vivere sempre più nella propria città (nel proprio quartiere) verificando quotidianamente anche l’assolvimento di quei buoni rapporti di vicinato che una comunità insediata in loco richiede. Cerca di fatto la presenza di servizi localizzati di prossimità: scuole di ogni grado, servizi sanitari, zone verdi strutturate anche per lo sport, commercio, insediamenti per il lavoro, ecc. Ecco che serve una lettura più fine che non quella globale fatta fino ad ora, in quanto, proprio fino ad ora, sono state pianificate le dotazioni guardando al soddisfacimento dei bisogni nella loro interezza. Se infatti noi “leggiamo” la presenza di queste dotazioni città per città (quartiere per quartiere) troviamo una dislocazione disomogenea di questi servizi: chi ha molte scuole chi poche, chi ha molte aree verdi attrezzate chi poche, chi ha servizi sanitari in loco chi no, proprio perché non si sono depositati con una logica policentrica, ma ritenendoli comunque a servizio di una unica città monocentrica come il passato ci ha consegnato. Il passaggio ai 200, 250 mila abitanti (con questo ritmo di crescita siamo ai 250.000 tra vent’anni, ovvero domattina), addirittura la legge stessa consente la possibilità di instaurare i “municipi” ovvero strutture amministrative di un unico Comune, in cui i servizi principali (sociale, sanitario, educativo, culturale, ecc.) sono decentrati e collegati informaticamente tra loro per regolare in modo univoco la loro applicazione. Di fatto la città rimane un organismo unico ed unitario, ma la sua organizzazione incomincia ad essere policentrica avvicinandosi maggiormente al soddisfacimento diversificato dei suoi abitanti che non vivono più in situazioni omogenee. Riportare in equilibrio le diverse parti, mantenendo la visione olistica dell’insieme, è il compito dei prossimi anni per tutta la società insediata; tutta, a partire dalle istituzioni, con la consapevolezza di una nuova città policentrica. PARMA E IL PASSO DEI TEMPI di Alessandro Bosi Vivo e risiedo a Parma dal 1971, quando avevo 23 anni. In questi 55 anni sono invecchiato, inesorabilmente, senza rimedio, mentre non vi era nessuna ragione che Parma non ringiovanisse: e non lo ha fatto. Certo ha saputo usare il trucco, con eleganza a volte, spesso con malizia. Nei primi anni settanta le auto erano ovunque: in Piazza Duomo, in Pilotta, in strada Cavour, in via Cavestro e dintorni, perfino dentro a un Parco Ducale vecchio, trasandato e moribondo. L’assalto selvaggio delle auto che intasavano le vie d’ingresso alla città non era alleggerito da una tangenziale derisa per i suoi improbabili semafori. Il traffico cresceva a vista e sembrava irrimediabile. I vigili urbani ingaggiavano lotte continue con gli automobilisti che contestavano le contravvenzioni con le motivazioni più stravaganti, vantando amicizie in alto loco o ricorrendo al logoro: «Lei non sa chi sono io!». In assenza di telecamere e prove oggettive sulle infrazioni compiute, la contrattazione con i vigili, era un rituale che alimentava racconti fra amici, barzellette e le immancabili gag dei comici. Del traffico sembrava non si potesse venire a capo, quasi fosse il prezzo da pagare allo status di automobilisti diventato alla portata di tutti. Beninteso: non “tutti” erano invitati alla doviziosa mensa del consumismo inaugurata dagli anni di vacche grasse che, così grasse, non si erano mai viste, ma non per questo avevano cancellato la povertà. E tuttavia, potersi mettere al volante, fosse di un catorcio, abilitava la fantasia di ritenersi un protagonista della baldoria. Con molto ritardo rispetto all’Europa, anche da noi si fece largo un piano di razionalizzazione del traffico. Inizialmente comparvero le soste a pagamento e il sottinteso che, in città, non si paga il suolo quando si scorre camminando o usando qualsiasi mezzo. Al contrario, la sosta prevede un obolo se è consentita e una contravvenzione dove è vietata.Sul marciapiede è vietata la sosta non pagata (mica si chiama sostapiede) e viene multata se è d’intralcio agli altri. In breve: la libera fruizione dello spazio pubblico si riduce progressivamente in città e, con essa, la normalizzazione che il suolo pubblico è monetizzabile. Nel suo insieme, la città diventa spazio misurabile e contabilizzabile: era stata un luogo vissuto con i giochi di bambini e adolescenti, con i conversari delle donne e i vecchi seduti sulla sedia davanti a casa. Anche a Parma si affacciò una parvenza di zona pedonale che contrastava il dilagare delle auto mentre si realizzava un importante intervento in piazza Pilotta. Fu messa a punto una tangenziale come si deve, fiorirono generosi parcheggi e comparvero i semafori intelligenti; gli incroci, accolti con scetticismo, si rivelarono funzionali e ora sono invocati se mancano. E questo restando all’immagine di città, aspetto tutt’altro che trascurabile. Non è stato poco. Ma è stato troppo poco a fronte di come cambiava la percezione spaziotemporale dell’ambiente città e, con essa, la domanda di città. Ci eravamo abituati a muoverci incorporando la tecnologia (calcolatrici, radioline, cineprese, cuffie elettroniche), a muoverci, la domenica, ascoltando Tutto il calcio minuto per minuto, a fare la corsetta salutare ascoltando musica e radiogiornali, a intervenire in trasmissioni radiofoniche camminando, in auto o in treno: l’individuo dioprotesi anticipato da Freud col Disagio della civiltà (1929) eravamo proprio noi, l’antico animale politico finalmente provvisto di aggeggi e congegni. Certo non potevamo figurarci di anticipare l’individuo transumano che si sta preparando a prolungare la vita in vista di diventare immortale su Marte dove eravamo persuasi non ci fosse vita. In quel 1971, l’anno dopo il decentramento istituzionale previsto dalla Costituzione e la nascita dell’ente Regione, Richard Nixon cancellò gli accordi di Bretton Woods (1944) annullando la convertibilità del dollaro in oro che imprimesse una parossistica velocizzazione al nuovo stato industriale descritto da John Kenneth Galbraith (1967). Ci eravamo inoltrati nella seconda fase della rivoluzione industriale a due secoli di distanza dal suo inizio: basteranno una cinquantina d’anni per giungere alla fase 5.0 dei nostri giorni. Parma e le città italiane, col carico di tesori accumulati nel passato che nessun altro Paese al mondo può vantare, non ha tenuto il passo della storia. Può una città permetterselo? Su questo torneremo prossimamente. 0 FacebookWhatsappEmail post precedente VINCE IL NO. RIFORMA DELLA MAGISTRATURA BOCCIATA di Monica Cocconi post successivo REFERENDUM: SUD CONTRO NORDIO? di Riccardo Campanini Dalla stessa sezione VINCE IL NO. 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