L’EDUCAZIONE SESSUALE PUÒ ATTENDERE  di Rita Torti

di BorgoAdmin

Nelle scorse settimane un emendamento al ddl Valditara in materia di consenso informato in ambito scolastico ha escluso l’educazione alla sessualità e all’affettività, oltre che nella scuola Primaria, anche nella Secondaria di primo grado, lasciandola soltanto alla Secondaria di secondo grado ma con l’obbligo di consenso preventivo delle famiglie. Tante voci autorevoli, individuali e associative, hanno espresso sconcerto e preoccupazione. Una preoccupazione molto seria e motivata, perché la situazione in cui ci troviamo è decisamente critica. L’età a cui si inizia la vita sessuale attiva è sempre più bassa (anche “alle medie”, sì); c’è una diffusa ignoranza sulle infezioni sessualmente trasmissibili, oltre che su gravidanza e contraccezione. Il consumo di pornografia – normalmente violenta e machista –  inizia con il primo smartphone, che serve anche per il sexting. La violenza maschile contro le donne inizia molto presto, il bullismo omofobico è un fatto acclarato. Togliere alla scuola la possibilità di fare formazione su un ambito tanto cruciale a livello sia personale che sociale ha dell’assurdo. Tanto assurdo che non si capisce come possa essere venuto in mente a persone che dovrebbero occuparsi del bene comune (suona desueto, ma in teoria sarebbe così). Alla fine la risposta è molto semplice, e l’ha fornita lo stesso ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara: si vuole evitare che entrino a scuola, nelle ore curricolari, persone intenzionate a diffondere/inculcare la teoria gender (espressione con cui il ministro intende riferirsi a orientamenti non eterosessuali e identità di genere “fluide”); per il resto, ha detto, «nelle Indicazioni nazionali l’educazione sessuale, in senso biologico, è ampiamente prevista: si affronta l’argomento con apposite lezioni innanzitutto all’interno dei corsi di scienze alle elementari e alle medie», in forma di «studio delle differenze sessuali fra maschio e femmina, della riproduzione, del concepimento, della procreazione, della pubertà» (intervista su La Stampa, 19 ottobre 2025).

Ma è proprio il suo «in senso biologico» che non funziona, verrebbe da dire al ministro. La sessualità non è questione di biologia. Coinvolge i corpi, certo, ma il corpo è molto più che biologia, e viene continuamente interpretato. Lo sa anche lei, signor ministro, che da migliaia di anni avere un corpo maschile o femminile significa godere di limiti o privilegi che nulla hanno a che vedere con la conformazione dell’apparato riproduttivo – anzi, già che c’è dia un’occhiata ai testi scolastici e guardi che rappresentazioni di genere veicolano. E saprà anche lei quanto avere un corpo maschile venga interpretato ancora come diritto alla violazione; se non ha presente, basta pensare alle migliaia di bravi padri di famiglia in ben noti e infami gruppi online o ascoltare i discorsi dei ragazzini per strada. Quindi, la domanda è: davvero la scuola pubblica può essere così irresponsabile da rinunciare a cambiare una società che se non è patriarcale nelle leggi lo è ancora, e non poco, nella mentalità? (È vero che lei al patriarcato non ci crede, ma i fatti quelli sono, anche se li vuole chiamare in altro modo). Quanto alla fluidità è un argomento per cui ragazzi e ragazze hanno molto interesse, e non perché l’hanno imparato nei corsi a scuola. Lo imparano “fuori”. È una moda? O una reazione a modelli troppo rigidi e stereotipati in cui si sta stretti? Forse entrambe le cose. Non è quindi importante parlarne, aiutare a capirsi e a rispettare l’altro da sé? Non serve anche a questo la scuola? Chi le aiuta le famiglie, se non lo fa la scuola?

Ci sono dei percorsi pedagogicamente inappropriati? Possibile, signor ministro: succede in tutte le altre materie, figuriamoci in questo ambito. Ma la tradizione – non il gender – ce lo insegna: non si deve buttare via il bambino con l’acqua sporca.

 

Rita Torti

 

 

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